Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Li credevano morti…

I Maiorana, padre e figlio, sparirono un anno fa da Palermo. Individuati a Barcellona
Hanno creato una grossa riserva di denaro all’estero che ha consentito loro di sparire

Li credevano vittime di mafia
ma li hanno visti in Spagna

La telefonata alla madre: “Suo figlio è vivo, lo abbiamo conosciuto in una discoteca”

PALERMO – Ci sono sei testimoni che li hanno riconosciuti. Sono vivi, pieni di soldi e fanno la bella vita. In Spagna, a Barcellona. Braccati dai carabinieri e ora forse anche dagli uomini di Cosa nostra.

Per un anno Antonio e Stefano Maiorana, l’imprenditore palermitano e il figlio universitario scomparsi nel nulla ad agosto del 2007, sono stati creduti morti.

Vittime della lupara bianca, di un gioco più grande di loro tentato probabilmente con un affare da cinque milioni di euro messo su con costruttori da sempre vicini alle cosche e nel territorio controllato dal boss Salvatore Lo Piccolo. E invece, forse proprio con i soldi truffati ad acquirenti ed ex soci dell’immobiliare Calliope, titolare del cantiere che ha realizzato decine di villette a schiera ad Isola delle Femmine, costruite come edilizia popolare e vendute a prezzo doppio in nero, i Maiorana sono riusciti a creare una grossa riserva di denaro all’estero che ha consentito loro di vivere alla grande senza lasciare alcuna traccia.

Mai una telefonata, un sms, una mail, una carta di credito, una qualunque scia di denaro, un viaggio, un albergo. Mai. Niente di niente. Con un figlio e un fratello, una madre ed ex moglie, una nuova compagna argentina, due anziani genitori, prima a lanciare appelli per la loro liberazione e poi a piangerli per morti. Fino a quando, il 19 maggio scorso, due giovani calabresi, di ritorno da un viaggio di lavoro a Barcellona, non hanno riconosciuto Stefano nelle foto del servizio pubblicato da un settimanale ed hanno telefonato a Rossella Accardo, la mamma di Stefano e la ex moglie di Antonio Maiorana, che aveva lanciato l’ennesimo appello pubblicizzando il suo numero di cellulare per chiunque avesse informazioni da dare.

“Suo figlio è vivo, lo abbiamo conosciuto in una discoteca di Barcellona tre giorni fa, abbiamo parlato con lui, siamo sicuri. Era con una comitiva di ragazzi spagnoli, lui era l’unico italiano, ci ha detto che era romano e che da un po’ si era trasferito a Barcellona. Ma non aveva un accento romano e parlava con un intercalare meridionale”, hanno detto alla donna e poi confermato ai carabinieri del nucleo operativo di Palermo. Che pochi giorni dopo, arrivati a Barcellona, hanno trovato concreti riscontri al racconto dei due italiani, raccogliendo le testimonianze di altre quattro persone che hanno riconosciuto non solo Stefano, ma anche Antonio Maiorana. Evidentemente, quei due italiani devono essersi fatti notare e non poco. Solo che, padre e figlio, dopo aver frequentato più volte quel locale notturno, si sono nuovamente volatilizzati. Qualcuno li ha avvertiti che, dopo quasi un anno, per la prima volta era emersa una traccia, che erano stati riconosciuti, con certezza e dovizia di particolari, da due turisti dall’occhio particolarmente attento, in grado di descrivere persino il loro aspetto e il loro abbigliamento: “Il ragazzo indossava una camicia bianca a strisce blu, jeans, giacca scura, capelli più lunghi e viso leggermente più pieno rispetto alla foto che abbiamo visto sul giornale”.

Ma chi può avere avvertito i Maiorana che la loro presenza a Barcellona non era passata inosservata? E i sospetti degli inquirenti sul misterioso quadro di omertà e di complicità che sin dall’inizio ha avvolto la scomparsa dei Maiorana, sono tornati a rafforzarsi. A cominciare da quella composita famiglia, il figlio minore, l’ex moglie, la compagna argentina, due anziani genitori che non sempre hanno dato l’impressione di dire proprio tutto quello che sapevano.

Ma che cosa fanno (o facevano) i Maiorana a Barcellona? E soprattutto, perché e come hanno fatto ad arrivare fin là senza mai lasciare alcuna traccia e senza mai tradirsi? Interrogativi ai quali gli investigatori tentano ora di dare risposta grazie ad una rogatoria internazionale chiesta dai sostituti procuratori Francesco Del Bene e Gaetano Paci, titolari dell’inchiesta, che ha preso le mosse dalla testimonianza, precisa, attenta e che ha già trovato diverse conferme al racconto dei due giovani calabresi.

E d’altra parte la pista della lupara bianca per uno sgarro nei confronti di Cosa nostra aveva cominciato a vacillare già diversi mesi fa quando nessuno dei tanti pentiti del clan Lo Piccolo aveva saputo dire alcunché sulla scomparsa dei Maiorana. Solo uno, Gaspare Pulizzi, braccio destro del boss, aveva riferito: “Salvatore Lo Piccolo mi aveva detto che la scomparsa dei Maiorana è stata determinata da contrasti interni al cantiere. Voleva capire chi ne fosse responsabile e con certezza, una volta individuato, lo avrebbe ucciso”.

di ALESSANDRO ZINITI @repubblica.it

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