Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Archivio per novembre, 2010

Inter vs Tottenham

Uno striscione a San Siro, dei tifosi dell’Inter, ma anche tantissime mail spedite in questi giorni all’Uefa: continua la protesta contro la tessera del tifoso, voluta dal ministro Roberto Maroni e osteggiata dai club. Così com’è, non funziona. Non serve. Lo abbiamo scritto più volte: a fine stagione, è necessaria una riflessione totale. Intanto i tifosi italiani scrivono all’Uefa. Ecco una mail mandata a Nyon da sostenitori che si firmano: “Signor Platini, ancora una volta La avvisiamo di quanto sta accadendo in Italia allo sport che tanto amiamo. Il Ministro degli Interni (onorevole Maroni, Lega Nord), attraverso l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, sta cercando di evitare che i tifosi che non sono d’accordo con il suo progetto della ‘tessera del tifoso’ (una carta prepagata ricaricabile imposta ai tifosi, non regolata da alcuna legge e assolutamente inutile) possano assistere a partite di calcio, anche se non a rischio…”. Nelle lettere mandate a Michel Platini è spiegato inoltre che esistono discriminazioni territoriali, che Chievo-Roma è diventata una partita a rischio quando lo scorso anno ospitò 20.000 tifosi romanisti senza alcun problema, che gli stadi italiani sono sempre mezzi vuoti (cosa che peraltro Platini sa benissimo). Non so quale potrà essere la reazione dell’Uefa, che non interviene mai nella questioni che riguardano le singole Federazioni europee: ma di sicuro non condivide un’iniziativa come quella della tessera del tifoso. Platini crede che altre siano le strade per combattere la violenza negli stadi, non quelle di schedare tifosi che già sono schedati con gli abbonamenti e i biglietti nominativi (altra anomalia italiana). Maroni è sempre più isolato: speriamo possa ricredersi. Lo stesso sindaco di Roma, Gianni Alemanno, è contro la tessera del tifoso, “burocratica e repressiva” l’ha definita. I club di calcio la subiscono e solo adesso stanno cercando di organizzarsi (non tutti, però). Le trasferte sono diventate più complicate, e pensare che uno degli scopi della tessera era proprio quello di agevolarle. In futuro, le curve riservate alle tifoserie ospiti saranno solo per i tifosi non tesserati. Gli altri che hanno la tessera verranno ospitati in diverse zone dello stadio: si sta cercando di migliorare la situazione che sinora ha creato non pochi disagi. Caro Maroni, prima o poi dovrà rendersene conto che così com’è non serve a nulla e se gli incidenti negli stadi (e dintorni) sono diminuiti la tessera del tifoso non c’entra assolutamente nulla. Al Viminale sono convinti invece che la tessera abbia fatto diminuire radicalmente gli incidenti e che molte tifoserie (vedi quelle del Napoli e del Livorno) ora possono di nuovo andare in trasferta senza problemi. “E’ migliorato-assicurano-il livello organizzativo”. A gennaio comunque verrà fatto il punto con le società.

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Udinese vs Napoli

Non siamo noi i razzisti siete voi i napoletani…

Altro brutto episodio contro i napoletani avvenuto all’interno di uno stadio. Il teatro questa volta è stato il “Friuli”, dove ieri una parte dei tifosi dell’Udinese ha mostrato, poco prima che iniziasse la partita, dei sacchetti per l’immondizia, chiaro riferimento all’emergenza esplosa a Napoli nuovamente da qualche mese a questa parte.


Tanti auguri???

Oggi scopro che secondo il sito ufficiale l’udinese calcio ha una data di nascita scoperta ai piu…e pare sia stata quella del 30 novembre… cosi dopo una rapida ricerca sul web contollando meglio si viene a scoprire che la data appare piuttostro strana e campata in aria visto che secondo altre fonti…
La storia dell’Udinese co­mincia l’8 settembre 1896 con uno scudetto mai riconosciuto dalla Fe­derazione, che sarebbe sorta solo due anni più tardi, ma del quale i friulani vanno tuttora fieri. Furono dei ragazzini ginnasti di sedici, diciassette anni, capita­nati dal loro insegnante, Antonio Dal Dan a iscriversi al “Primo campionato nazionale dei giochi”, che tra le varie discipline comprendeva anche il calcio (foot­ball), in programma a Treviso dal 6 all’8 settembre e organizzato dalla Federazione italiana di Gin­nastica.
La Ginnastica Udinese sconfisse la resistenza delle altre due squadre iscritte, il Turazza di Treviso e la Ginnastica di Ferrara, aggiudicandosi un gonfalone di seta ricamato a mano, in oro, che sul labaro portava la scritta: “Pri­ma gara nazionale di giuochi gin­nasti – campionato nel giuoco del calcio (Foot Ball)”. Bissantini, Chiussi, Ksnapfel, Pellegrini, Milanopulo, Del Negro, Plateo, Spivach, Dal Dan (allenatore-gio­catore), Tam, Tolu: questi i prota­gonisti del successo. L’1 luglio del 1911 i soci della Società di ginna­stica udinese si riuniscono e edi­tano lo statuto della Società per il Gioco del calcio Udine.

Come fa una squadra che non esiste a vincere uno scudetto???premesso che nemmeno quello e’ mai stato riconosciuto allora tutto acquisterebbe un senso…


Leslie Nielsen R.i.p.

“Una pallottola spuntata”, “L’aereo più pazzo del mondo”, “S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa”, citi questi film e ti viene in mente lui: Leslie Nielsen, con quella faccia simpatica e la grossa chioma bianca. L’attore comico è morto ieri in Florida in seguito alle complicazioni di una polmonite, in un ospedale vicino alla sua casa di Fort Lauderdale, assistito dalla moglie e dai suoi più cari amici. Quasi 60 anni di carriera alla spalle, con interpretazioni che hanno fatto ridere il mondo: dal detective Frank Drebin in “Una pallottola spuntata”, passando per “L’avventura del Poseidon” (1972), fino al cult “L’aereo più pazzo del mondo” e a “Dracula: morto contento” di Mel Brooks. Nielsen ha fatto tappa anche in Italia con “S.P.Q.R. 2000 e ½ anni fa”, diretto da Carlo Vanzina nel 1994. Canadese naturalizzato americano, Leslie Nielsen era nato da genitori danesi e gallesi e aveva studiato alla Lorne Greene Academy of Radio Arts di Toronto prima di trasferirsi negli Stati Uniti.
I suoi film Fratello dell’uomo politico Erik Nielsen (primo ministro del Canada dal 1984 al 1986) e nipote dell’attore premio Oscar Jean Hersholt, recitò anche in film drammatici e di fantascienza, come “Il pianeta proibito” (1956) e “L’avventura del Poseidon” (1972). All’inizio della sua carriera sostenne anche un provino per far parte del cast di Ben-Hur di William Wyler, ma non venne preso. Durante gli anni ’60 e nei primi anni ’70 diventò una guest star televisiva, in ruoli di dottore, avvocato, o ufficiale di polizia, grazie alla sua inconfondibile chioma bianca. Passò quindi al filone comico-demenziale degli anni ’80 sotto l’egida della ditta Zucker-Abrahams-Zucker, in pellicole come “L’aereo più pazzo del mondo” e la trilogia di “Una pallottola spuntata” (1988, 1991, 1994), che parodiavano i film catastrofici, polizieschi e horror in voga nella cinematografia del periodo. Recentemente Nielsen aveva interpretato ruoli più impegnati e si era dedicato al teatro, al doppiaggio di cartoni animati e aveva prestato la voce per spot pubblicitari e programmi per l’infanzia.
Le recenti esperienze Negli ultimi anni aveva trovato il tempo di partecipare al terzo (2003) e quarto episodio (2006) della fortunata serie comico-parodistica Scary Movie, diretta dall’amico e mostro sacro del cinema demenziale americano David Zucker. Tra i numerosi premi, Leslie Nielsen vantava anche una Stella nella Hollywood Walk of Fame al 6541 di Hollywood Boulevard ed era stato inserito nella Canadas Walk of Fame. Sposato quattro volte, lascia tre figli e otto nipoti.


Giustizia per Gabriele

Tanti gli striscioni e le curve che ne hanno ricordato il terzo anniversario…

ma il gesto piu significativo arriva da Monaco di baviera il gruppo “Schickeria Munchen”

Nelle prime ore del mattino del 24 Novembre, sulla strada del ritorno da Roma, noi tifosi del Bayern del gruppo “Schickeria” abbiamo voluto fare un atto di solidarietà nei pressi dell’area di servizio di Badia al Pino Est. Abbiamo letto come la memoria di Gabriele Sandri sia stata presa a calci: per un giovane così barbaramente assassinato, è stata persino negata una targa che ne conservasse il ricordo. Della verità, diremmo che è persino inutile parlarne ancora.
Negare la targa a Gabriele è qualcosa di assolutamente disumano, è una vergogna!
La sua non è stata una morte accidentale. Gabriele è stato vittima di un poliziotto senza scrupoli e della propaganda del governo che ha sempre seminato odio nei confronti dei tifosi. Soprattutto, Gabriele è stato vittima di una violenza sproporzionata.
Non abbiamo voluto accettare tutto questo. Con la nostra iniziativa abbiamo voluto rendere il nostro piccolo contributo affinché Gabriele potesse ricevere una targa e un ricordo degno della sua grave vicenda, e magari un po’ di attenzione in più per la sua storia di inaccettabile vergogna e violenza.
Per questo abbiamo deciso di incidere una piccola targa commemorativa in metallo. Per questo l’abbiamo installata nell’area di servizio di Badia al Pino Est, in segno di protesta contro l’incuria e l’insensibilità di chi ha voluto negare un ricordo ufficiale alla memoria di Gabriele Sandri.
Una protesta civile e pacifica. Un appello alla verità e all’umanità.
Un piccolo gesto.




Roberto Stracca

Noto giornalista de “Il corriere della sera” e da sempre contrario alla tessera ci ha lasciato ma il suo ultimo pezzo e’ stato pubblicato ugualmente e merita di essere letto…

Tifo, violenza e orgoglio
In curva, tra le ultime tribù

Identificati come nemici, gli ultras sono anche una realtà aggregativa «Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace». Il vecchio ultras scuote la testa. Ne ha passate tante, ne ha viste troppe. Ha osservato la sua curva mutare volto, anticipare, spesso in negativo, i cambiamenti della società. Ha preso atto che la delinquenza entrava liberamente nel suo mondo e si accaparrava il business del merchandising mentre i suoi amici venivano diffidati per aver urlato «mercenario» a un giocatore svogliato. Ha conosciuto ragazzini raggirati e spinti a far propaganda politica dagli stessi che poi, indossato il doppiopetto ministeriale, al tg chiedevano leggi speciali contro di loro. Ha captato che la tensione stava salendo strategicamente e visto una generazione-cerniera di leader riconosciuti rasa al suolo per lasciare il territorio a «cani sciolti» senza regole. Eppure la curva aveva continuato a vivere, gli ultras a essere una realtà attiva in Italia.
Ora, però, sente sulla pelle che si è a un punto di non ritorno. Che nulla sarà come prima. Nessuna bomba intelligente: per combattere la metastasi hanno deciso di spazzare via anche la parte sana. E così una storia con tante macchie (ma anche cose belle che un giorno dovranno essere raccontate) è, forse, vicina al capolinea. Perché il problema non è solo la contestatissima «tessera del tifoso» ma la volontà di omologare, di normalizzare, di rendere meno libera l’ultima forza antagonista della società italiana. Ha ragione lo scrittore Enrico Brizzi (in Jack Frusciante è uscito dal gruppo): «Gli ultras hanno rappresentato l’unica realtà aggregativa che è sopravvissuta negli ultimi 40 anni in Italia». Il partito è morto, l’oratorio non è che stia così bene, il movimento studentesco è ormai poco più di una barzelletta. L’antagonismo in Italia, anche per la necessità di pacificare le piazze dopo i sanguinosi anni Settanta, ha finito per confinarsi (o essere confinato) nelle curve degli stadi che per lungo tempo sono state vere e proprie zone franche, off limits alle forze dell’ordine, extraterritoriali. Per diventare oggi, in un contrappasso dantesco, un laboratorio di legislazione speciale.
Sia chiaro: la curva non è un mondo perfetto. Tutt’altro. Fate l’elenco di tutti i mali contemporanei e ce li troverete. A cominciare, purtroppo, dalla droga. Dalle canne fricchettone degli anni Settanta alle pasticche sintetiche degli ultimi tempi: sono tutte passate dalla curva. Centro di affari diventato troppo grande perché la malavita ne potesse rimanere fuori. Ma, nonostante tutto, per migliaia e migliaia di ragazzi da Nord a Sud, l’iniziazione al mondo, la palestra di vita, l’apprendimento delle norme non scritte del mondo è stato su un muretto o su una balconata. Tra un fumogeno e un coro politicamente scorretto. Mandata in pensione la naja obbligatoria, adolescenti o post adolescenti hanno imparato la gerarchia e il rispetto dei più «vecchi» prendendo l’acqua su una gradinata o soffrendo fame e sete su un treno topaia.
I soloni del calcio entertainment non si vogliono rendere conto che se gli stadi italiani non sono ancora più vuoti e deprimenti di come già appaiono non è per le loro cavolate d’iniziative promozionali. Tanti ragazzi e ragazze continuano ad andare in curva, dove la partita s’intravede più che vedersi, proprio grazie (e solo grazie) agli ultras, per voler stare insieme, per non rassegnarsi a vivere di solo Facebook, per un ideale distorto ma un ideale, per fedeltà alla tribù parafrasando il titolo del romanzo di John King.
Cosa spinge un tifoso del Torino ad andare a vedere una squadra che colleziona figure penose da anni e schiera carneadi che rispondono al nome di Di Cesare e Iunco che magari a gennaio andranno via? L’orgoglio di far parte della Maratona, una delle curve che hanno fatto la storia del tifo italiano. Di sentirsi parte di un qualcosa di più grande e di provare a fermare il tempo, di tornare per 90’ a quando lo stadio era il rito collettivo della domenica. O, analogamente, che cosa porta, quando le tv satellitari offrono i dribbling di Messi o le finezze di Robben comodamente lì sul piccolo schermo, un tifoso della Ternana o del Verona a farsi ore e ore di viaggio per una partita di Prima divisione e per dei giocatori che a fine partita neppure li saluteranno? L’appartenenza al proprio gruppo. Non è che bisogna esserne felici, di ciò, ma prenderne atto sì: l’ultras ha saputo continuare ad aggregare in una società liquida e sempre più disgregata.
Nonostante una pubblicistica che non li aiuta, nonostante siano stati dipinti come la feccia della società e nei talk show televisivi si trovino attenuanti non generiche anche ai serial killer ma non per chi, sbagliando, ha dato un pugno in uno stadio, c’è chi continua a essere ultras, a scegliere di essere ultras, a vantarsi di essere ultras. E non sono pochi. Stadio Italia. I conflitti del calcio moderno (curato da Silvano Cacciari e Lorenzo Giudici, edito da La Casa Usher), ottimo libro in materia, ha spiegato perfettamente come la società contemporanea ha necessità del conflitto e di un nemico. E di come questo, a un certo punto in Italia, sia stato individuato nell’ultras.
E gli ultras italiani hanno avuto una colpa primaria: quella di essere usciti, metaforicamente, dallo stadio. Fin quando si sono picchiati per un rigore non dato o per uno striscione rubato, non è mai fregato niente a nessuno. Ma quando hanno cominciato a elaborare un loro pensiero, una mentalità (che non è di destra né di sinistra, anche se simbolicamente e retoricamente ha forti richiami con l’estrema destra), allora sì che hanno cominciato a dare fastidio. Quando hanno fatto gli striscioni per chiedere case per i non salariati, difendere gli operai messi in cassa integrazione, esaltare i pompieri che salvavano le vite dopo un terremoto, urlato contro la speculazione di chi vuole costruire gli stadi e chiesto giustizia per i bambini vittime di crimini efferati, hanno spaventato. Avevano i numeri (da far invidia a tanti leader politici, generali senza truppe), consenso (persone, non solo giovanissimi, disposti a seguirli) e ribalta (il sempre maggior numero di telecamere dentro gli stadi).
E hanno firmato la loro condanna. Perché in una società omologata e assopita chi non pensa che la vita sia partecipare a un reality spaventa. Ecco, allora, la voglia se non di eliminare l’ultras, di assimilarlo. Una battaglia vinta perché dall’altra parte non c’è un movimento coeso. «I colori ci dividono, la mentalità ci unisce», ripetono gli ultras sui forum. Ma le divisioni, le rivalità, gli antagonismi non sopiti fra le curve (e all’interno delle stesse curve) li hanno resi più facilmente vulnerabili. E i loro autogol rischiano di sentenziarne la sconfitta. Come le molotov contro il ministro Maroni che hanno finito per colpire chi appoggiava pacificamente la contestazione alla tessera del tifoso per motivi ideologici.
C’è, infatti, chi dice che lo stadio non sia che una prova. Che dopo i tornelli ai cancelli degli impianti sono arrivati quelli voluti nella pubblica amministrazione ideati dal ministro Brunetta. E che la «tessera dello studente» non sia altro che la tappa successiva della «tessera del tifoso». Certo è che gli stadi cambieranno: si avvicineranno a un circo o un cinema, dove si vede uno spettacolo e non ci si affeziona a luoghi e cose. Sicuramente a molti piacerà. A chi ha vissuto, amato, palpitato, sbagliato sugli spalti, no. «Se avessi 15 anni oggi – confessa il vecchio ultras – non so se entrerei e vivrei una curva come l’ho vissuta io». Ed è l’unica volta che guardando la sua carta d’identità non si arrabbia e si sente fortunato.
Roberto Stracca 22 novembre 2010 (ultima modifica: 23 novembre 2010)


copACABana

Le forze dell’ordine al servizio del cittadino? Macché, “la polizia della sicurezza se ne frega”. In un’intervista pubblicata su Rivista Romanista, un agente che preferisce rimanere anonimo ha spiegato che gli abusi di potere fra i suoi colleghi sono un fenomeno crescente e sempre più preoccupante.Un fenomeno che riguarda soprattutto la gestione della sicurezza degli stadi.
Nell’intervista, a firma di Daniele Lo Monaco, il poliziotto spiega anche i motivi del suo silenzio: “Se denunciassi tutto con il mio nome e il mio cognome, farei un servizio migliore alla società civile, ma sarei chiamato a render conto di tutti i reati a cui ho assistito negli anni e che per omertà, per non mettere nei guai dei colleghi, non ho denunciato”.
Ecco l’intervista integrale, che è stata ripresa dal sito Sport People.
Perché ci ha chiamato?
“Perché sono convinto che un buon poliziotto debba svolgere la sua attività tenendo sempre ben presenti i diritti e il rispetto di ogni cittadino. Purtroppo questo non accade più”.
Da parte dei poliziotti?
“No, principalmente di chi li guida”.
Può spiegarsi meglio?
“Sul vostro giornale avete già trattato il caso Gugliotta. A che cosa crede sia dovuto?”.
Beh, nervi scoperti, impreparazione fisica, tecnica e psicologica, rambismo, abuso di potere. O no?
“Per me molto più semplicemente parliamo di gestione dell’ordine pubblico insensata. Prima magari si chiede ai poliziotti che vanno per strada di far finta di non vedere, di usare buon senso, di chiudere un occhio, poi all’improvviso, magari perché arriva una telefonata allarmata dall’alto, o perché i media fanno pressione, trasmetti l’ordine di arrestare comunque qualcuno da dare in pasto all’opinione pubblica. E puntualmente, pochi minuti dopo, ecco il teppista preso, picchiato e impacchettato. Peccato che sia stato un clamoroso errore”.
Vede molte responsabilità nel caso Gugliotta?
“Io non voglio accusare nessuno, se ci sono responsabilità saranno accertate e i responsabili perseguiti”.
Ritiene dunque che sia principalmente un problema di gestione?
“Il collega che si sente Rambo è una figura frequente nell’amministrazione, ma se il capo che lo comanda è persona equilibrata e corretta, il “Rambo” non potrà far troppi danni. Se invece lo scateni è finita… Se inviti a picchiare quello picchia. Se dici di non scrivere niente nei rapporti quello è stracontento di non scrivere niente”.
E di fronte a qualche deriva di questo tipo, un poliziotto onesto e corretto non potrebbe opporsi o farlo presente ai superiori?
“C’è un meccanismo tale nella strutturazione interna che il denunciante rischierebbe lui un procedimento disciplinare. Ho letto sulla sua rivista l’intervista a Michelangelo Fournier: quando lui parlò di macelleria messicana a Genova in pochi gliel’hanno perdonato nel corpo”.
C’è una parola precisa per tutto questo e si usa nel gergo mafioso: omertà.
“Il nostro sistema non è mafioso, ma il principio è identico. Ci sono pochissime tutele per chi volesse comportarsi secondo la legge”.
Ritiene che la gestione dell’Interno del Ministro Maroni incentivi queste derive?
“Guardi la riforma della smilitarizzazione della Polizia di Stato del 1981 era mossa proprio dal tentativo di riavvicinare la gente all’istituzione. Qui invece mi pare che si vada nella direzione opposta e evidentemente le responsabilità partono sempre dall’alto. Una polizia realmente trasparente non la vuole nessuno. Quel che è successo, ad esempio, con la ragazza marocchina nelle grazie del presidente del Consiglio, e con le varie telefonate da gabinetti e questure varie lo fa capire chiaramente”.
A suo giudizio, l’Arma dei Carabinieri in questo senso garantisce maggior senso civico?
“Il mio parere? Se la Ruby fosse stata fermata dai Carabinieri, di questa storia non si sarebbe mai saputo niente. I carabinieri sanno essere ancora più rigidi nel difendere i propri territori. L’unica certezza è che chi gestisce l’ordine pubblico in realtà cerca semplicemente di portare a termine il proprio compito senza troppi danni. Ma della sicurezza del cittadino non gli importa niente”.
Detta così è un’accusa gravissima.
“È solo il mio pensiero. Nel calcio, ad esempio, le complicità sono diffuse ad ogni livello. Con le società, con i tifosi, con i politici. È un carrozzone che muove molte carriere”.
Ci faccia capire. Che tipo di complicità può esserci tra i gestori dell’ordine pubblico e le tifoserie?
“Mi pare evidente. Un questore dura al massimo un paio d’anni, poi sa di poter puntare alla poltrona di prefetto, in quel periodo deve solo far passare il tempo senza creare troppi danni”.
E quindi si impegnerà per far rispettare l’ordine secondo direttive comuni a tutti i questori.
“Il contrario. Lui deve fare bella figura e non combinare casini. Magari può essere conveniente stringere accordi con i capi ultras, se poi quando finisce la tregua il nuovo questore si trova situazione infuocate chissenefrega. Così finché comandi tu lasci che gli ultrà curino i loro business, a volte chiudi un occhio se qualcuno fa qualche cazzata, gli fai entrare lo striscione a patto che non vi siano insulti contro il Ministro degli Interni, sennò addio carriera, in sostanza riconosci un ruolo ai capitifosi, a volte proteggendo anche chi fa da tramite, come certi imbonitori radiofonici. Addirittura alcuni vengono foraggiati, tanto esistono i fondi per gli informatori che non necessitano di alcuna autorizzazione. Tutto finalizzato al quieto vivere”.
E le denunce che fioccano? E i daspo?
“Ma quelli sono per i pesci piccoli. Per i teppistelli che si fanno beccare come polli. Lo peschi col fumogeno e lo tieni fuori dagli stadi. Ma se un fumogeno lo prendi a un protetto, allora chiudi un occhio, e il sequestro è contro ignoti”.
La legge sugli stadi, insomma, non funziona.
“Fa ridere. Secondo lei uno steward può assumere le funzioni di pubblico ufficiale? Per trenta euro lorde un ragazzotto mandato a svolgere questa funzione in uno stadio secondo lei si mette a perquisire o a far accomodare fuori dai cancelli chi si comporta male? Senza alcuna tutela che hanno i veri pubblici ufficiali? E quindi col rischio che quello che magari hai fatto arrestare ti venga a prendere sotto casa il giorno dopo? Follia pura. Semmai dovrebbero fare come a Milano: lì le i club pagano società private che garantiscono professionalità perfettamente addestrate. Ma allora bisogna pagarli profumatamente. Qui da noi gli si danno quattro soldi. Noi ne abbiamo arrestato uno una volta che ha difeso un sospetto ostacolando l’inseguimento dei poliziotti… Per non dire di quando tra gli steward abbiamo riconosciuto a volte anche personale della Protezione Civile. Ma chi li pagava quelli? Misteri italiani”.
Con le società che compromessi si fanno?
“Le società hanno tutto l’interesse a mantenersi certi rapporti. Così regalano ogni volta centinaia e centinaia di ingressi per ogni partita. Senza considerare le tessere non nominative delle forze dell’ordine che dovrebbero essere accompagnate dal tesserino di riconoscimento e invece servono a far entrare quasi sempre gli amici degli amici”.
Nessuno controlla?
“Quando mai? C’è addirittura un dirigente del commissariato che sta allo stadio ed è costretto a star lì solo per garantire l’ingresso di chi non avrebbe alcun titolo per entrare. In sostanza, si entra allo stadio o con i biglietti omaggio elargiti dalle società, o con i tesserini o senza alcun controllo. In totale, diverse centinaia di ingressi. Tra cui ristoratori, macellai, giornalai, parenti, amici, conoscenti, questuanti, portaborse e via degenerando, tutti amici degli amici. Quando Roma e Lazio vanno bene in campionato sono dolori, le richieste aumentano”.
E dove siedono?
“Ovunque. Non ha mai visto bambini nel settore Autorità, quello destinato, per l’appunto, solo alle autorità? E poi in Tribuna d’onore, in Monte Mario e ovviamente sulle scalette. Si chiede perché le scale delle nostre tribune sono sempre occupate?”.
In Inghilterra sono sempre sgombre…
“Lì la prassi del “Mi fai entrare?” è sconosciuta. È una questione culturale. Da noi il biglietto omaggio è un must. Chi ne beneficia spesso se ne potrebbe permettere decine a pagamento. Ma è molto trendy scroccarlo. E non parliamo dei concerti…”.
Che interesse avrebbero le società di calcio a rinunciare a tanti ingressi a pagamento?
“Intanto i rapporti personali con le istituzioni che poi sanno essere riconoscenti. E poi quando bisogna prendere le decisioni sull’ordine pubblico le società molto spesso hanno delle richieste che poi vengono esaudite, magari sull’orario di inizio. Potere per il potere. Ho visto con i miei occhi dirigenti e politici umiliarsi per avere una maglietta firmata di un giocatore. Alcuni hanno persino accesso al campo”.
Mi viene in mente l’ultima giornata di tre campionati fa, quando la Roma si giocò lo scudetto a Catania e il Catania si giocava la salvezza. Sul campo c’erano centinaia di persone, capi ultras gestivano la sicurezza in curva, i romanisti in campo furono minacciati di morte: dall’inchiesta non uscì niente, il Catania fu multato dopo una rapida inchiesta federale per 15000 euro.
“Perfetta triangolazione di rapporti società, tifosi, istituzioni…”.
Torniamo ai compromessi. Quali sono quelli che riguardano i politici?
“La carriera è interesse di tutti. E si sa che in questo campo le protezioni politiche per fare passi avanti sono fondamentali”.
Possibile che nessuno fa mai carriera per bravura?
“Diciamo in casi molto limitati”.
Anche i mezzi sono sempre più limitati. Una recente inchiesta giornalistica ha svelato che…
“È la nostra triste realtà”.
E la tessera del tifoso?
“Un palliativo buono per gli istituti di credito che è servito solo a mascherare il flop del decreto sugli stadi. Tutti gli esperti di ordine pubblico sanno che è solo una presa in giro”.
Ma Maroni sbandiera il calo degli incidenti.
“Sì, certo, tanto ormai allo stadio non va più nessuno”.
Dal provvedimento della tessera non si torna indietro?
“Finché ci sarà Maroni al ministero no. Si è speso troppo per questo provvedimento. Lei saprà che tutte le società erano contrarie alla tessera, ma sono state sostanzialmente costrette a piegarsi, pena l’agibilità degli stadi”.
Ma l’Olimpico ora è a norma”.
“Ovviamente no. Ma a forza di deroghe si continua a chiudere un occhio”.
Le telecamere che vengono monitorate nella grande sala controllo sopra la Monte Mario coprono bene tutti gli spalti?
“Non proprio ovunque, ma già è un bel passo avanti. Il fatto è che certi servizi sono davvero costosi. Anche il posto di Polizia all’Olimpico è inadeguato. È piccolo, stretto, doveva essere ampliato da tempo, ma poi si sa come vanno queste cose”.
Ci sono celle di sicurezza?
“Due, ma non sono omologate come tali, diciamo che servono per un primo intervento. E se dentro ci stanno quattro-cinque tifosi viene pure a mancare l’aria, non c’è neanche una finestra”.
Torniamo a Roma. Il derby è andato bene.
“Si vede che il questore ha fatto le cose per bene, non consentendo ai tifosi a rischio di poter accedere alla Tribuna Tevere e l‘orario pomeridiano ha favorito la tranquillità. L’anno scorso i presidenti avevano preteso di vendere i biglietti della Tevere”.
È stato un successo del nuovo questore?
“Si vede che ci teneva a dare un segnale forte, anche con l’operatività del daspo immediato. Ne sono stati conferiti nove”.
Alla vigilia sul Messaggero erano uscite notizie riguardo un’informativa giunta alla Digos, su possibili regolamenti di conti interni alla Curva Nord con complicità della tifoseria napoletana.
“Diciamo che sono cose che prima di un derby escono spesso, così se poi gli incidenti accadono si può dire che era stato lanciato l’allarme e se non accadono significa che ha funzionato l’opera di prevenzione”.
Sembra come quei rinvenimenti di armi nei giardini intorno allo stadio o dentro le macchine parcheggiate la notte prima di un big-match.
“Se avvengono dentro le macchine non può esserci dubbio, la macchina a qualcuno deve appartenere, non si scherza su certi dettagli. Se invece il ritrovamento è all’interno di un sacco… qualche dubbio sulla reale provenienza del materiale è lecito…”.
Ma insomma se si volesse mantenere un po’ di ottimismo per il futuro questa intervista non concede molte chances.
“Io spero nel nuovo questore. Ma finché chi si comporta male continua ad avere la certezza che sia intoccabile non si può essere ottimisti”.
Si riferisce a quello che è successo con Gabriele Sandri?
“Quella è stata una brutta storia oltretutto gestita malissimo. Mi pare evidente che il collega non abbia sparato per ammazzare, ma il suo errore è stato grave e i tentativi di copertuna successivi hanno aggravato la condizione dolorosa. Se posso permettermi una valutazione personale, le dico anche che capisco poco il desiderio di vendetta così forte. Non dei parenti, non mi permetterei mai. Ma dei tifosi di tutta Italia. Così non si risolve niente”.
Quanto guadagna un poliziotto?
“Una miseria. Se va bene e fai un po’ di straordinari arrivi ai 1500 euro. Poi ci si stupisce del tasso di suicidio così alto. È anche provato che il turno in quinta crea scompensi fisiologici”.
Che cos’è il turno in quinta?
“I nostri turni sono fatti così: si lavora dalle 19-24, poi il giorno dopo dalle 13 alle 19, poi il giorno dopo dalle 7 alle 13 e poi da mezzanotte alle 7. Si chiama turno in quinta. E determina disequilibri”.
La bella realtà che si vede in fiction tipo “Distretto di polizia” è pura finzione?
“Io vedo solo continue mortificazioni, mogli incazzate, figli che non si vedono mai e turni sempre più lunghi di straordinari per poter incassare qualche euro in più”.
Un’ultima curiosità. La sera dell’assalto alle caserme la ricorda? Che idea se n’è fatta?
“Ricordo bene tutto e non mi abbandona un’idea: che quella sera si è trattato di un attacco premeditato e organizzato politicamente. C’erano gruppi troppo omogenei abilissimi nella guerriglia urbana, con tecniche vere, pronti a gestire situazioni pesantissime, che ad un certo punto sono spariti simultaneamente. E quando noi chiamavano ai piani alti per sapere qualcosa nessuno si faceva trovare al telefono. E i nostri capi che non arrivavano. Troppo strano, tutto troppo strano”.
Ma qualcuno è stato arrestato.
“Qualcuno che è rimasto col cerino in mano. Magari senza capire troppo bene in che cosa era stato coinvolto…”.