Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Stadi, leggi e libertà

Stadi, leggi e libertà

di Corrado Del Bò.

Foto: CuoregranataFoto: Cuoregranata

Immaginate di svegliarvi una domenica mattina e vedere che è una bella giornata di sole. Non avete programmi per il pomeriggio e decidete di fare quel che non fate da tempo, andare allo stadio a vedere la partita della squadra di calcio della vostra città.

La squadra milita in Prima Divisione di Lega Pro (quella che un tempo si chiamava Serie C1); non sta disputando un gran campionato e lo stadio è regolarmente semi-vuoto, diciamo un settecento spettatori, abbonati compresi (vent’anni fa sarebbero stati almeno il triplo, ma non c’era la serie A in televisione, in varie forme e salse; ma questa è un’altra storia). Arrivate dunque allo stadio trenta minuti prima dell’inizio della partita, per fare il biglietto: sapete infatti che i biglietti sono nominativi e che quindi occorre un po’ più di tempo che in passato, quando allungavate un deca e vi davano il tagliando, arrivederci e grazie. Qui però fate una spiacevole scoperta: i biglietti non sono in vendita. È infatti accaduto che l’Osservatorio sulle manifestazioni sportive abbia deciso per ragioni di sicurezza di vietare la vendita dei biglietti il giorno della partita. Sul momento vi scocciate, ma poi, da cittadino coscienzioso, vi rendete conto che la sicurezza negli stadi è un obiettivo importante e dunque val bene un piccolo fastidio per voi; la prossima volta vi informerete per tempo sulle modalità di accesso allo stadio, regolandovi di conseguenza. E ve ne tornate a casa.

A sera però incontrate un vostro amico, abbonato della squadra locale. Il vostro amico vi racconta della non memorabile partita, ma soprattutto vi dice che il settore dove lui va abitualmente, e dove sareste andati anche voi se vi avessero venduto il biglietto (il rettilineo di fronte alla tribuna, i “distinti”), era per metà occupato da ultras della squadra avversaria. “Come?”, trasecolate. “Eh si”, vi spiega lui, “non lo sapevi che molti gruppi ultras hanno rifiutato di sottoscrivere la tessera del tifoso e dunque non possono andare nel settore ospiti, che è appunto riservato a chi possiede la tessera del tifoso?”. “Ma dai”, obiettate voi, “non sarebbe logico isolare in settori appositi le frange più calde, e dunque teoricamente più pericolose, del tifo calcistico? E poi non vendono a me il biglietto il giorno della partita!”. Il vostro amico allarga le braccia e, col fare di chi ormai è rassegnato, vi spiega che così è anche se non vi pare, e che questa non è che una delle tante storture che ogni giorno di festa vede chi si ostina (bontà sua!) ad andare allo stadio, in provincia, a vedere campionati che di professionistico hanno soltanto il nome [1]. E vi racconta quel che gli accade ormai da due anni a questa parte: una serie di piccoli soprusi e vessazioni che in altri luoghi della convivenza sociale non si danno e, se si dessero, non sarebbero accettati.

Il vostro amico ha fatto la tessera del tifoso, quella di cui l’ex ministro degli Interni Roberto Maroni va così fiero, perché avrebbe stroncato la violenza negli stadi (è una bufala, naturalmente [2]). L’ha fatta perché ama la squadra della sua città, vuole seguirla anche in trasferta e non ha nulla da nascondere; dunque, non ha ragioni per non sottoscrivere la tessera del tifoso, casomai ne ha una ottima per aderirvi: chi ha la tessera del tifoso non incorre nelle restrizioni in cui talvolta incappano quanti non la possiedono. Pensa, il vostro amico, che i molti gruppi ultras che alla tessera del tifoso sono ferocemente contrari [3] guardino il dito anziché la luna, dato che già coi biglietti nominativi (introdotti nel 2005 [4]; la tessera del tifoso è invece operativa dal 2010 [5]) “siamo tutti schedati”; e che gli usi commerciali della tessera del tifoso, altro grande timore delle curve e di qualche intellettuale in vena di apocalisse, sono volontari, non obbligatori [6] .

Il vostro amico, dicevamo, va abitualmente in trasferta. Ha la tessera del tifoso, quindi è un tifoso di cui ci si può fidare, ma gli è capitato di subire, lui che assieme a quattro gatti va nel settore ospiti (in un’area perciò isolata da quella dei tifosi locali), tre controlli all’ingresso; agli altri tifosi della sua squadra, senza tessera del tifoso e che pertanto vanno nello stesso settore degli spettatori locali, nemmeno uno. Gli è successo di essere accompagnato anche in bagno, da solerti steward del servizio d’ordine [7] , trattato come un terrorista che potrebbe accendere un ordigno e causare una strage. Oppure di dover discutere per evitare il sequestro di uno spray nasale, come se non fosse evidente la differenza tra un Vicks Vaporub e un petardo. O ancora di non poter bere un Aperol Soda al bar all’ora di pranzo, per un draconiano divieto di vendita di bevande alcoliche nei dintorni dello stadio, come se fossero queste disposizioni a impedire l’innalzamento del tasso alcolemico dei tifosi più esagitati.

Ma non è che gli va meglio quando si reca allo stadio della sua città. Deve, ve lo ha appena raccontato, condividere lo stesso spazio con decine di tifosi avversari (quelli appunto che non hanno fatto la tessera del tifoso); se ci sono teste calde, ci penseranno un pugno di carabinieri e poliziotti a garantirgli l’incolumità? Se piove, poi, la commedia diventa farsa. Lo stadio della vostra città è coperto, ma come giungere non troppo bagnati al riparo della tribuna quando diluvia? All’ingresso (in passato, a volte, anche 50 metri prima dell’ingresso), il vostro amico deve lasciare giù l’ombrello e fare i trenta metri che lo separano dalla tribuna sotto l’acqua. Gli è accaduto con l’ombrello a punta, il che gli era sembrato tutto sommato ragionevole, ma gli è capitato anche con quello pieghevole del supermercato, quello che si spacca al solo pensiero di darlo in testa a qualcuno e che, se provi a gettarlo in campo, ti ritorna indietro tipo boomerang [8] . Il vostro amico, poi, fuma e ovviamente gira con l’accendino in tasca. Bene, glielo confiscano regolarmente, nel timore che lo lanci in campo, in preda al furore calcistico; dal che non si capisce perché non gli ritirino pure le monete da uno e due euro, se la preoccupazione è per gli usi impropri dell’oggettistica che gli occupa le tasche.

Di esempi come questi il vostro amico ne ha a bizzeffe. Alcuni li ha dimenticati, altri li ha rimossi. Gli sfugge il senso di regole uniformi, che uniformemente valgono per San Siro (dove ci sono, quando va male, 50.000 spettatori) e per Lumezzane (dove ce ne sono 500 quando va bene) e il cui esito è ovviamente quello di allontanare le persone dai campi minori (dove si viene sottoposti a controlli da serie A per vedere uno spettacolo di due serie inferiori) [9] . È sempre più convinto che, assieme a un’offerta televisiva bulimica, stiano distruggendo (scientemente?) il calcio come fenomeno sociale diffuso, per ridurlo a mero business oligopolisticamente gestito da un pugno di società. Prova a resistere, il vostro amico, ma sa che sarà dura: dopotutto, non è bello per nessuno sentirsi ogni domenica trattato come un delinquente e non come un cittadino.

NOTE

[1] È notoria la disastrosa situazione finanziaria di molti club di Lega Pro. Da anni, e dunque anche quest’anno, si parla di una riforma della Lega Pro e di una drastica riduzione del numero delle squadre. Sul tema, di recente, si può leggere l’intervista al presidente della Lega Pro Mario Macalli.

[2] Sul sito dell’Osservatorio sulle manifestazioni sportive i dati relativi agli incidenti negli stadi arrivano sino alla fine del girone d’andata della stagione 2008-09. Sul sito del Ministero dell’Interno si possono però ricavare i suddetti dati dai Dossier annuali sulla sicurezza . Guardando a questi ultimi, si può notare che la stagione 2010-11 registra un miglioramento rispetto al 2009-10 (ma i dati per quest’ultima stagione non ci sono; sono indicati a mero scopo comparativo nel Dossier relativo alla stagione 2010-11). La stagione 2009-10 era tuttavia stata la prima, dopo molti anni, a segnalare un’inversione di tendenza rispetto alla costante diminuzione degli incidenti in atto da tempo e risalente almeno alla stagione 2003-04. In definitiva, magnificare, dopo una sola stagione, l’impatto positivo della tessera del tifoso sulla violenza negli stadi, come ha fatto in svariate occasioni il ministro Maroni, appare, se non una bufala, quantomeno un azzardo metodologico.

[3]La tessera del tifoso ha raccolto forti, anche se non unanimi, opposizioni nel mondo degli ultras, che in alcuni casi hanno deciso di sciogliersi come gruppo o comunque di non sottoscriverla. Il totale delle tessere del tifoso sottoscritte supera oggi quota 850.000.

[4] L’introduzione dei biglietti nominativi risale al Decreto Ministeriale del 6 giugno 2005, Modalità per l’emissione, distribuzione e vendita dei titoli di accesso agli impianti sportivi di capienza superiore alle diecimila unità, in occasione di competizioni sportive riguardanti il gioco del calcio, previsto dalla Legge 24 aprile 2003, n. 88, Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 24 febbraio 2003, n. 28, recante disposizioni urgenti per contrastare i fenomeni di violenza in occasione di competizioni sportive. L’obbligo per le società di Lega Pro è scattato con la stagione 2009-10, a seguito della Determinazione n. 17 del 7 aprile 2009 dell’Osservatorio sulle manifestazioni sportive.

[5] Introdotta dopo l’uccisione dell’ispettore di polizia Filippo Raciti all’art. 8 del Decreto-legge 8 febbraio 2007, n. 8, convertito dalla Legge 4 aprile 2007, n. 41, Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 febbraio 2007, n. 8, recante misure urgenti per la prevenzione e la repressione di fenomeni di violenza connessi a competizioni calcistiche, la tessera del tifoso è stata infine attivata con l’approvazione del D.M. del 15 agosto 2009, che ne ha determinato le procedure di funzionamento. Ha fatto il suo esordio il 1° gennaio 2010 ed è divenuta operativa presso tutti i campionati professionistici (A, B e Lega Pro) col campionato 2010-11.

[6]  Il Consiglio di Stato, a metà dicembre 2011, ha tuttavia imposto al Tar del Lazio di decidere sul ricorso di due associazioni di consumatori circa la legittimità della pratica commerciale di vincolare il rilascio della tessera di tifoso alla sottoscrizione di un contratto con un partner bancario per il rilascio di una carta di credito prepagata.

[7]  L’obbligo per le società sportive di affiancare steward alle forze dell’ordine è stato introdotto dalla già citata Legge 4 aprile 2007, n. 41, Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 febbraio 2007, n. 8, recante misure urgenti per la prevenzione e la repressione di fenomeni di violenza connessi a competizioni calcistiche.

[8] Dal punto di vista normativo, la questione dell’ombrello allo stadio è talvolta disciplinata nei Regolamenti d’uso dell’impianto (ex art. 1 septies D.L. 24 febbraio 2003, convertito in Legge 24 aprile 2003 e successive modificazioni, ed ex art. 4, co. 2 del D.M. 6 giugno 2005 recante modalità di emissione, distribuzione, vendita e cessione di titoli d’accesso agli impianti sportivi di capienza superiore ai 7.500 posti). Ma ovviamente le Questure hanno ampia discrezionalità nell’attuare scelte restrittive, e senza dimenticare che a volte la decisione è lasciata alla discrezionalità degli steward.

[9] Non è naturalmente possibile trarre indicazioni troppo rapide dalla mera riduzione degli spettatori (il bacino d’utenza degli spettatori del campionato di Prima Divisione può variare al variare delle squadre, le quali ovviamente variano da un anno all’altro in virtù del meccanismo delle promozioni e delle retrocessioni). Tuttavia, esaminando i dati storici degli ultimi campionati, emerge come gli ultimi due campionati (compreso quello in corso, con dati aggiornati alla prima giornata del girone di ritorno) siano quelli con le medie-spettatori complessive più basse degli ultimi dieci anni.

@iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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