Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Archivio per novembre, 2009

Giustizia Per Paolo

Paolo Scaroni: «Quegli agenti mi hanno rubato la vita» 

L’INCONTRO. Il tifoso del Brescia picchiato a Verona nel settembre 2005 è stato ricevuto dal prefetto. «Voglio che qualcuno paghi, voglio che i colpevoli siano processati Sono stati individuati, ma la procura chiede ancora l’archiviazione»

Brescia.
  «Mi hanno rubato la vita e adesso voglio giustizia». Paolo Scaroni, 32enne di Castenedolo, rovinato nel fisico e nell’animo dal pestaggio subito il 24 settembre del 2005 alla stazione di Verona, durante una carica della polizia dopo la partita dei locali con gli azzurri del Brescia, non ci sta a farsi da parte. Non vuole mettersi in un angolo e piangersi addosso per quello che poteva essere e non è stato, non vuole rimuginare sulle occasioni che ha perduto, sul tempo, la vitalità, la gioia e l’allegria che gli sono state rubate dentro a quella maledetta stazione, e appena ha occasione fa sentire la sua voce. Non lo frena nemmeno l’ecolalia che lo perseguita da quando ha lasciato l’ospedale di Negrar nel Veronese, non gli impedisce di raccontare i suoi due mesi di buio totale e la lenta, difficile e dolorosa ripresa nemmeno l’afasia, che spesso gli impedisce di trovare le parole giuste. Non ha paura di nulla perchè sa che la sua sofferenza deve trovare giustizia, perchè ha pagato sulla sua pelle «il comportamento scorretto di chi non ha onorato la divisa che indossa».
E ieri mattina, trascinando visibilmente la gamba destra e aggrappandosi con meticolosità allo scorrimano, ha salito lentamente le scale che portano in prefettura. In programma un incontro importante: Paolo Scaroni era atteso dal prefetto Narcisa Livia Brassesco Pace. Scaroni non era solo all’incontro. Con lui gli amici di tifoseria, i ragazzi della Curva Nord Brescia 1911. Gli ultras della Nord sono stati vicini a Paolo ogni istante. E gli sono vicini nella battaglia legale che finora non ha portato alcun risultato, ma solo tanta amarezza.
«CI SONO LE PROVE che sono stato picchiato dalla polizia – spiega Paolo Scaroni -, da sette poliziotti che hanno fatto di tutto per uccidermi. Quando sono stato ricoverato a Verona non avevo nemmeno un livido sul corpo, ma mi hanno colpito solo alla testa. Volevano farmi male, ma io sono sopravvissuto». Paolo ringrazia ogni giorno per essere ancora vivo, ma la sua lucidità l’ha portato decine e decine di volte anche a sperare di morire. Il desiderio di farla finita si è insinuato spesso nella sua testa, massacrata in stazione, segnata da profonde cicatrici, rese invisibili dai capelli castano-rossiccio. Le cicatrici non si vedono più, ma per Paolo sono presenti in ogni istante, quando anche i movimenti più semplici diventano difficoltosi, quando il peso del forcone nella stalla gli impedisce di continuare il lavoro, quando la testa rimbomba a tal punto che anche seguire un film è un’impresa.
Paolo Scaroni non è più quello di prima. Non può riavere la sua vita, deve fare i conti con quello che è diventato, ma qualcuno deve pagare per tutta la sua sofferenza.
E i responsabili secondo Paolo Scaroni, il suo avvocato Sandro Mainardi e tutti gli amici della Curva Nord, hanno un volto, un nome e un cognome, sono sette poliziotti che dovrebbero finire davanti a un giudice. Ma la procura di Verona l’altro giorno, dopo l’iscrizione d’autorità dei sette nel registro degli indagati, ha nuovamente chiesto l’archiviazione. La prima richiesta di archiviazione è stata respinta, così come il ricorso in Cassazione.
Questo ha raccontato ieri Paolo al prefetto di Brescia. Ha chiesto di aver giustizia perchè «prima ancora di essere un tifoso è un cittadino bresciano». Il prefetto ha promesso il suo interesse. È un primo passo per Paolo. Finora le sue richieste sono rimaste senza risposta: ha scritto al ministro Maroni, ha scritto al Papa. «Spero che qualcuno mi aiuti perchè mi è stata rubata la vita e nessuno ha ancora pagato».

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No Alla Tessera

Mentre nell’hokey svizzero la lega ha eliminato sul nascere la nascita della tessera e’ stata in Italia dopo la manifestazione ecco la buona notizia…

Se ne riparla (forse) la prossima estate: è ufficiale ormai lo slittamento del progetto tessera del tifoso. Una brutta figura per il ministro Roberto Maroni che ha dovuto accogliere la richiesta delle società di calcio. Almeno per quanto riguarda serie A e B perché la Lega Pro va avanti per conto suo (e da Figline fanno sapere: “Siamo orgogliosi di averla adottata”). Ora è previsto un gruppo di lavoro: per la Lega Calcio scelti De Laurentis (Napoli), Sagramola (Palermo), Lotito (Lazio) e Marotta (Sampdoria). Ricordiamo: il Palermo con Zamparini era nettamente contrario, mentre De Laurentiis fu chiaro nell’incontro estivo al Viminale (“caro ministro, da soli non ce la facciamo ad imporre la tessera ai nostri tifosi”). Detto fatto, ecco l’ennesimo rinvio all’italiana. E’ stato molto netto, l’altro giorno, il vicequestore aggiunto Roberto Massucci, segretario dell’Osservatorio: “Temo che la tessera non sia stata compresa appieno dai dirigenti sportivi di alcune società e conseguentemente la tifoseria ha strumentalizzato determinate argomentazioni per sostenere ciò che non è, cioè una schedatura”. Una critica ai club, che sinora hanno collaborato poco o nulla col Viminale. Ma si farà mai questa tessera? L’Inter ce l’ha, il Milan pure, la Juventus e la Fiorentina sono (erano?) pronte ad iniziare l’iter burocratico. L’Empoli è d’accordo e fra poco sarà a regime. E sul fronte dei tifosi, c’è una spaccatura: molti contrari, è vero, ma c’è anche un crescente numero di favorevoli. Ora c’è tempo per discuterne con calma e, speriamo, serenità. Un unico consiglio: conviene sentire anche la voce dei tifosi, ignorarli sarebbe l’ennesimo sbaglio da parte di Maroni.

Una piccola vittoria ma il cammino e’ ancora lungo…


Il Rugby a Udine

Articolo delirante apparso sul gazzettino…

Al sogno di vedere l’Italia mettere in difficoltà allo stadio Friuli il Sudafrica dei Ghepardo, Giraffa, Bestia, campioni mondiali di rugby, si è sovrapposto il sogno della Zebretta udinese che mette in difficoltà all’Olimpico la Gran Madre Zebra. Dal sogno si è passati alla realtà: al Rugby Italia non è bastata una gran prova difensiva per evitare la tredicesima sconfitta consecutiva, all’Udinese Calcio non è bastato un gran disegno difensivo per scansare la quinta sconfitta nelle ultime sette partite di campionato.
L’Udinese contro la Juve era senza attaccanti ed è ricorsa ai suoi numerosi difensori e centrocampisti nel tentativo di ritornare indenne da Torino. E’ riuscita a addormentare la partita ma non a evitare la sconfitta di un misero golletto, che ha permesso alla Juve di covare la speranza d’inseguire l’Inter nella corsa verso lo scudetto. Si sperava che fra i moduli di gioco previsti dalle strategie di Pasquale Marino nelle retrovie della squadra ci fosse anche quello adatto a trovare finalmente chi, fra i suoi giocatori, è in grado d’ispirare la linea d’attacco (anche quando non c’è) e chi in grado d’ispirare la linea difensiva, che ci deve essere sempre. A Torino l’Udinese aveva il solo compito di contenimento degli avversari e quindi ha avuto tutto il tempo di pensarci.
Avevamo puntato molto sulla voglia di D’Agostino di approfittare dell’occasione per prendersi la rivincita sulla dirigenza della Juve, che, dopo averlo questa estate lusingato con un posto in squadra ben pagato, l’ha abbandonato e sfiduciato, creando un conflitto d’interessi con l’Udinese. Da qui è nata la ragione dei recenti dissapori con paròn Pozzo e con la commissione interna, che la partita di Torino avrebbe potuto far dimenticare, se lo stesso Dago, rivoluzionario con l’autorevolezza della fascia di capitano lasciatagli da Totò Di Natale, si fosse corretto e avesse abbandonato il ruolo innaturale di incontrista per avanzare verso la prima linea in cabina di regia. Ma la metamorfosi non è avvenuta sia perché i compagni erano troppo preoccupati a chiudere gli spazi e a rendergli difficile la vita, sia perché la fascia di capitano è andata al braccio di Zapata, che ha fatto valere l’anno in più di militanza nelle file dell’Udinese.
Quel che doveva succedere a Dago è successo a Zapata con merito maggiore perché, oltre a presentarsi come regista centrale difensivo, il nero colombiano con la propria compostezza e disciplina in campo ha saputo onorare il messaggio antirazzista pronunciato dalla Juve attraverso i microfoni dello stadio. Dopo gli squallidi ‘buu’ e i… ‘saltelli in morte dell’interista Ballotelli’ gli ultrà juventini hanno smesso la contestazione con un ‘Viva Zapata!’ e, in sottofondo, con un ‘Viva Pancho Villa!’ da rivoluzionari messicani. Pancho Villa come Gaetano D’Agostino, anche lui rivoluzionario tutto bianconero.
M.P0@.(Il Gazzettino di Udine)

Sabato a Udine c’e stata la nazionale di rugby…inutile negarlo folle di tifosi entusiasti hanno raggiunto la citta’ fin dal primo mattino per seguire la partita con un po di invidia commento l’evento al quale non ho partecipato…l partita non la posso commentare visto che ne capisco poco…commentiamo almeno l’evento allora…che dire lo stadio era pieno i tornelli non so se funzionassero e dubito ci fossero gli steward con il metal detector armati avanti ai cancelli…polizia non so nememno se ce ne fosse quello che so e’ che dentro lo stadio si poteva fare quello che si voleva…alcool libero…tifosi liberi di entrare ed uscire dallo stadio…sposor che fioccavano agli ingressi con un sacco di gadgets pur di avvicinare la gente allo sport…coreografia iniziale sponsorizzata e pure un megaschermo portato nello stadio per l’occasione…nulla comune con gli stadi che normalmente frequentiamo nel week-end…nemmeno la palla e nemmeno le porte…l’unica cosa in comune che hanno le due formazioni e’ che portare la nazionale e’ l’uico modo per riempire uno stadio al giorno d’oggi…e non sara introducendo una fantomatica tessera del tifoso che si potra riempirlo…

Calcio Moderno

Finalmente un articolo interessante…e’ anni che si tenta di dirlo anche sulle pagine di questo blog che non ha senso cambiare le maglie ogni anno e l’unica ragione e’ lo sporco business che manda avnti questo sport che altrimenti avrebbe molto meno interesse…

Follie da business maglie senza identità

Il Genoa con la maglia biancazzurra, Del Piero che sembra una Punto metalizzata, il Bologna color zucchina: il merchandising stravolge le squadre
di MAURIZIO CROSETTI

TORINO – Vi piace Del Piero vestito come una Punto metallizzata? Che ve ne pare di Hernan Crespo che una volta indossava la divisa biancoceleste dell’Argentina e adesso – con la terza maglia del Genoa – non sa più se l’ha comprato il Pescara oppure se a Enrico Preziosi hanno rifilato uno stock di pigiami in saldo? E quelli del Bologna bardati di verde come zucchine (anche se fu la seconda divisa ufficiale dal 1925 ai primi anni ’60)?. E quelli del Bari che hanno bizzarri inserti curvilinei rossi a sbaffo, un po’ di qua e un po’ di là?
Di tutti i colori, veramente. La smania del merchandising – produrre sempre nuove divise per venderle ai tifosi che non possono restare indietro con le collezioni autunno/inverno – ha ormai rovesciato anche le regole più elementari. Tipo: Juventus contro Udinese, entrambe con le maglie a righe verticali bianconere, dunque una delle due (un tempo, gli ospiti) la deve cambiare. E che ti combinano, i doppioni cromatici? Cambiano tutte e due le divise, col bel risultato che la Juve indossa quella da trasferta, la non memorabile maglia color acciaio con banda trasversale bianconera, mentre l’Udinese sceglie il completo giallo pompelmo, una tonalità già raccapricciante di suo, non fosse che nell’occasione fa pure a pugni col pallone, giallo anch’esso. Nell’intervallo, arbitro e guardalinee parlottano tra loro e convengono che sì, quella palla si vede male perché si confonde con i giocatori dell’Udinese. Da quale pulpito, però: la terna arbitrale sfoggia infatti la raccapricciante divisa fuscia elettrico, lucida e orrenda come un incubo postmoderno.
Arbitri colorati come pennarelli, centravanti estratti dalla cesta del verduriere, terzini vittime del delirio creativo di qualche stilista rubato all’agricoltura. Lo scopo è far soldi, sai che novità, però è un po’ difficile che il pubblico si indentifichi con i colori sociali. I quali, un tempo, equivalevano alla bandiera ed erano intoccabili, al massimo si faceva qualche concessione alle seconde maglie (quasi sempre sobrie, e tendenti al bianco o al blu) ma solo per ragioni televisive, soprattutto quando le riprese in bianco e nero obbligavano a cercare contrasti più netti per le vecchie tivù.
E’ una moda, e purtroppo non passa. All’estero vediamo o abbiamo visto il Manchester United con una V nera sul petto come un Brescia infuocato, oppure un Barcellona marroncino chiaro, giusto quella sfumatura da influenza intestinale. Non resta che unirci alla speranza di Gasperini, allenatore del Genoa in pigiama: “Beh, speriamo che queste maglie bianche e celesti le vendano tutte in fretta”. Anche se il top resta la divisa dell’Italia ai mondiali 2006, quella con gli aloni sotto le ascelle, unica maglietta “pre sudata” nella storia del calcio. Portò bene, però.
Mi si dice, ma solo riguardo al Genoa, che si tratta di una maglia dei primi del Novecento. Beh, dovrebbero dirlo in anticipo!


Modelli Di Repressione : Spagna

Erano scesi in piazza in mille per chiedere dove fosse…ed ecco che arriva una triste verita…

Una forza di polizia spagnola avrebbe
seppellito Jon Anza in territorio francese

Secondo fonti affidabili con le quali Gara è entrato in contatto, Jon Anza –originario di Donostia/San Sebastian- il 18 di Aprile sarebbe stato intercettato sul treno verso Tolosa da agenti di polizia spagnoli. Il sequestro del militante di ETA, gravemente malato, avrebbe dato luogo a interrogatori illegali durante i quali Anza morì. Queste fonti asseriscono che decisero allora di disfarsi del corpo senza vita, seppellendolo in territorio francese. Gari
MUJIKA | DONOSTIA I nuovi elementi emersi sulla scomparsa del militante di ETA Jon Anza –avvenuta lo scorso 18 Aprile mentre si dirigeva ad un appuntamento con membri dell’organizzazione armata – lasciano presupporre un chiaro finale: la morte dell’ex prigioniero donostiarra. Secondo informazioni a cui ha avuto accesso Gara, fornite da fonti che sono state a contatto con testimoni diretti del caso, si conferma il ruolo di un corpo di polizia spagnolo nel pedinamento così come del sequestro del militante. Le informazioni esistenti si possono riassumere così: Jon Anza, che quella mattina si dirigeva in treno da Baiona versoTolosa ad un incontro con vari membri di ETA –così come rivelò la stassa organizzazione armata- e che era affetto da una grave malattia che lo rendeva quasi completamente cieco, sarebe stato intercettato durante il tragitto da effettivi di un corpo di polizia spagnolo. Dopo essere stato fatto scendere, il militante sarebbe stato sequestrato dagli agenti e in seguito sottoposto a interrogatorio illegale, nel corso del quale morì. Le fonti assicurano che il corpo senza vita del militante fu successivamente seppellito in una zona imprecisata nello stato francese. Tuttavia esse non sono a conoscenza del fatto che i membri della forza di polizia spagnola contassero su qualche connivenza o collaborazione delle autorità francesi, o se attuassero senza di essa. Rubalcaba chiamato in causa Dopo questi nuovi dati, è d’uopo ricordare il pubblico appello che il dirigente del PNV Joseba Egibar realizzò alla fine di Agosto al ministro degli interni spagnolo: “Sarebbe bene che Rubalcaba spiegasse se la Polizia spagnola abbia detenuto Jon Anza in territorio francese”, domandò. Rubalcaba rispose col silenzio. In realtà, solo una volta rispose a una domanda sulla localizzazione di Anza. In una conferenza stampa a Gasteiz, il ministro spagnolo rispose così alla domanda fatta da GARA: “E’ evidente che le FSE non hanno nulla a che vedere con questa sparizione. Ciò che si capisce è che è una questione interna a ETA, tanto che è stata la stessa ETA a darcene notizia. Le ipotesi sul campo sono facili da immaginare. Ma nulla a che vedere con le FSE”. I dati sulla fine di Jon Anza assumono ancora più forza se si fa riferimento agli ultimi casi di sequestri polizieschi o parapolizieschi di cittadini baschi. Ad esempio, quello subito dal rifugiato politico Juan Mari Mujika l’11 Dicembre dell’anno scorso a Donapaleu, quando fu intercettato da vari poliziotti che si rivolsero a lui in francese, ma che poi si qualificarono come agenti spagnoli. Lo tennero sequestrato due ore in una baracca abbandonata, dove fu sottoposto a interrogatori illegali durante i quali veniva minacciato di ritorsioni verso sua figlia, allora incarcerata a Madrid. Aumento di sequestri politici In Maggio ci fu poi il caso dell’ex prigioniero bilbaino Lander Fernandez, sequestrato da agenti che si qualificarono come ertzainas dopo avergli intimato di collaborare con loro Fernandez fu preso a bastonate, così come riferì lui stesso. In seguito alla sua denuncia pubblica dei fatti, fu arrestato per mandato della Audiencia Nacional spagnola. Un altro caso eclatante fu quello denunciato dall’ex prigioniero di Arbizu Alain Berastegi: alcuni falsi clienti richiesero i suoi servizi da muratore, ma fu poi sequestrato -sotto la minaccia di una mitraglietta- da dodici persone incappucciate e tenuto per sette ore in un’impervia zona montuosa. Recentemente si è saputo invece che –questa volta a Pamplona/Iruñea-fu trattenuto con la forza e sottoposto a forti minacce Dani Saralegi, della piattaforma Gora Iruñea!.

Modelli Di Repressione : Italia


La persecuzione dei giovani movimenti

Se vedi novanta poliziotti in assetto antisommossa a Milano, sui navigli, in un’alba spenta che solo novembre sa offrire, pensi di assistere a un’operazione di estrema gravità e urgenza. Magari per sventare qualche pericolosissima minaccia terroristica esotica, come quella che da oggi scopriamo incombere sul nostro premier. Se poi li vedi circondare il Lab Zero o Ringhiera, insomma la casa occupata sul nuovo parco lungo Ripa di Porta Ticinese, pensi che sia imminente lo sgombero, un’altra mossa dell’offensiva unilaterale innescata da questa città contro tutti gli spazi non omologati in nome della “riqualificazione”.

Invece, no. Questo venerdì 13 novembre, quell’impressionante schieramento di poliziotti è lì per arrestare tre degli occupanti. Tre pericolosissimi appena ventenni, ancora addormentati. Altri due ragazzi sono già stati prelevati dalle loro abitazioni nell’hinterland, buttati giù dal letto come criminali pronti alla fuga. Tutti e cinque hanno tra i venti e i ventiquattro anni, uno di loro finisce a San Vittore, gli altri quattro ai domiciliari. L’accusa è di rapina aggravata e lesioni, sembra che rischino dai quattro ai dieci anni di carcere.

Che cosa hanno fatto? Si sono rifiutati di pagare qualche centinaio di fotocopie fatte presso la libreria Cusl dell’Università Statale, il 2 ottobre scorso. Un bottino di al massimo una ventina di euro.

Forse la notizia riportata nella sua brutalità può restituirci un po’ dello sconcerto che non siamo più in grado di provare. Mese dopo mese, in questa Italia e in questa Milano, stiamo imparando ad accettare nuovi livelli di realtà. Una situazione simile fino a poco tempo fa sarebbe stata letta come un falso, uno scherzo, una deformazione, qualunque cosa; oggi esiste, è terribilmente reale, forte di tutti i presupposti che l’hanno resa possibile. La nostra opinione pubblica sembra vivere in una condizione di stress post-traumatico che fa accettare passivamente qualsiasi cosa.

Siamo pronti quindi a tollerare un simile spreco di risorse pubbliche per uno schieramento di forze delirante, allo scopo di fermare cinque persone perfettamente reperibili in qualsiasi momento, cinque ragazzi che avevano compiuto un’azione la cui gravità si equipara al rubare la merenda a un compagno a scuola, nell’ora di ricreazione. Cinque ragazzi appena più giovani di me, che ora rischiano di vedere la loro vita rovinata. In una città come Milano, in cui è ormai impossibile nascondere il vergognoso scandalo della penetrazione della criminalità organizzata nell’edilizia e nei fantomatici lavori per l’Expo, in cui evidentemente i problemi di illegalità stanno a ben altri livelli, questo non può e non deve essere reale.

Lo è, invece, e non solo: ci tocca leggere articoli di giornale spietati come quelli subito comparsi, pronti a trattare questi ragazzi come soggetti altamente pericolosi, con grande sprezzo del ridicolo.

È ormai evidente che stiamo assistendo a una vera e propria persecuzione dei giovani, come aveva già osservato qui Valerio Evangelisti nel suo editoriale Ucciderli da piccoli: anche questo ennesimo episodio non deve essere considerato slegato dagli altri agghiaccianti avvenimenti degli ultimi giorni.

Prima di tutto le circa sessanta denunce partite per i cortei dell’Onda dello scorso anno. Poi l’assedio sistematico a tutte le forme di cultura e di aggregazione giovanile, con l’esempio surreale dell’inaugurazione della cancellata che impedisce l’accesso alla collinetta davanti al Mom proprio nel giorno del ventennale della caduta del muro di Berlino (!). Qualsiasi richiesta di spazi viene negata, prima a parole, e poi da uno sbarramento di manganelli. Infine forse il caso più angosciante di tutti, la chiusura del liceo serale statale Gandhi, fiore all’occhiello della città, i cui studenti sono stati a loro volta perseguitati, continuamente sgomberati, picchiati e dispersi, e aspettano in presidio permanente in tenda da due mesi, solo per rivendicare il proprio diritto allo studio. Il comune ha avuto il coraggio di mantenere la propria posizione anche dopo la sentenza del Tar che ha dato ragione agli studenti, bloccando la chiusura della scuola.

Sempre venerdì 13, di sera, gli studenti hanno provato a occupare per protesta la sede delle scuole civiche, in via Marsala. Sono stati sgomberati la mattina dopo, all’alba, dai soliti poliziotti armati fino ai denti come se dovessero fare irruzione in un covo mafioso. Il video dell’operazione stringe il cuore.

Eppure anche questa realtà è possibile, proprio perché abbiamo imparato ad accettarla: quella della fiamma ossidrica della polizia che apre la porta, mentre gli studenti sempre più angosciati cantano in coro con voce rotta “vogliamo solo studiare”.

Ho scritto questo intervento di getto, pieno di sconcerto e rabbia per quanto accaduto e per il fatto che quasi nessuno avesse preso posizione in merito, e proprio ora mentre rileggo il pezzo sto seguendo la diretta del corteo di oggi, sempre a difesa del liceo Gandhi, in centro, in cui la polizia ha fermato altri quattro ragazzi e caricato i manifestanti.

Difficile davvero, di questi tempi, essere giovani a Milano. Non respiri, e non si tratta solo dei veleni a cui l’aria ti condanna ogni giorno. Non esiste lo spazio vitale per crescere, agire, fare proposte culturali proprie. Non esiste un mercato di lavoro capace di vederti come una risorsa, e non come un pezzo di carne rimpiazzabile in qualsiasi momento, e fino ad allora sfruttabile a piacere, gratis.

Difficile davvero, resistere alla tentazione di andarsene da un paese che sa solo sputare su di te. E che ti ripaga così della scelta di restare, di impegnarti a costruire qualcosa in mezzo a tutto questo disastro. Rimboccati le maniche, perché sarà dura davvero.

E se a Milano per 400 fotocopie si smobilita l’intero corpo di polizia non va meglio a Roma dove dei poliziotti fanno comparire addirittura una pistola contro i manifestanti…
di Andrea Scarabelli @carmillaonline


Elenchi Telefonici

Ormai si usano sempre meno…perche abolirli???

Studente austriaco scova ex SS ricercato

Per oltre 60 anni ha vissuto inosservato lavorando in una stazione ferroviaria tedesca. Ma il suo terribile passato è stato riportato alla luce da un giovane studente viennese che lo ha scovato consultando l’elenco telefonico. Andreas Forster, ventottenne austriaco, stava portando a termine una ricerca sul massacro di Deutsch Schützen-Eisenberg, cittadina al confine austro-ungarico in cui furono sterminati 58 ebrei tra il 28 e il 29 marzo del 1945. Tra coloro che parteciparono all’eccidio c’era anche un sergente dello spietato corpo delle Waffen SS, che si chiamava Adolf Storms. Il giovane, dopo aver consultato gli archivi storici di Berlino, ha spulciato gli elenchi del telefono di alcuni Länder tedeschi e ha scoperto che un omonimo cittadino novantenne viveva a Duisburg. L’ha rintracciato e assieme al suo professore Walter Manoschek ha condotto tra luglio e ottobre dello scorso anno una lunga intervista al presunto assassino. Più tardi la registrazione dell’intervista è stata offerta al Tribunale di Duisburg che, dopo lunghe indagini e verifiche, ha riconosciuto il novantenne e martedì scorso lo ha accusato dell’eccidio commesso alla fine della Seconda Guerra Mondiale

L’ECCIDIO – La procura non ha voluto rendere note le generalità dell’imputato (ha parlato solo di un «pensionato tedesco»), ma la stampa l’ha immediatamente identificato. Adolf Storms che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva combattuto con la Quinta divisione Panzer «Viking» sul fronte orientale, dopo varie sconfitte subite dall’Armata Rossa, assieme ai suoi commilitoni si stava ritirando all’interno dei confini austriaci in modo da arrendersi agli americani piuttosto che ai più duri sovietici. Tuttavia la sua divisione, guidata dal generale Felix Steiner, un nazista della prima ora, decise che prima di consegnarsi agli Alleati, bisognava eliminare gli ebrei che erano stati impiegati dall’esercito tedesco come lavoratori forzati per la costruzione di fortificazioni. Secondo le testimonianze storiche raccolte negli archivi dallo studente Forster, Storms e altri membri delle SS prima sequestrarono gli oggetti di valore ai prigionieri e poi ne uccisero cinquantasette con un colpo alla nuca nel villaggio di Deutsch Schuetzen. Furono gli stessi prigionieri a scavare la loro fossa comune che sarebbe poi stata scoperta da un’associazione ebraica nel 1995. Il cinquantottesimo ebreo, invece, fu ucciso proprio da Storms il giorno seguente, mentre si dirigeva assieme ai suoi commilitoni nel villaggio di Hartberg.

LE TESTIMONIANZE – Il professor Manoschek descrive il novantenne come una persona mentalmente sana, ma con gravi problemi di salute: «Vedremo se potrà essere giudicato – dichiara Manoschek – Dipende tutto dalla sua salute». Andrea Brendel, il magistrato che sta seguendo il caso, ha dichiarato che contro l’imputato ci sono le testimonianze di tre membri della “Gioventù Hitleriana” che assistettero al massacro: «Un quarto membro, che adesso vive in Canada, sarà intervistato questa settimana». Secondo il professor Manoschek molti dei membri della “Hitler-Judend” presenti durante l’eccidio furono giudicati nel 1946 e condannati a due anni di carcere.

CRIMINI DI GUERRA – Quando lo scorso anno il giovane studente e il suo professore sono arrivati a Duisburg, hanno trovato un novantenne «vivace» che fingeva di non ricordare nulla del massacro: «Probabilmente si sentiva in pericolo e perciò diceva di avere pochi ricordi precedenti al 1945» – ha spiegato alla rivista tedesca Der Spiegelil ventottenne Forster. Secondo la stampa austriaca, l’ex sergente delle SS è riuscito a farla franca per tutti questi anni perché ha cambiato l’ortografia del suo nome. Dopo la guerra rimase un anno in un campo di prigionia americano e poi fu rilasciato. Il suo nome non è mai comparso tra i ricercati della II guerra Mondiale e nemmeno il famoso centro “Simon Wiesenthal”, che nel corso degli ultimi decenni ha scovato i più importanti criminali nazisti, era sulle sue tracce: «Questa storia è incredibile – dichiara Efraim Zuroff, direttore del centro Wiesenthal – Dimostra che è possibile identificare criminali che hanno sulla loro coscienza eccidi efferati e giudicarli in tribunale anche dopo così tanti anni».

Francesco Tortora @corriere.it