Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Archivio per novembre, 2008

Libertà Per Gli Ultras

Ultras, la battaglia degli striscioni

Dal marzo del 2007 è vietato introdurre drappi negli stadi senza l’autorizzazione della Questura. Una misura contestata dal mondo delle curve perché danneggia la cultura popolare del tifo. Domenica i gruppi della gradinata sud della Sampdoria hanno organizzato un corteo in nome della libertà di pensiero

Domenica, a Genova, la partita dei tifosi sampdoriani è iniziata ben prima delle 15. Si sono radunati alle 12.30 davanti alla stazione di Brignole e da lì sono partiti in corteo fino allo stadio Luigi Ferraris. C’erano tutte le componenti della tifoseria blucerchiata: tutti i gruppi ultras della gradinata sud, Federclub, anziani, giovani, donne e bambini. In tutto 2500 persone (300 secondo la Questura) che, con cori, fumogeni, megafoni e striscioni hanno attraversato le strade del capoluogo ligure per chiedere di poter appendere il loro nome negli stadi: «Rivogliamo i nostri striscioni». Un problema, quello del divieto di accesso negli stadi di striscioni senza previa autorizzazione, che tocca tutti i tifosi italiani. Di qualunque fede calcistica. Dal più sfegatato che urla in gradinata al più pacato che segue la partita seduto nei distinti. «Questo divieto è inspiegabile – afferma Carlo, vecchio ultras doriano – si richiede un’autorizzazione per far entrare gli striscioni quando è sempre successo che la domenica mattina la polizia controllava tutti gli striscioni che venivano portati dentro lo stadio e sequestrava quelli ritenuti violenti od offensivi». Che poi la polizia non facesse bene il suo lavoro, facendo entrare svastiche e celtiche, è un altro discorso. I tifosi la vedono come una limitazione del loro diritto di esprimersi, ed è anche per questo che in mezzo al corteo di domenica capeggiavano degli stendardi con l’articolo 21 della Costituzione italiana: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». L’anno scorso uno striscione con queste parole del gruppo Ultras Tito Cucchiaroni fu bloccato all’ingresso dello stadio: non era stato chiesto il permesso.
Una limitazione assurda che, emanata dall’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive sull’onda emotiva della morte dell’ispettore Raciti, non ha altro effetto che minare la cultura popolare del tifo. Niente più tamburi, fumogeni, megafoni, striscioni, niente più coreografie se non preventivamente approvate. Tutti seduti a mangiare pop corn e vedere le ragazze pon pon che fanno i loro stacchetti, un po’ come avviene in America. E’ questo quello che temono i tifosi. Non solo gli ultras, come si cerca di far credere. «Oggi c’erano anche anziani e federclub in corteo – continua Carlo – non solo noi ultras, brutti, sporchi e cattivi. E’ un problema sentito da tutti, perché sono divieti assolutamente incomprensibili, che non mirano a limitare la violenza, obiettivo che personalmente condivido in pieno, ma a disgregare i gruppi di tifosi, annientando il loro modo di essere e il loro modo di tifare». Viene spontaneo chiedersi allora perché fare un corteo a distanza di più di un anno dall’emanazione di questa delibera del marzo 2007: «parlo a titolo personale – prosegue Carlo – ma credo che sia dovuto al fatto che pur avendo portato avanti con coerenza questa battaglia per una anno, non esponendo striscioni, rimanendo fuori dallo stadio per protesta e via dicendo, ci si è resi conto che ormai, a livello di tifoserie, si è rimasti quasi da soli a combattere questa battaglia. Per cui bisognava alzare la testa e un corteo colorato e partecipato è il modo migliore per farlo».
Sul rifiuto delle più anti-democratiche tra le norme anti-violenza, il fronte delle tifoserie italiane ha ceduto già da tempo. Si contano sulle dita di una mano quelle che si ostinano a non portare all’interno degli stadi i loro striscioni. Quasi tutte sono scese a compromessi con l’Osservatorio, presentando regolari richieste d’autorizzazione per far entrare i loro drappi. Da Firenze a Milano, da Torino a Roma, sono sempre di più gli striscioni che vengono esposti col nullaosta della Questura. Ogni striscione che viene appeso è un colpo alla battaglia, non solo ideologica, che altre tifoserie stanno portando avanti contro queste norme. Purtroppo riuscire ad arrivare ad un’unità di intenti tra le varie curve italiane è difficilissimo, troppe le differenze, troppa la politica che serpeggia sugli spalti, troppi di conseguenza gli interessi che vi sono dietro. Il rischio concreto è che chi si oppone rimanga sempre più isolato e che, per non rischiare di sparire, si debba accodare e cedere come gli altri. Ieri il ministro dell’interno Maroni ha ribadito che tutte le norme del pacchetto anti-violenza (dal divieto di trasferta a quello sugli striscioni) «continueranno fino al termine del campionato: sono severe ma funzionano, perché tornare indietro?». Chi ama il calcio e il tifo rumoroso, colorato e goliardico, può solo augurarsi che baluardi di resistenza come gli ultras doriani ma anche quelli di Lecce, Reggio Calabria, Bergamo e Parma, non si arrendano a chi li vuole muti e sprofondati in poltrona davanti alla pay-tv.

@ilmanifesto.it


Fc Messina è fallito

Il fallimento della Fc Messina :
la rete piu attesa dalle curve

Se fossimo il megafono degli ultras dello Stretto dovremmo scrivere che il Tribunale che ha dichiarato il fallimento della Fc Messina ha di fatto segnato la rete più attesa dalle curve. Uno di quei gol che nessuno si aspetta perchè convinti che la partita tra FC Messina e Procura finirà inevitabilmente 0 a 0 e che invece farà discutere a lungo innocentisti e colpevolisti, franziani e irriducibili – che da queste parti non a caso si chiamano Teste fradici – e che più di un nemico dichiarato dei Franza celebrerà a lungo quasi fosse l’ultima prodezza di Kakà o Ronaldinho… Una rete che con molta probabilità manderà a gambe all’aria la società calcistica dei fratelli Franza. La sentenza, siglata dal giudice Cosimo D’Arrigo, è stata depositata nella tarda mattinata di un giovedì che sarà a lungo ricordato non solo dai massimi dirigenti ma anche dagli appassionati e non delle sorti del calcio a Messina. Alla base del provvedimento, l’esposizione debitoria milionaria della società e l’incapacità della dirigenza di farvi fronte. Nelle aule di giustizia spesso ci ripetono che esistono i buoni e i meno buoni, il vincitore e il vinto, e se non si ha torto bisogna aver ragione. La sola forma di pareggio possibile, vale a dire l’insufficienza di prove, è stata di fatto abolita perchè la Giustizia è – deve essere – un match senza pietà. Nel caso in specie a chiedere il provvedimento sono stati i piemme della Procura Vito Di Giorgio, Francesca Ciranna, Fabrizio Monaco e Maria Pellegrino. Mesi intensi di lavoro e ricerca in cui hanno spulciato carte, fatture e bollette dell’FC Messina nell’ambito della tranche d’inchiesta relativa al falso in bilancio. Fallimento richiesto in tutta fretta dopo aver visionato gli atti sequestrati lo scorso 15 ottobre e le perizie depositate dai consulenti. D’accordo i tifosi in piazza sono con i giudici, le ola hanno in un certo senso aiutato a dimenticare l’amarezza per la mancata iscrizione della squadra al torneo cadetto: ma cosa c’è di non scritto e dunque non ancora raccontato in questa improvvisa caduta libera dei Franza? Quale dei loro difensori ha svirgolato in prossimità dell’area così da permettere al terminale offensivo della pubblica accusa di andare in rete lancia in resta? E’ presto per fare le pagelle dei buoni e dei cattivi. Da queste parti i conti conviene farli all’ultimo minuto. Magari nei secondi di recupero perchè può succedere che i processi, questi riti difficili che semplificano tutto, non riescono più a semplificare nulla, e anzi ingarbugliano e si ingarbugliano per sempre. Nello Stretto può capitare di peggio: chi è palesemente colpevole è libero di gloriarsi di averla comunque sempre fatta franca; chi non ha nulla da temere dalla Legge, finisce in cella perché incorruttibile. Scrivere che oggi i Franza diventano un caso giudiziario ci sembra una provocazione, ma non scriverlo passerebbe per populismo a buon mercato. La classe operaia rivoluzionaria che giudica il Vecchio Potere nelle aule di giustizia scalda da sempre la fantasia letteraria e pure nella addormentata Messina c’è un non so che di eroico e spregevole: si pensi che solo pochi anni addietro al nome dei Franza veniva fatto seguire il superlativo Magnifici. E che il solo dire di essere un loro amico o millantarlo per spacconeria, faceva salire verso la vetta le quotazioni di un “normale” cittadino dello Stretto. Nell’apocalisse di questi nostri giorni gli amici dei Franza che sono sopravvissuti e hanno fatto carriera in un cimitero di eroi, sono comunque rimasti pochi. E certamente non più di casa a Palazzo Piacentini, sede del Tribunale. E tuttavia persino l’apparente buona fede di qualcuno di loro perduto nella storia di Messina è una prova a carico dei Franza. In un universo di messinesità da operetta ormai scardinata, i superpresidenti di ieri, sono i colpevoli di oggi, i superpolitici di ieri sono i mascalzoni di oggi e tifosi incazzati in piazza con le ola, anche i meno credibili, riscrivono la storia economica – finanziaria dello Stretto secondo un copione che ha già conquistato i messinesi. Chiediamoci: possono gli ultras essere credibili? Oggi la gente di Messina vi dirà di sì. Non perchè in grado di provare ciò che dicono, ma perchè raccontano, in modo variopinto e a volte persino ridicolo, quel che molti cittadini nel cuore e nel cervello vogliono sentirsi dire dopo che si è persa la gioia di andare allo stadio. Con Messina divisa in due campi che applaude con passione e fischia con animosità, rimane indecifrabile il viso di una famiglia quella dei Franza che, “teneramente amando i suoi misfatti”, incarnerà per sempre la confusione di innocenza e colpevolezza del fare calcio creativo in Sicilia.

@Imgpress.it


E io NON tifo napoli…tiè

Il sito web napoletano si indigna perchè il portiere orobico originario della città campana finita la partita saluta e festeggia la vittoria contro la squadra della sua città nonostante a detta loro durante la partita la città sia stata ripetutamente offesa dai tifosi atalantini…in compenso qui a udine i tre la davanti dichiarano che in caso di goal non esulteranno…

Atalanta, Coppola: “Napoli, io devo lavorare…”

Al 94° l’arbitro Brighi fischia la fine della partita Atalanta – Napoli, gli orobici hanno appena vinto 3 – 1, apriti cielo! Colleghi giornalisti insultati, bersagliati da innumerevoli oggetti, impossibilitati nel fare il loro lavoro, stuward scomparsi come d’incanto, ecco cosa era la tribuna stampa a Bergamo dopo pochi secondi dal fischio finale, ma il peggio doveva ancora arrivare per l’ignaro tifoso napoletano, che dalla TV seguiva le sorti della propria squadra, l’ultimo giocatore ad uscire dal campo è Nando Coppola, napoletano di nascita, portiere del Napoli in tempi non molto lontani, ora estremo difensore della porta atalantina, viene acclamato dalla propria tifoseria e lui risponde alzando i pugni e mandando baci, apriti cielo !!! I siti, le radio e TV private, mettono in risalto le immagini, ma come un napoletano che dopo le offese razziste vomitate per tutta la partita dai tifosi bergamaschi invece di lasciare il campo con la testa china, esulta e manda baci?

Proviamo a chiamarlo per sapere e conoscere i motivi di quei gesti, alle 14,00, molto gentilmente ci risponde una voce femminile che ci invita a riprovare in quanto Nando era impegnato con lo sponsor dell’Atalanta, molto carinamente venuto a conoscenza della nostra telefonata, ci richiama e confessa a Pianetanapoli la sua verità su quanto accaduto ieri

Ciao Nando, ma ieri come ti è saltato in mente di gioire in quel modo a fine partita?

“Guarda che di solito lo faccio sempre, senza guardare se è questa o quella squadra, è capitato che sono stato l’ultimo ad uscire, la curva mi ha chiamato ed io ho risposto, non vedo cosa ci sia di male”.

Di male, Nando, ci sono gli insulti vomitati per tutta la partita sulla gente della tua città, Napoli e di conseguenza anche verso di te…

“Sai quante ne sentiamo in giro per l’Italia? Sai quante volte hanno gridato contro i napoletani ed in quel momento il Napoli, Napoli, non c’entravano perfettamente nulla? Atalanta – Lazio, Atalanta – Milan, le due curve unite nel coro contro Napoli, gli azzurri stavano giocando da un’altra parte”

Quindi stai dicendo che è una moda, una prassi inveire contro Napoli anche se non ci sono i tifosi o calciatori azzurri in campo?

“Ti dirò di più, quando vengono a giocare a Bergamo i nostri avversari se tra le loro fila ci sono calciatori di colore, vengono insultati, con noi gioca Ferreira Pinto, non mi pare sia bianco, Lui è osannato, è immune da tali insulti, poi quando sono venuto a Napoli a giocare, non è che sia stato trattato da Napoletano, anzi…nell’aria aleggia sempre quel ricordo dei cinque gol presi in quella maledetta partita, a volte ho l’impressione che è molto più facile perdonare o dimenticare gli errori dei non napoletani che dei napoletani”.

Ma tu a Bergamo hai mai avuto problemi?

“Se entri in un bar o ristorante che sia, la parola “terrone” è normale, che faccio io non esco più? Non vivo più, perché sono un “terrone”, mi offendo ogni volta che la sento dire agli altri o a mE sibillinamente? Io qui ci vivo, questo è il mio lavoro, un lavoro che mi ha portato dopo tanto peregrinare a difendere la porta atalantina, cosa devo fare? Certe cose ti fanno male, ma il calcio è anche questo, ti da tanto, ma se offri il fianco sbagliato…”

Nando, lo sai che la gente ti ha paragonato a Gattuso? Ti aspettano per fischiarti.

“Non mi meraviglio affatto, ti ripeto, non è che io a Napoli sono stato accolto da napoletano nel corso delle poche partite da me giocate, so che fa parte del gioco, ma non ti nascondo però che un applauso, un gesto mi avrebbe fatto piacere, mi accusano anche di fare delle super prestazioni quando gioco contro il Napoli, ma vi rammento che ho cercato di farle anche contro le altre squadre, non ho assolutamente niente contro nessuno, figurarsi poi contro la mia città o la squadra che mi ha lanciato nel mondo del calcio”.

@pianetanapoli.it


Omicidio Gabriele Sandri


Arrestato Txeroki

IN MANETTE ANCHE UNA DONNA CHE ERA CON LUI

Arrestato Txeroki, capo militare dell’Eta

È stato preso nella regione francese degli Alti Pirenei: sarebbe responsabile degli attentati degli ultimi anni

PARIGI – Il presunto capo dell’apparato militare dell’Eta, Garikoïtz Asiazu Rubina detto Txeroki, è stato arrestato nella notte nella regione francese degli Alti Pirenei, nella Francia sudoccidentale. È stato sorpreso nel sonno dalla polizia francese nel loro rifugio a Cauteret, una località dei Pirenei poco lontana da Lourdes e dalla frontiera con la Spagna. Con lui c’era una donna, anche lei arrestata, che i media spagnoli identificano con la ricercata dell’Eta Leire López Zurutuza. Erano entrambi armati ma non hanno opposto resistenza. L’operazione, coordinata da Parigi dopo diversi giorni di pedinamenti, è stata possibile grazie alla cooperazione fra le forze di sicurezza francesi e spagnole.

ALA OLTRANZISTA – Nella casa del presunto capo militare dei separatisti baschi sono stati trovati una pistola, documenti falsi e un computer. Txeroki, 35 anni, noto per essere un maniaco della sicurezza, era entrato a 20 anni negli ambienti della lotta armata indipendentista basca, facendo una carriera rapida e fulminante che nel 2003 lo ha portato al vertice dell’apparato militare. Fuggito da Bilbao nel 2002, è ritenuto responsabile della rottura della tregua col governo socialista di José Luis Zapatero e l’organizzatore dell’attentato al parcheggio dell’aeroporto di Madrid il 30 dicembre 2006. Sempre lui, insieme a due militanti, avrebbe ucciso due agenti della guardia civile nella località francese di Capbreton, il 1° dicembre 2007. Gli investigatori lo considerano uno dei membri più duri e irriducibili dell’Eta. Secondo il ministro della Difesa francese, Michele Alliot Marie, «molto probabilmente» Txeroki sarà consegnato alla giustizia spagnola una volta terminate le operazioni di indagine.

CAPACITÀ ORGANIZZATIVA – Il suo arresto è considerato dagli osservatori un duro colpo al gruppo terrorista, privato a fine maggio di Thierry Lopez Pena, considerato il capo politico dell’organizzazione: tanto che lo stesso presidente francese Nicolas Sarkozy si è felicitato per l’«eccellente collaborazione» tra Francia e Spagna. Ma l’Eta ha sempre dimostrato una rapida capacità di riorganizzazione e successione. Fonti dell’antiterrorismo spagnolo ritengono che Txeroki potrebbe essere sostituito da Aitzol Iriondo, responsabile degli esplosivi del gruppo terrorista e noto per essere ancora più duro. Nonostante stia subendo da un anno e mezzo una fortissima pressione da parte della polizia francese e spagnola, l’Eta ha continuato a perpetrare omicidi e attentati in Spagna, l’ultimo poco più di due settimane fa all’Università di Navarra a Pamplona, con un’autobomba che ha provocato 17 feriti. Un’azione avvenuta due giorni dopo l’arresto di una delle cellule operative della banda, il comando Nafarroa.

@corriere.it


Ysar Bayrak

Germania: detenuto evade dal carcere spedendosi in un pacco postale

Ysar Bayrak, spacciatore di droga, si è infilato in un grosso scatolone ed è scappato dalla prigione di Willich

BERLINO (GERMANIA) – Una fuga degna di Edmond Dantes. O forse della banda Bassotti. Ma se il protagonista del romanzo di Dumas si chiudeva in un sacco per cadaveri e si faceva buttare in mare, un detenuto di un carcere tedesco ha pensato che le poste teutoniche fossero un mezzo più efficiente e per fuggire dalla prigione di Willich si è letteralmente spedito.

Il detenuto infatti si è infilato in un grosso pacco con tanto di mittente e destinatario. Lo scatolone è stato caricato insieme al resto della corrispondenza su un autocarro e così Ysar Bayrak, un trentasettenne spacciatore di droga che doveva scontare ancora tre anni, ha lasciato il complesso situato nel land del Nordreno-Westfalia.

LA FUGA – Il quotidiano tedesco «Bild» riferisce che dopo aver percorso un buon tratto di autostrada il conducente si è accorto dallo specchietto retrovisore che il telone di fondo dell’automezzo svolazzava liberamente. Ha accostato per fissarlo e si è accorto che sul pianale di carico c’era un grosso pacco di cartone aperto e vuoto. Avvertita immediatamente per telefono, la direzione del carcere ha fatto l’appello e ha scoperto che Bayrak era diventato uccel di bosco. La fuga del detenuto è stata favorita dal fatto che nel carcere di Willich, una struttura costruita oltre un secolo fa, manca l’abituale detector a raggi infrarossi, in grado di segnalare anche i battiti cardiaci di persone nascoste nei carichi in uscita. Con un certo spirito di rassegnazione la direttrice dell’istituto di pena, Beate Peters, ha spiegato che si sta indagando se il fuggiasco sia stato aiutato da alcuni complici, anche se ha dovuto ammettere che «i detenuti non sono purtroppo molto loquaci».

@corriere.it


Dalla parte di Zenga

Zenga-Varriale, che lite!

Dopo due settimane di silenzio, il tecnico torna ai microfoni di Stadio Sprint e attacca il giornalista: “Avrei preferito che lei non avesse parlato di me alle spalle, pensi alla sua famiglia”. Il conduttore: “Non mi minacci, stia attento a quello che dice”. De Luca, direttore di RaiSport: “Mi attiverò per un chiarimento da gentiluomini”

Zenga e Varriale mentre litigano a Stadio Sprint
CATANIA, 16 novembre 2008 – “Zenga, non ti dimenticare che la Rai ti ha tirato fuori da un certo dimenticatoio e ti ha proposto come apprezzato opinionista”. Così parlò a Stadio Sprint Enrico Varriale la settimana scorsa dopo l’ennesimo forfeit del tecnico del Catania ai microfoni Rai. E Zenga non ha gradito. Sette giorni dopo la replica stizzita: nonostante la vittoria del Catania, ne nasce una lite furibonda.
USCITE SBAGLIATE – “Avrei preferito che lei non avesse parlato di me alle spalle e non avesse fatto apprezzamenti sulla mia vita privata e sul mio passato di allenatore” attacca Zenga a Stadio Spint. E Varriale: “Lei è stato un grande portiere, che in carriera ha sbagliato poche uscite, questa è un’uscita sbagliata, simile a quella che ci costò il Mondiale del 1990 contro l’Argentina…”. Varriale vorrebbe cambiare tono chiedendo al tecnico un giudizio su Mascara, ma dice Brienza e Zenga sorride: “Brienza? Guardi che era Mascara, è lei che si conferma a fare uscite a vuoto, preferisco non parlarle”.
IRONIA E MINACCE – Poi parole più forti, con il tecnico che invita il giornalista a “pensare alle cose della sua famiglia” e Varriale che dice a Zenga di non “minacciare” e stare bene attento “a quello che dici”. “Che paura che mi fa, mi fa tremare – risponde l’allenatore del Catania – aspettavo di venire qua per dirglielo. Mi avete mancato di rispetto. Lei Varriale è fuori controllo”. Si cerca di calmare gli animi parlando di calcio, ma Zenga è una furia e non ci sta. Saluti a Bruno Gentili e via. E meno male che il presidente della Lega, Antonio Matarrese, aveva scritto a tutti i presidenti per fare in modo che intervenissero sui loro allenatori, chiedendo da parte dei tecnici un comportamento “consono” con le televisioni.
DE LUCA – Quelle di Walter Zenga sono “insinuazioni inaccettabili”, è necessario un “chiarimento” per affrontare e risolvere il problema “da gentiluomini”, senza alimentare ulteriori tensioni. Il direttore di Raisport Massimo De Luca interviene sulla lite a Stadio Sprint tra il tecnico del Catania Walter Zenga ed Enrico Varriale: “È mio dovere tutelare l’immagine di un mio giornalista che sta facendo il suo lavoro e che non ha offeso nessuno. Ritengo abbiamo il dovere di parlarci, chiarirci e superare come si conviene tra persone civili un momento di tensione. Peraltro all’arrivo in postazione Zenga mi sembrava fosse un po’ teso, non so francamente se le affermazioni siano state riportate correttamente a Zenga. Ma ribadisco che da qui offese non sono partite da parte di nessuno. Ora mi attiverò affinchè tra professionisti non si ragioni con insinuazioni che sono inaccettabili e si cerchi un chiarimento che credo faccia bene a tutti e sia doveroso. È nostro interesse come Rai – afferma De Luca – non esasperare i toni, ma come direttore di Raisport non posso accettare che Zenga o chiunque altro sostenga che Varriale o chiunque altro venga messo a condurre per chissà quale motivo. Varriale conduce Stadio Sprint perché ha dimostrato in passato tutta la sua capacità per gestire una trasmissione di questo tipo e non per altri motivi, e nessuno può permettersi di avanzare chissà quali dubbi che sono fuori dal mondo”.

gasport @gazzetta.it