Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Archivio per agosto, 2009

NeoProibizionismo Italiano

Nel giorno in cui Barack Obama si riappacifica con i suoi ospiti davanti ad una birra fresca in italia come in tutta l’UE iniziano tempi duri per i paninari…

Una situazione tutta italiana, insomma, con una legge riconosciuta incompleta o comunque ingiusta dal legislatore stesso, che di fatto riconosce la necessità delle modifiche, ma che intanto sarà applicata decretando come sempre la vittoria della burocrazia sulla ragione.

«Si sta perpetrando in queste ore una autentica discriminazione – commenta il presidente dell’Anva Confesercenti Leonetto Pierotti – nei confronti di piccoli esercizi ambulanti autorizzati che da ieri non possono più vendere o somministrare alcolici su spazi ed aree pubbliche. Chi lo farà sarà mazzolato con severe sanzioni. Questo vuol dire aggiungere al danno della crisi la beffa per chioschi ed altri esercizi che nelle grandi città svolgono comunque un servizio essenziale per turisti e cittadini, o per operatori in mercati e fiere che fanno somministrazione o vendono prodotti tipici come il vino. Il divieto nato per combattere giustamente vendita e somministrazioni illecite e per combattere gi abusi e gli abusivi specie in orari notturni, discrimina una categoria ed il legislatore, pur riconoscendo l’errore, ha dato vita ad una norma illogica».

Pierotti si sofferma poi a sottolineare alcune conseguenze assurde del nuovo proibizionismo italiano: «Il divieto – tra l’altro – vale per gli ambulanti ma anche per tutte le manifestazioni che si svolgono su aree pubblica diverse dalle pertinenze di bar e negozi. Se la norma rimane in vigore così com’è, senza una diversa interpretazione, non sarebbero possibili neppure ad esempio la somministrazione di vino nelle manifestazioni su area pubblica o di valorizzazione dei prodotti tipici oppure la vendita di birra in feste e sagre su area pubblica. Per esemplificare, la vendita di una lattina di birra o di bottiglie di vino, in una mercato locale o in una fiera in cui si commercializzano prodotti tipici, costerebbe all’operatore una sanzione di 4mila euro. Per la vendita dopo le ore 24, la sanzione prevista va addirittura dai 5mila ai 30mila euro».

vedremo se alla prima partita o al primo concerto saranno applicati questi provvediimenti….e come fara Gigi il troione???celebre paninaro che e’ solito rifocillare i giovani pordenonesi durante il weekend al parcheggio Marcolin???


Chievo Verona vs Lazio

Ieri più volte le telecamere hanno indugiato sul settore ospiti dello stadio Bentegodi. Vuoto. La stranezza della situazione è che pochi istanti prima del fischio d’inizio, i circa seicento laziali che hanno raggiunto Verona espongono i propri vessilli e i propri striscioni, ma ne manca uno, il più importante: quello raffigurante la faccia di Gabriele Sandri. Le forze dell’ordine hanno vietato l’ingresso dello striscione.

I tifosi laziali quindi, una volta appresa la notizia, decidono all’unisono di togliere ogni tipo di bandiera e stendardo, e di abbandonare la curva a loro riservata.


Festa 18 Anni



I 18 anni vanno festeggiati per bene, avrà pensato una neo maggiorenne di San Remo che, durante la propria festa di compleanno, ha deciso di regalare un momento “speciale” ai propri ospiti. Particolare davvero, se non “bollente””, visto che la ragazza, piuttosto smaliziata, ha donato loro del sesso orale, come racconta il sito Ciaopeople Magazine. Un bel pacchettino sexy, non senza conseguenze.
A quanto pare, ha contribuito alla decisione della giovane anche qualche bicchierino di troppo e l’essere sopra le righe rispetto al normale.

Secondo il sito, ci sarebbero anche i testimoni di quella folle festa di compleanno. Uno di questi avrebbe raccontato: «Era assatanata, per giustificare la sua foga urlava, “ho compiuto 18 anni e ora posso fare quello che voglio”».

Insomma, la giovane ha perso totalmente il controllo e, dopo diciotto rapporti orali continui, la ragazza ha cominciato a sentirsi male ed è stata accompagnata all’ospedale per una lavanda gastrica.

@gazzettino.it


Ti aiuto io…


Investe un carabiniere intento a fare jogging, lo carica in macchina per portarlo in ospedale e finisce fuori strada un chilometro dopo. Questo il duplice incidente accaduto ieri a Monselice e causato da un automobilista che, tanto per completare il quadretto, alla fine si è scoperto essere completamente ubriaco.
Il militare stava correndo a bordo strada quando è stato toccato dall’auto, che lo ha fatto cadere a terra urtandolo con lo specchietto retrovisore.

Il conducente, un operaio 51enne, ha fatto salire a bordo della vettura il malcapitato per portarlo al pronto soccorso. Ma percorso poco più di un chilometro, ha perso il controllo dell’automobile, finendo fuori strada in un fossato. A quel punto sul posto è intervenuta una ambulanza che ha portato all’ospedale il conducente dell’auto e il carabiniere.

L’uomo, oltre che per guida in stato di ebbrezza, è stato denunciato anche per oltraggio a pubblico ufficiale per aver insultato a più riprese i colleghi del carabiniere ferito che erano accorsi all’ospedale per accertarsi dello stato di salute dell’amico e collega.


Goliardata


Mobilitazione generale per una goliardata. È successo l’altra sera verso le 21 sullo Stradon del Bosco, sinuosa via di collegamento che da Biadene porta fin quasi a Nervesa attraversando il territorio di quattro comuni. Noto in tutta l’area montelliana per la sua bellezza discreta, ma anche per essere il ritrovo di sportivi, salutisti e coppiette, lo Stradon mercoledì è stato teatro di un equivoco grottesco.

Un automobilista in transito nel tratto volpaghese, giunto all’altezza di una curva, ha visto parcheggiato a bordo strada un furgone bianco con il vano di carico spalancato. All’incerta luce dei fari il quadro si è fatto talmente sinistro da sembrare perfino draconiano: tre ragazzi erano scesi dal mezzo e tra urla e schiamazzi stavano incitando un quarto giovanotto che si trovava nella penombra del vano posteriore. Dal pianale spuntavano inequivocabilmente anche due gambe di donna con angolatura irreale.

Uno dei ragazzi reggeva la cinepresa e videoregistrava ogni singolo istante di quello che appariva un assalto sessuale in piena regola. L’uomo a quel punto non ci ha pensato due volte e ha subito digitato il 113 invocando l’intervento delle volanti che hanno girato la segnalazione ai carabinieri. Nel giro di pochi minuti un esercito di pattuglie era già diretto verso lo Stradon del Bosco, con il ragionevole sospetto che fra i vari scenari possibili ci fosse spazio anche per il sequestro di persona, se non per lo stupro di gruppo. Insomma, poteva trattarsi di una vicenda che puzzava tanto di branco.

Ma quando i militari dell’Arma sono giunti sul posto accerchiando i quattro malcapitati con stridìo di gomme e pistole spianate, hanno scoperto che la verità era molto più semplice: le gambe di donna appartenevano a una bambola gonfiabile e i goliardi stavano semplicemente facendo le riprese nell’ambito di un addio al celibato. Erano su di giri, certo, ma non c’era nulla di orrendo o fuori posto in ciò che facevano.

Hanno soltanto sbagliato il luogo: troppo appartato per non insospettire, soprattutto con i giochi di luce creati dall’alternanza di tenebre e fanali. Un osservatore causale poteva essere indotto all’errore, come poi è successo. Così le volanti che stavano sopraggiungendo di rinforzo sono state bloccate dalla sala operativa e sono rientrate alla base.


Insulo de la Rozoj

L’Isola delle Rose (in esperanto Insulo de la Rozoj) fu una piattaforma artificiale nel mare Adriatico ( al largo di Rimini ) 500 metri al di fuori delle acque territoriali italiane, che nel 1968 venne proclamata dal suo fondatore, l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa, Stato sovrano. L’esperienza dell’autoproclamata Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose durò poche settimane, durante l’estate dello stesso anno.


La storia.
Nel 1958 l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa (n. 1925) pensò di costruire un telaio di tubi in acciaio ben saldati a terra, da trasportare in galleggiamento fino al punto prescelto (fuori dalle acque territoriali italiane) ed installarlo.
Si costituì dunque la SPIC (Società Sperimentale per Iniezioni di Cemento), con presidente Gabriella Chierici, moglie dell’ingegnere e direttore tecnico.
La prima ispezione del punto prescelto, al largo di Rimini, a circa 11,5 km dalla linea di costa, avvenne tra il 15 luglio ed il 16 luglio 1958, utilizzando un sestante ed allineandosi con il faro del grattacielo di Rimini.
Giorgio Rosa ipotizzò per la posa della sua isola di alzare il basso fondale marino con un sistema di dragaggio della sabbia trattenuta da alghe.
I sopralluoghi avvennero utilizzando un natante, costruito in acciaio e propulso con un motore di una Fiat 500, e proseguirono per tutta l’estate del 1960, con frequenza bisettimanale, avendo come base un capanno sul molo di Rimini.
Nell’estate del 1962 però, per problemi tecnici e finanziari, l’impresa si bloccò; inoltre nell’ottobre dello stesso anno fu intimato dalle autorità italiane di rimuovere qualsiasi ostacolo alla navigazione.

Il 30 maggio 1964 furono contattate le Capitanerie di Porto di Rimini, Ravenna e Pesaro, rispettivamente per opzionare gli spazi in banchina, per i rifornimenti di gasolio e per la costruzione della struttura dell’isola presso i cantieri navali e per la pubblicazione dell’avviso ai naviganti per la segnalazione della presenza di strutture.
Per tutto il 1965 ed il 1966 proseguirono i lavori di armamento della struttura, ma molto lentamente, poiché per le avverse condizioni meteomarine si poteva operare per non più di circa tre giorni a settimana.
Il 23 novembre 1966 la capitaneria di porto di Rimini intimò di cessare i lavori privi di autorizzazione, poiché la zona era in concessione all’Eni.
Il successivo 23 gennaio anche la polizia s’interessò della vicenda, richiedendo conferma che si trattava di lavori sperimentali.
Il 20 maggio 1967 alla profondità di 280 metri dal piano di calpestio dell’isola fu trovata, per perforazione, una falda di acqua dolce. Il 20 agosto 1967 l’isola venne aperta al pubblico.
Intanto sull’isola i lavori continuavano: sui pali fu gettato un piano in laterizio armato alto 8 metri sul livello del mare su cui vennero eretti dei muri che delimitavano dei vani. L’area a disposizione era di 400 m².
S’iniziò una soprelevazione di un secondo piano, che doveva concludersi, in previsione, in cinque piani. Fu attrezzata anche l’area di sbarco dei battelli (la “Haveno Verda”, in italiano il “Porto Verde”) – che avveniva tramite banchine e scale – con dei tubi di gomma pieni di acqua dolce (con peso specifico, quindi, minore, di quello dell’acqua di mare e galleggianti) per tranquillizzare lo specchio d’acqua destinato allo sbarco; questa soluzione era già stata adottata da analoghe piattaforme a largo di Londra.
L’isola artificiale dichiarò unilateralmente l'”indipendenza” il 1º maggio 1968, con Giorgio Rosa come “Presidente”.
La primavera riminese del 1968, come la precedente estate, vide grande traffico marittimo dalla costa italiana verso l’Isola delle Rose e viceversa, destando crescente preoccupazione da parte delle forze dell’ordine italiane.
Le azioni di Rosa furono viste dal governo italiano come uno stratagemma per raccogliere i proventi turistici senza il pagamento delle relative tasse, dato che l’Isola delle Rose era facilmente raggiungibile dalla costa italiana.
Presto la Repubblica Italiana dispose un pattugliamento di motovedette della Guardia di Finanza e della capitaneria di porto vicino la piattaforma, impedendo a chiunque, costruttori compresi, di attraccarvi, di fatto ottenendo un blocco navale.
In quel momento l’Isola delle Rose aveva soltanto un abitante stabile, Pietro Bernardini, che, dopo aver naufragato nel mare Adriatico durante una tempesta, raggiunse la sicurezza della piattaforma dopo 8 ore in mare; successivamente prese in affitto la piattaforma per un anno.
Il 21 giugno 1968 Rosa ebbe un colloquio con il capitano Barnabà del Servizio Informazioni Difesa, il servizio segreto militare italiano.
Quale che fosse il motivo reale dietro la micronazione di Rosa, il Governo italiano rispose rapidamente e con decisione: 55 giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza, martedì 25 giugno 1968 alle 7:00 del mattino, una decina di pilotine della polizia con agenti della DIGOS, dei carabinieri e della Guardia di Finanza circondarono la piattaforma e ne presero possesso, senza alcun atto di violenza.
All’isola fu vietato qualunque attracco, e non fu consentito al guardiano Pietro Ciavatta e a sua moglie, uniche persone al momento sull’isola, di sbarcare a terra.
Il “Governo della Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose” inviò un telegramma al Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat per lamentare «la violazione della relativa sovranità e la ferita inflitta sul turismo locale dall’occupazione militare», e ovviamente fu ignorato.
Il 5 luglio 1968 Stefano Menicacci,[5] deputato del Movimento Sociale Italiano, inoltrò al ministro dell’Interno Francesco Restivo,[6] della Democrazia Cristiana, del secondo governo Leone, in carica dal 24 giugno 1968, la seguente interrogazione:
« Il sottoscritto chiede di interrogare il Ministro dell’interno per sapere quale sia l’atteggiamento ufficiale assunto dal Ministero in merito alla costruzione denominata “L’Insulo de la Rozoj” esistente al largo delle coste di Rimini, ed in particolare le disposizioni impartite alle autorità marittime italiane contro l’esistenza di tale grande manufatto marino.

Inoltre, l’interrogante chiede di sapere se risponde a verità che la capitaneria del porto di Rimini già oltre un anno or sono per ordine del Ministro aveva impartito l’ordine di sospensione dei lavori e i motivi per i quali gli stessi, contravvenendo all’ordine ministeriale, non solo sono proseguiti, ma hanno portato ad una costruzione con condizioni di abitabilità, arredamento di negozi, stampigliatura di francobolli, apposizione di bandiera e conio di moneta, sino a far presumere l’esistenza di uno Stato-burletta nello Stato italiano.
L’interrogante, inoltre, chiede di sapere in quale maniera intende intervenire con la massima energia per la tempestiva osservanza in casi del genere del codice della navigazione e delle leggi della Repubblica, oltre che per il rispetto – insieme all’ordinamento giuridico nazionale – dell’autorità statale anche al fine di non arrecare “a posteriori” pregiudizi economici e morali contro le iniziative incontrollate di terzi. »

(Stefano Menicacci, Interrogazione Parlamentare (3-00077) MENICACCI)

Il 9 luglio 1968 giunsero a Rosa varie proposte d’acquisto dell’isola.
Interrogazione parlamentare del 10 luglio 1968 dell’on. Nicola Pagliarani per l’Isola delle Rose.

Il 10 luglio 1968 Nicola Pagliarani,[7] deputato del Partito Comunista Italiano, inoltra al ministro dell’Interno Francesco Restivo la seguente interrogazione:
« Al Ministro dell’interno. Per sapere i precedenti nonché l’atteggiamento ufficiale attuale assunto dal Ministero sulla vicenda della costruzione denominata L’Insulo de la Rozoj esistente al largo delle coste di Rimini, di cui si è avuta così vasta eco sulla stampa nazionale ed estera. »

(Nicola Pagliarani, Interrogazione Parlamentare (4-00473) PAGLIARANI)

L’11 luglio 1968 le autorità italiane permisero al guardiano dell’isola Piero Ciavatta e a sua moglie di sbarcare a Rimini.
Il 7 agosto 1968 Rosa fu interrogato dal dottor Mariani della questura di Bologna e il giorno dopo fu emesso il dispaccio n. 519601/1.20 del Ministero della Marina Mercantile (ministro pro tempore Giovanni Spagnolli, senatore della Democrazia Cristiana), indirizzato alla capitaneria di porto di Rimini, con cui si notificava alla S.P.I.C., nelle persone del suo presidente Gabriella Chierici e del suo direttore tecnico Giorgio Rosa, di provvedere a demolire il manufatto costruito al largo di Rimini, con avvertenza che altrimenti si sarebbe proceduto alla demolizione d’ufficio.
Il 27 agosto 1968 Rosa notificò un ricorso in sede giurisdizionale di due pagine (il n. 756/68) firmato da Chierici, in qualità di presidente della S.P.I.C., e dagli avvocati Elvio Fusaro ed Enzo Bruzzi, alla capitaneria di Porto di Rimini, per conoscenza, e il 28 agosto 1968 lo consegnò all’Ufficio Ricorsi del Consiglio di Stato a Roma con la richiesta di sospensiva al decreto n. 2/1968 del 16 agosto 1968.
La nota fu presa in esame dai professori Letizia e Ceccherini.
Il 4 settembre 1968 Umberto Lazzari, di Radio Monte Ceneri (Radio svizzera di lingua italiana) interpellò il relatore del Consiglio di Stato, che assicurò un esito favorevole a Rosa.
Il 21 e 22 settembre 1968 vennero indicati i nomi dei componenti della 6a sezione del Consiglio di Stato che doveva giudicare.[8]
Il 24 settembre 1968 la Commissione speciale del Consiglio di Stato produsse un parere favorevole a un quesito posto dal Ministero della Marina Mercantile circa i provvedimenti da adottare per la rimozione dell’isola.
Il 27 settembre 1968 venne trattato in prima udienza il ricorso; una seconda seduta si tenne l’8 ottobre, e in questa sede il ricorso venne respinto; il relatore Mario Gora e il consigliere Lorenzo Cuonzo, si seppe in seguito, votarono favorevolmente al ricorso.
Intanto il 30 settembre 1968 le Autorità governative italiane stimarono (con un preventivo) che la demolizione dell’isola sarebbe costata circa 31 milioni di lire.[9]
Il 6 ottobre 1968 l’avv. Praga propose a Rosa di interessare Nicola Catalano, già giudice della Corte Europea di Giustizia dal 1958 al 1962, per un ricorso al Consiglio d’Europa di Strasburgo.
Il 15 ottobre 1968 a Rosa fu comunicato dal brigadiere Biscardi di Bologna e da Olivieri, capo ufficio postale di Via de’ Toschi n. 4 in Bologna, che giacevano in quell’ufficio postale, provenienti da Copenaghen, riviste e documenti per l’Isola delle Rose.
Sempre il 15 ottobre 1968 l’aiutante ufficiale giudiziario Nello Vanini notificò alla Capitaneria di Porto di Rimini, per conoscenza, un ulteriore ricorso in sede giurisdizionale (n. 951/68), di otto pagine, firmato da Gabriella Chierici, dallo stesso Rosa e da Fulvio Funaro, inviato all’Ufficio Ricorsi del Consiglio di Stato a Roma con la richiesta di sospensiva al suddetto decreto n. 2/1968 del 16 agosto 1968.
Il 1º novembre 1968 furono interessati anche Giovanni Bersani, deputato al Parlamento europeo nella Democrazia Cristiana, e Cleto Cucci del Foro di Rimini.
Il 18 novembre 1968 Nicola Catalano, insieme con Cleto Cucci, decisero di chiedere l’Accertamento Tecnico Preventivo sull’isola.
Il 26 novembre 1968 Nicola Catalano ebbe un colloquio con Renato Zangheri, del Partito Comunista Italiano, che sarebbe stato sindaco di Bologna dal 1970 al 1983, il quale (secondo il “Memoriale” dell’Ing. Giorgio Rosa pubblicato nel 2009 da Persiani Editore allegato al DVD documentario Cines sull’Isola ) «sostiene che dietro a me c’è una Potenza straniera», si vociferò persino l’Albania di Enver Hoxha, all’epoca già fuori dal Patto di Varsavia.
Il 29 novembre 1968 arrivò a Rimini un pontone della Marina Militare Italiana, che sbarcò a terra tutto quanto vi era di trasportabile dall’isola. Sul pontone si prepararono anche le cariche di esplosivo da collocare sull’isola per la demolizione. Nella stessa giornata, Nicola Catalano, a Parigi, venne informato telefonicamente del precipitare degli eventi da Praga.
Il 1º dicembre 1968 Rosa ebbe un colloquio con Luciano Gorini, consigliere comunale di Rimini della Democrazia Cristiana e già Presidente dell’Azienda Autonoma di Soggiorno di Rimini dal 1960 al 1965, che presentò un’interpellanza.
Altri telegrammi d’appoggio all’isola vennero spediti, da un tal sig. Rico, a Pietro Nenni, a Giacomo Brodolini e Giacomo Mancini del Partito Socialista Italiano, e a Luigi Preti e Mario Tanassi del Partito Socialdemocratico (PSDI).
Il 3 dicembre 1968 venne giurato l’Accertamento Tecnico Preventivo dell’ing. Giuseppe Lombi di Rimini, che chiese 5 mesi per l’espletamento dell’incarico peritale. La capitaneria di porto di Rimini asserì di non poter non eseguire l’Atto Amministrativo della demolizione, fissando per il giorno 10 dicembre 1968 il sopralluogo sull’isola, sopralluogo poi rimandato causa mareggiata.
Anche Berti perorò la causa dell’Isola delle Rose con l’onorevole Luigi Preti, che però non volle impegnarsi. Il 17 dicembre 1968 si ebbe un incontro tra l’avv. Roma e Gozzi dell’avvocatura dello Stato di Bologna da cui risultò che «si vocifera che il Governo italiano ne fa una questione di principio» (dal “Memoriale” di Giorgio Rosa).
Il 19 dicembre 1968 Rosa ebbe dei colloqui anche con funzionari del Sovrano Militare Ordine di Malta, che però giudicarono la questione «oramai troppo compromessa».
Il 21 dicembre 1968 si tenne un’udienza davanti al pretore di Rimini, che mantenne il decreto di Accertamento Tecnico Preventivo, sollecitando i sopralluoghi peritali.
Il 23 dicembre 1968 si svolse il sopralluogo. In mattinata sull’isola per constatarne lo stato si recarono il consulente tecnico d’ufficio Giuseppe Lombi, i geometri Gaetano Vasconi di Rimini e Nobili (ambedue come testimoni), nonché l’ing. Buono di Ravenna, mentre nel pomeriggio nel porto di Rimini si constatò l’inventario dei materiali sequestrati dalla Marina Militare Italiana il 29 novembre. Mancavano all’appello parecchie apparecchiature, tra cui il nautofono.
Gli esperantisti del Gruppo Esperantista Riminese (G.E.R.) suggerirono la donazione dell’isola a loro. Il 28 dicembre 1968 in mattinata nuovo sopralluogo sull’isola a cui parteciparono Giuseppe Lombi e Rosa, che nel pomeriggio si recò a Villa Verrucchio dal sig. Dosi, per un incontro con l’onorevole Luigi Preti, che rinnovò il suo disinteressamento.
Il 22 gennaio 1969 il Pontone della Marina Militare Italiana salpò per l’Isola delle Rose, per la posa dell’esplosivo per la distruzione.
Rosa rilasciò una durissima intervista ad Amedeo Montemaggi di Rimini de “Il Resto del Carlino”, che però tagliò la frase: «mi vergogno di essere italiano!».[senza fonte]
L’11 febbraio 1969 sommozzatori della Marina Militare Italiana (del G.O.S. – Gruppo Operativo Subacquei appartenente al COM.SUB.IN. – Comando Subacqueo Incursori “Teseo Tesei”), demoliti i manufatti in muratura (cementizia e laterizia), e segati i raccordi tra i pali della struttura in acciaio dell’Isola delle Rose, la minarono con 75 kg di esplosivo per palo (675 kg totali) per farla implodere e recuperare i detriti (perché pericolosi per la pesca). Tuttavia, fatte brillare le cariche l’isola resistette alla prima esplosione, in quanto i piloni portanti erano stati costruiti a cannocchiale e con l’esplosione si creava solo un’incavatura. Dopo 2 giorni, il 13 febbraio 1969 vennero applicati per ogni palo 120 kg di esplosivo (ben 1.080 kg totali), ma la nuova esplosione fece solo deformare la struttura portante dell’isola, senza farla cedere.
Finalmente, mercoledì 26 febbraio 1969 una burrasca fece inabissare l’Isola delle Rose. L’atto finale venne comunicato nel Bollettino dei Naviganti dell’Emilia-Romagna.
A Rimini furono affissi dei manifesti a lutto, in cui si diceva:[senza fonte]
« Nel momento della distruzione di Isola delle Rose, gli Operatori Economici della Costa Romagnola, si associano allo sdegno dei marittimi, degli albergatori e dei lavoratori tutti della Riviera Adriatica condannando l’atto di quanti incapaci di valide soluzioni dei problemi di fondo, hanno cercato di distrarre l’attenzione del Popolo Italiano con la rovina di una solida utile ed indovinata opera turistica. Gli abitanti della Costa Romagnola.»
L’affondamento e il successivo smantellamento durarono una quarantina di giorni, fino a circa metà aprile 1969.
Il 6 giugno 1969 Giorgio Zagari, dell’Avvocatura Generale dello Stato, scrisse la sua memoria per il Consiglio di Stato che avrebbe dovuto deliberare definitivamente.
Il 17 giugno 1969 la sesta sezione del Consiglio di Stato si riunì in udienza.[10]
Le pretese di sovranità, indipendenza e diritti internazionali acquisiti dai proprietari della piattaforma, erano infondati, in quanto i cittadini italiani anche fuori dall’Italia devono sottostare alle leggi statali (questo in estrema sintesi si evince dal saggio sulla Rivista di Diritto Internazionale del 1968).
Nel luglio 2009 sono stati ritrovati sul fondale marino al largo di Rimini alcuni resti della struttura metallica e dei muri.

@wikipedia.it

L’articolo sul corriere di oggi…
ed è pure un blog presente su wikipedia Insulo de la Rozoj

Protesta Femen

«L’Ucraina non è il bordello dell’Europa»

Una studentessa su otto si prostituisce. E l’Aids è a livelli record. Ma ora c’è chi si ribella

«L’Ucraina non è un bordello». E’ solo uno degli slogan provocatori di Femen, l’associazione creata da giovani universitarie ucraine a Kiev che prende di mira i tanti stranieri che ogni anno visitano il Paese orientale per fare turismo sessuale. Secondo le statistiche in Ucraina vi sono circa 12.000 prostitute e la maggior parte sono studentesse o ragazze con difficoltà economiche. Il sito web del settimanale Der Spiegel dedica un ampio reportage alle battaglie dell’associazione che ha rapidamente conquistato tanti adepti nelle università ucraine.

PROSTITUZIONE – L’Ucraina è diventata una delle destinazioni preferite dagli europei per fare turismo sessuale. Un sondaggio promosso dall’Istituto internazionale di sociologia di Kiev afferma che una studentessa su otto si paga gli studi universitari prostituendosi. A Kiev le percentuali aumentano addirittura. «Riteniamo che nella capitale – dichiara Anna Hutsol, una delle fondatrici di Femen – il 60% delle prostitute siano studentesse universitarie». Il quartier generale di Femen si trova a Khreshchatyk, il viale principale della capitale ucraina. Qui ogni giorno s’incontrano ragazze che di solito indossano minigonne, collant rosa e scarpe con tacchi molto alti. Girano per Kiev con cartelli sui quali si possono leggere slogan provocatori come «Le ragazze ucraine non sono in vendita». Inoltre ,quando intravedono uno straniero, non ci pensano due volte e lo fermano immediatamente per fargli delle domande. «Riconosciamo gli stranieri dalle caratteristiche del volto e da come si vestono – dichiara Nastia, una convinta sostenitrice dell’associazione -. Spesso non ci sbagliamo. Le loro reazioni di solito sono amichevoli. Ma non mancano coloro che ci riempiono di improperi». Ciò non frena l’azione delle ragazze che organizzano anche simpatiche manifestazioni. Ad esempio, recentemente, alcune universitarie hanno vestito i panni di infermiere e zaino in spalla si sono fermate a pochi passi dall’ambasciata turca. Dallo zaino hanno poi cacciato centinaia di siringhe: «La protesta era simbolica – dichiara allo Spiegel Anna Hutsol, una delle fondatrici dell’associazione -. Volevamo curare una delle malattie che ha contagiato tanti stranieri. La dipendenza dal sesso».

AIDS E MASCHILISMO – Come conferma uno dei volantini che le ragazze ogni giorno consegnano agli stranieri, uno dei grandi problemi dell’Ucraina odierna è l’Aids. A differenza degli altri Paesi europei, qui in Ucraina le persone contagiate da questa terribile malattia non sono poche. Secondo le statistiche dell’Organizzazione mondiale della Sanità circa l’1,6% della popolazione locale ha l’Aids e nella sola città di Odessa vi sono ben 150.000 persone sieropositive. «Gli stranieri spesso non si rendono conto che mettono a rischio anche la propria vita» dichiara Tania Kozak. Un altro problema contro cui l’associazione deve combattere è il maschilismo dilagante tra i propri concittadini. Lo scorso aprile Alexandra, una delle iscritte, ha tirato una torta in faccia allo scrittore ucraino Oles Buzina durante un reading letterario. L’uomo stava presentando il suo ultimo libro intitolato: «Donne tornate negli harem» in cui condanna la donna occidentale e dichiara che una delle sue ragioni di vita deve essere quella di fare sesso ogni qual volta il maschio lo desideri: «Dopo che l’ho colpito con la torta, è diventato violento come un hooligan» ha dichiarato Alexandra. Lo scrittore non riusciva a capire perché alcune donne fossero così adirate con lui: «Il libro ha venduto più di 10.000 copie – ha scritto sul suo blog -. Numerose donne lo hanno comprato e mi hanno chiesto anche l’autografo». Alla fine Alexandra ha dovuto pagare una piccola multa, ma ha conquistato l’approvazione della maggior parte delle ragazze presenti al reading letterario. Nastia, un’altra iscritta all’associazione, storce il naso quando i giornali definiscono Femen un’associazione di femministe fanatiche. Dopo aver confermato che vi sono anche diversi uomini nell’associazione, la giovane esclude categoricamente che le donne che ne fanno parte possano essere definite femministe: «Io, ad esempio, adoro quando un uomo mi cede il passo davanti ad una porta o quando m’invita a mangiare fuori».

EUROPEI DI CALCIO DEL 2012 – Femen riesce a finanziare le sue campagne grazie a donazioni private e informa i membri sulle prossime iniziative attraverso la propria pagina web su MySpace. Le ragazze dell’associazione non si illudono e temono che il turismo sessuale continuerà ad aumentare, almeno fino al 2012 quando l’Ucraina, assieme alla Polonia, ospiterà i prossimi campionati europei di calcio. Le giovani sanno che molti tifosi saranno più interessati alle donne che alle partite. Ma non si arrendono. Anzi. Hanno già in mente un piano d’azione che tende a pubblicizzare le bellezze culturali del paese: «Inviteremo gli stranieri a non frequentare le prostitute – dichiara un’iscritta -. Piuttosto che visitino il Museo dedicato a Mikhail Bulgakov, uno dei nostri più grandi scrittori».

Francesco Tortora@corriere.it