Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Archivio per gennaio, 2011

17 marzo


Il 17 marzo e’ per antonomasia la giornata di San Patrizio…festa nazionale della repubblica d’irlanda e giornata nella quale vengono scolate quantita elevate di Guinness…storica birra irlandese…addirittura a chicago la tradizione prevede che le acque del suo fiume principale vengano tinte di verde…colore simbolo dell’irlanda…

Gli italiani che si sa per queste cose arrivano sempre in ritardo invidiosi della festa si sono accorti che 150 anni prima proprio in quella giornata era stata proclamata l’unita nazionale…non sono nazionalista ma puo essere proprio una buona motivazione per concedersi una bevuta…

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29 Gennaio 1995

Sedici anni fa moriva prima della partita Genoa Milan , Vincenzo Spagnolo giovane tifoso rossoblu ucciso con una coltellata da un tifoso ancor piu giovane di lui rossonero…domenica scorsa nel giorno del sedicesimo anniversario le due tifoserie nonostante la rivalita si sono ritrovate unite nel ricordo della morte..

Divisi nel tifo ma uniti negli ideali e nel rispetto per una persona che a distanza di sedici anni continua ad essere ricordata con la stessa emozione. Poco prima della partita fra Genoa e Parma i Boys gialloblu si sono riuniti sotto il cippo che nel piazzale del Ferraris ricorda Vincenzo Spagnolo. I tifosi ospiti, accolti dagli ultras della Gradinata Nord, hanno deposto un mazzo di fiori sotto il monumento e consegnato una sciarpa con i colori ducali a Cosimo Spagnolo, il padre di “Spagna” di cui ieri è stato ricordato il sedicesimo anniversario della morte. Presente anche una delegazione di ultras della Cremonese che hanno esposto uno striscione in ricordo del ragazzo e salutato i tifosi di casa, in un clima di rispetto reciproco e di grande emozione, salutato dagli applausi dei presenti e dei gruppi che poco dopo hanno raggiunto i rispettivi settori.


Pericolo Renne

In Norvegia hanno inventato un sistema curioso per evitare che le renne vengano investite: un collare luminoso  che aumenta la visibilità degli animali. Ogni anno in Norvegia sono circa 500 le renne che sono  uccise dalle automobili. Questi animali vagano per le strade e molto spesso sono travolti dagli automobilisti, che non riescono a fermarsi in tempo o che non si accorgono del loro passaggio.
Una vera strage quella delle renne, ma non solo… spesso anche le persone rimangono ferite in seguito all’incidente. Si era, quindi, alla ricerca di un sistema che limitasse i danni agli animali e alle persone. Il collare luminoso, da applicare alle renne, è sembrato una soluzione a questo problema.
In Norvegia, secondo  il Centro internazionale di allevamento delle renne, sono circa 200.000 le renne allevate. Dell’allevamento di questi animali si occupano soprattutto i sami, una popolazione locale. Proprio i sami avevano tentato, in precedenza, di limitare gli incidenti che causano la morte delle renne; avevano applicato sul manto degli animali una speciale colla riflettente, che permetteva agli automobilisti di accorgersi del loro passaggio. Purtroppo questo sistema non ha avuto successo, in quanto la colla non rimaneva attaccata durante l’inverno.
Invece i collari luminosi sembrano funzionare. Sono stati  applicati a circa 2000 renne, e sono state fatte varie prove per testarne l’efficacia. Un esperimento effettuato con una motoslitta ha dato esiti molto positivi; grazie al collare, infatti, le renne sono molto più visibili. “Funziona davvero” ha affermato Kristian Oevernes, capo del progetto per conto dell’Ente norvegese per le strade pubbliche.


No alla tessera

Tessera del tifoso, è arrivato il momento di fare chiarezza: presto l’Osservatorio del Viminale terrà una riunione con tutti i rappresentanti delle varie Leghe calcistiche per fare il punto della situazione dopo il girone d’andata. E per raccogliere critiche e suggerimenti. Intendiamoci bene: lo scopo del ministro Roberto Maroni e del capo della polizia, Antonio Manganelli, era più che lodevole. La volontà cioè di riportare le famiglie negli stadi, isolare i (pochi) violenti, riaprire le trasferte, abbattere (in tre anni) le barriere. Insomma, portare i nostri stadi a livello europeo: legalità e rispetto. Lo scopo è fallito: la tessera del tifoso non serve. Ha creato più svantaggi che vantaggi: è stata vista, sbagliando, solo come uno strumento di polizia, di repressione, oppure come un  business per le banche. E questa è colpa non tanto del Viminale, che si è fatto carico dell’iniziativa, ma dei club che si sono sempre defilati, che l’hanno subita e mai assecondata. Dove sono i vantaggi per i tifosi che si tesserano? Sconti sui biglietti? Facilitazioni per la trasferte? Tessere premio per supermercati, negozi di abbigliamento sportivo, eccetera? Niente: pochissimo è stato fatto. Della tessera del tifoso ormai parla solo Maroni: silenzio da parte di Abete, Beretta e Abodi. La Federazione e le Leghe fanno finta di nulla, come se non li riguardasse e fosse solo un problema del Viminale. Sbagliatissimo. Così si dà un’immagine distorta della tessera: altro che fidelizzazione deitifosi. Lo stesso garante della privacy è intervenuto. Bisogna fare chiarezza. Al Viminale fanno la loro parte, accollandosi l’intero progetto: il nuovo direttore dell’ufficio ordine pubblico, dottor Armando Forgione, il capo dell’Osservatorio, il questore Pietro Ieva, e il vicequestore aggiunto Roberto Massucci, cercano di gestire nel migliore dei modi il “pianeta stadi”. Ma la collaborazione dei club, salvo lodevoli eccezioni, è ancora troppo scarsa. Come se i tifosi non fossero loro. All’estero ogni club ha un dipartimento che si occupa della tifoseria, che gestisce biglietti, trasferte (anche internazionali), merchandising, eccetera. Da noi niente. I tifosi vengono “spremuti” solo in occasione  degli abbonamenti, poi addio. Così non va. Hanno ragione quando parlano di calcio-business. Si sta perdendo lo spirito di un tempo, e gli stadi, basta guardare, sono desolatamente vuoti. Non mi riferisco solo alla serie A ma anche e soprattutto alle categorie minori. E’ stato ucciso il calcio dei derby, dei campanili. Nella Lega Pro c’è il deserto eppure Mario Macalli è stato il primo ad aderire al progetto tessera del tifoso. Nei dilettanti vediamo prefetti che hanno paura di gestire i derby, e così che fanno? Chiudono gli stadi, arrivederci e grazie. Nel silenzio delle istituzioni, anche del presidente Carlo Tavecchio che pure è combattivo e sempre presente. Ma così, muore lo spirito di un tempo, scompaiono le stracittadine. Altro che stadi senza barriere (lodevole iniziativa della Lega Dilettanti): soprattutto al Sud ci sono ancora troppi impianti chiusi, troppe trasferte vietate.
La situazione negli stadi, almeno in serie A, comunque è migliorata: secondo Maroni, il merito principale è della tessera del tifoso. Non credo sia così: restano problemi con le trasferte, con il doppio “binario” (tifosi tesserati in tribuna e gli altri, i presunti “cattivi” nella gabbia dedicata alla tifoseria ospite). Ma a Torino, Milano, Palermo gli incidenti sono rarissimi. A Roma non è stato sparato un lacrimogeno, ma sono aumentati i Daspo del 400 per cento. A  Palermo non chiedono più rinforzi ai reparti mobili delle altre città (a volte, in passato, anche 200 poliziotti per partita) ed è stato gestito con buon senso il derby col Catania (merito anche dei presidenti Zamparini e Pulvirenti, va detto). A Torino non ci sono più episodi di razzismo e violenza. A Milano lo stadio di San Siro è fra quelli più frequentati, ma il clima che si respira è (abbastanza) buono, tranne qualche striscione e fumogeno di troppo. Ancora da risolvere la situazione di Napoli, dove stanno ritornando in passa i tifosi quasi come ai tempi di Maradona: ma come ha dichiarato il pm Giovanni Melillo a Repubblica, “interi settori dello stadio sono sottratti all’autorità dello Stato e  controllati da gruppi violenti…”. Una critica pesante alla questura di Napoli: abbiamo visto anche filmati con gente che scavalca al San Paolo, altri tifosi (magari padri di famiglia) che entrano in due ma con un solo biglietto aggirando i tornelli. Non si può pretendere che facciano tutto gli steward, magari sottopagati. Basterebbe qualche poliziotto in borghese. Basterebbe la stessa volontà di Roma dove chi prima entrava senza biglietto adesso – se viene scoperto – è punito con due anni di Daspo. Basta volerlo fare. A Napoli, come ha spiegato il pm, siamo ancora lontani.


Google Car

La Google Car era in giro per Pordenone  a catturare il paesaggio dalla visuale stradale, a un’altezza di circa 3 metri grazie alla videocamera a 360 gradi che immortala costantemente il paesaggio, palazzi, persone, particolari, ecc… Il tutto sarebbe poi dovuto finire, come al solito, su Google Street View.
Ma all’improvviso il misfatto: una pattuglia di vigili urbani ferma la Google Car, controlla soprattutto il sistema di sostegno delle videocamere e sentenzia il ritiro del libretto visto che la vettura non è giudicata idonea alla circolazione. Sul messaggeroveneto.gelocal.it trovate, a pagamento, la notizia intera.
Un eccesso di solerzia dei vigili per le tartassatissime Google Car: lo speciale modello che guida da solo è stato infatti dichiarato fuorilegge; in Giappone una foto di biancheria intima femminile appesa ha scatenato un caso giudiziario; in tutto il mondo Italia compresa è scoppiato qualche tempo fa il caso dei dati sulle reti Wi-Fi; infine non mancano le bufale ossia le scenette appositamente costruite ad hoc per il passaggio dell’auto come l’uomo nudo nel baule e il parto sul marciapiede.

 

 


Ridateci Mike

Un buco e le telecamere fuori uso “Non balordi, hanno pensato a tutto”

A Dagnente sul Lago Maggiore, lo shock dopo la profanazione. Tra i pochi indizi i segni delle gomme del furgone dei malviventi. Il custode: “Qui vengono solo i parenti, nessuno credeva potesse succedere a noi”
dal nostro inviato MAURIZO CROSETTI

LA TIVU’, la sua cara tivù, adesso prova a infilare il naso dentro una tomba vuota. Hanno rubato Mike. Di notte. L’ha scoperto il signor Giuseppe Buscaglia, 76 anni. Tutti i giorni alla stessa ora porta i fiori alla moglie Teresina. “Mi sono girato, ho visto il loculo rotto del Mike, i mattoni per terra, la lapide martellata, e più niente dentro”.
Il pubblico, i curiosi, le telecamere, persino il quiz: chi sarà stato? C’è tutto, nell’ultimo show che Mike avrebbe proprio evitato. Era venuto a cercarsi la pace più remota del mondo sulla cima di questo colle, una cartolina del Lago Maggiore tra palme e magnolie, con la spuma delle barche che tagliano l’acqua laggiù e un silenzio profondissimo, da pianeta disabitato. “Qui mangiamo pane e tranquillità”, dice Idilio Calzavara, il custode del camposanto.
Un cimiterino semplice, quasi disadorno, un muro di mattoni rossi, una parete di cemento color ghiaccio, una tettoia in ferro, i loculi che sorgono come scatolette. È la tomba della famiglia Zuccoli, Daniela, la moglie. Due file di quattro loculi, un piccolo giardino a separarli. Quello di Mike è il penultimo dal basso. Lui è sopra la sua mamma, Enrica Carello, e sta sotto i suoceri, anzi stava. “Hanno rotto i mattoni e hanno portato via la bara dal retro, c’è anche un buco nella rete”, racconta il signor Giuseppe. “Quando mi sono accorto, erano le undici meno un quarto del mattino. Il cimitero è sempre deserto, mai visto niente di strano, qui
non viene nessuno. Passo le giornate da solo con i miei morti”.
Non è un luogo di pellegrinaggio, la frazione Dagnente di Arona, un posto davvero da niente, ma in senso bello. Un posto semplice. La chiesa, il campanile, il parco giochi, il bar, il cimitero, qualche casa color pastello. Questo in alto, verso il paese. Perché sotto, nella collina che scende al lago, si spalancano altri universi. Ecco le ville di Mike, un ex convento del Seicento, e quelle di Mondadori, di Cuccia, dell’ex presidente Gronchi, del Duce e di Claretta. Ecco, sulla sponda lombarda che pare di poterla toccare, il Castello Borromeo, dove il celeste delle acque si stempera nel biancore dell’aria fredda. Una terra di strana, inquietante bellezza. Anche se ieri pareva tutto morto, anche gli alberi, anche le parole della gente.
“Si è perso il rispetto, dunque si è perso tutto”, scuote la testa il parroco, don Mauro Pozzi. La sua canonica sta proprio di fronte al camposanto. “L’anno scorso sono venuti i ladri, e le telecamere non funzionavano. Come adesso”. Dunque questi profanatori sapevano che la video-registrazione era fuori uso e tanto sprovveduti non sono. Non come i balordi che trafugarono la salma di Enrico Cuccia, dieci anni fa. Subito presi, e già liberi.
Quando il signor Giuseppe ha scoperto la tomba vuota, è corso al bar “Arca di Noè” e ha telefonato al custode di villa Zuccoli, Gianfranco Masuri. In pochi minuti, tutto il paese sapeva. E in tanti sono venuti sulla collina, silenziosi, attoniti. Persone, non fan. C’era il tizio che ricorda le feste in villa, “i compleanni, la musica fino a tardi, l’elicottero di Berlusconi che ogni tanto atterrava sul campetto di calcio”. E c’è chi ha ancora negli occhi il battesimo di Nicolò Bongiorno, uno dei tre figli di Mike, l’unico rimasto qui ad Arona con la moglie ucraina, e tre figli lui pure. “Che grande festa! A un certo punto arrivò la madrina del bimbo, che era Giulietta Masina, e c’era pure Fellini”.
Qualcuno fa il giro del cimitero, dietro il muro rosso dove non si vede il lago ma solo il bosco già quasi nero, nella sera che cala presto con tutte le sue ombre. Sul fango resistono i segni delle gomme, si distingue il cerchio esatto che deve aver fatto l’auto, oppure il furgone, aspettando che i ladri portassero giù la bara. Ecco lo squarcio nella rete. E sembra di vederla, la macabra processione notturna. I balordi che dondolano sotto il peso della cassa, uno tira, l’altro spinge, pare fossero in quattro, e poi via di corsa. Senza testimoni, senza rumore.
“È terribile, è terribile, dire che siamo costernati è poco”, ripete Alberto Gusmeroli, il sindaco di Arona. “Dobbiamo stare vicini ai familiari, a Daniela, ai figli e ai nipoti, e aspettare”. L’elicottero della Polizia picchia l’aria con le pale, la zona è tutta recintata, ci sono agenti ovunque e occhi affamati, e i fari per le dirette televisive. “Stavolta siamo riusciti a finire sul giornale, però era meglio di no”, mormora tra sé il custode Idilio.
“Faccio il giro del camposanto a mattina e sera, apro alle otto, chiudo alle cinque, mai niente fuori posto. Qui vengono solo i parenti, e i morti quand’è la loro ora. Nessuno, in paese, pensava che potesse succedere a noi, neanche dopo la brutta storia di Cuccia. Ma io dico, non possiamo lasciare tranquillo almeno chi non c’è più?”
Il campanile di San Giovanni Battista batte le ultime ore, e ancora nessuna richiesta di riscatto. L’eco scende fino a riva. Dal colle di San Carlo si scioglie un buio che fa paura, e si porta appresso la prima nebbia come un sogno cattivo. Ormai si vedono appena le sagome dei carabinieri in divisa, e gli uomini delle pompe funebri. Pare quasi un altro funerale, però il morto l’hanno rubato e chissà quando torna, se poi tornerà. Sul lago rimane la scia di un’ultima vela, incongrua nel gelo di gennaio. Assurda come una tomba svuotata.


Tu sbagli…io pago!!!


I 70 poliziotti condannati per le violenze del G8 di Genova non dovranno pagare i risarcimenti alle loro vittime. A farlo saranno le tasche dei cittadini italiani e non quelle dei condannati. La postilla di una legge, l’articolo 2 bis della legge del 17 dicembre, prevede la creazione di un fondo di solidarietà civile per le vittime di manifestazioni sportive e anche di diversa natura. Secondo questa piccola legge, i fondi presenti in questa cassa potrebbero essere utilizzati dallo Stato per rivalersi dei soldi risarciti alle vittime. Praticamente una volta lo Stato risarciva le vittime delle violenze delle forze dell’ordine e si rifaceva sui condannati, ma ora, se una commissione lo riterrà opportuno, può attingere al nuovo fondo, creato coi soldi di tutti i cittadini. La speciale commissione sarà presieduta da un Prefetto e sarà completamente interna al Viminale, sarà cioè composta da soli poliziotti.In tutto lo Stato deve risarcire per gli eventi del G8 di Genova 10 milioni di euro: ai cento giovani massacrati di botte alla scuola Armando Diaz, sono stati già versati una media di 20 mila euro a indennizzo, ma restano ancora da pagare le provvisionali per le torture della caserma Bolzaneto, più le spese legali e le probabili cause civili. Ai responsabili una volta sarebbe stato prelevato forzatamente un quinto dello stipendio fino all’estinzione del debito. Ma ora l’ipotesi si allontana sempre più: insomma per i poliziotti condannati per i fatti della scuola Diaz e della Caserma Bolzaneto, incluse alte sfere come Francesco Gratteri o Gianni Luperi, si prospetta una totale impunità effettiva, anche nel probabile caso di condanna in Cassazione.