Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Catania, 2 Febbraio 2007

Cinque anni fa a Catania, dopo il derby col Palermo, moriva l’Ispettore Filippo Raciti. Fu una pagina tragica del calcio italiano, ed allo stesso tempo drammatica per il mondo ultras, visto che da quel momento tutto cambiò.

La repressione esisteva già nel nostro paese, ma quello che accade dopo quel 2 febbraio di cinque anni fa non ha precedenti per lo meno in quei paesi che si definiscono “democratici”: agli ultras venne vietato l’ingresso di striscioni, bandieroni, fumogeni, megafoni e tamburi; le trasferte considerate più a rischio vennero costantemente vietate; le società non potevano più vendere biglietti per le gare in trasferta con il risultato che tutta la prevendita andò ad ingrossare il culo di quelle associazioni a delinquere che prendono il nome di Ticket One, Lottomatica e compagnia cantante e per acquistare un biglietto bisognava farsi schedare; sempre più ragazzi si trovarono a scontare mesi di carcere ed anni di diffida senza nemmeno che ci fossero prove concrete nei loro confronti. Dulcis in fundo, l’introduzione della tessera del tifoso, su cui c’è stata una vera e propria levata di scudi da parte del mondo ultras. Da quel 2 febbraio 2007, gli stadi italiani si sono trasformati in caserme o, nel peggiore dei casi, in vere e proprie carceri a cielo aperti di sudamericana memoria. Eppure non è stato risolto nulla, anzi si sono accentuati i problemi. A cinque anni di distanza da quell’episodio e dall’ennesima legge speciale sulla violenza negli stadi (nemmeno per il terrorismo vennero fatte tutte queste leggi) possiamo dire senza possibilità di smentita, che l’unica cosa che è riuscito a fare il governo italiano è stata quella di svuotare gli stadi e di far morire il tifo. Non la violenza, che è continuata come gli anni precedenti: certo, sono in diminuzione gli episodi di violenza, ma sono capace anchio di farli diminuire vietando sistematicamente tutte le trasferte a tutte le tifoserie d’Italia! E’ come risolvere il problema degli incidenti stradali chiudendo le autostrade… In un anno come l’ultimo, in cui pochissime tifoserie si sono potute recare in trasferta, la dimostrazione è che in quasi tutte le trasferte a rischio si sono verificate piccole e grandi tensioni; questo è il fallimento delle politiche repressive!

Eppure l’intera vicenda è stata molto strana. A cominciare dallo svolgersi dei fatti, quel 2 febbraio 2007. Tanta, troppa gente a scontrarsi con la polizia, anche solo per un derby. Si dice che ci fosse tanta gente che con lo stadio ed il mondo ultras in realtà non centrava nulla, e che molti avessero il dente avvelenato con la polizia per motivi, diciamo così, extracalcistici. Infatti sul banco degli imputati alla fine ci finirono in due: Antonino Speziale, il principale imputato, minorenne all’epoca dei fatti, e Daniele Micale. Pochini per il disastro che è stato quella serata… Speziale venne arrestato la sera stessa della morte di Raciti, e la “prova” della sua colpevolezza (se così si può chiamare) sarebbe una registrazione interna alla Questura di Catania, dove il ragazzo si trovava con altri fermati. Vedendo il video diffuso a livello nazionale, uno dei ragazzi chiede (almeno sembra che chieda… parlano in dialetto catanese fra di loro, ed io non essendo catanese non capisco…) “L’hai fatto tu?” e lui farebbe di si con la testa. Tutto molto strano, di solito quando c’è la sicurezza di un colpevole, non si fanno problemi a mostrare tutto lo svolgimento dei fatti e dell’indagine, spiegando anche in maniera abbastanza chiara. Ricordo in questo senso la morte di “Spagna” (Clicca qui) e tutti i passaggi sottolineati per arrivare alla cattura di Barbaglia. In questo caso, la sensazione che avevo era quella di un “brancolare nel buio” da parte di forze dell’ordine e magistratura che ho rivisto poi per molti altri casi di morti “misteriose” accadute negli ultimi tempi (Meredith Kercher, Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Carmela Rea e Roberto Straccia, tanto per citarne alcuni).

Speziale fondamentalmente è accusato di aver lanciato un sottolavello che avrebbe colpito Raciti, causandogli un’emoragia interna. Inizialmente si era parlato di una bomba carta, che lo avrebbe colpito in pieno, poi di un sottolavello che gli avrebbe spappolato il fegato. Non si è capito tuttavia come glielo avrebbe spappolato… Il suo iter giudiziario è quanto meno particolare: viene da prima scagionato dai R.I.S. di Parma (quindi non da un gruppo ultras, ma da un corpo dei carabinieri specializzato in un certo tipo di analisi…) secondo i quali le ferite riportate non sono compatibili con il corpo contundente utilizzato, e rimesso in libertà dal GIP, quindi nuovamente arrestato per ordine del Tribunale dei Minori di Catania.  La Corte Suprema tuttavia non fu d’accordo con questo nuovo arresto, ed invitò i giudici a rivedere la loro posizione. Tuttavia il Tribunale dei Minori non fu d’accordo con la Corte Suprema e ne dispose nuovamente l’arresto. Ancora la Cassazione lo rimette nuovamente in libertà, ritenendo incolmabili le lacune indiziarie, ma a questo punto interviene il PM che non ne vuole sapere di archiviare il suo caso e lo rinvia a giudizio con l’accusa di omicidio volontario. Fino ad oggi ha scontato due anni di carcere per resistenza aggravata. E’ stato anche denunciato per violazione del Daspo nel 2010, per aver assistito ad un allenamento del Catania. Al processo Speziale viene condannato a 14 anni, dopo otto ore di camera di consiglio. Otto ore per raggiungere un’unanimità di giudizio. Si va quindi in appello. E qui si verifica un’altro “piccolo” giallo: uno dei testimoni, un maresciallo dei carabinieri in servizio quella sera, non riconosce il sottolavello mostrato in aula come l’oggetto che ha colpito Raciti: “quello – ha ribadito in aula – però era completo di vasche per l’acqua, mentre questo ne è sprovvisto”. Speziale dal canto suo ha sempre ammesso di aver utilizzato il sottolavello negli scontri, dapprima per farsi largo per uscire dalla Curva e poi di averlo lanciato verso le forze dell’ordine senza tuttavia aver colpito nessuno. Ma viene ancora condannato a otto anni, per omicidio non più volontario ma preterintenzionale. La sua vicenda non si è ancora conclusa.

Micale in carcere c’è finito dopo più di un anno, il primo aprile del 2008. Un anno e due mesi d’indagine per riconoscerlo in base ad una felpa nera con la scritta “Meglio diffidato che servo dello stato”. E’ stato successivamente scarcerato il 20 giugno dello stesso anno. Di lui si è parlato molto meno, e l’unica cosa che si sa è che insieme a Speziale teneva in mano il sottolavello. In appello è stato condannato a 11 anni e 6 mesi per omicidio preterintenzionale. Anche lui ricorrerà in Cassazione. Dopo l’ultima sentenza ha detto: “Allo stadio ci tornerò, ed a testa alta!”.

Al processo d’appello di Speziale assisteva anche una signora, che in tutta questa vicenda è stata forse la protagonista assoluta. Assisteva con i figli, e con i colleghi dell’ex-marito, mi verrebbe da dire “presenze non scelte a caso”. Ma tant’è. Il suo nome è Marisa Grasso, da tutta Italia conosciuta come “Vedova dell’Ispettore Raciti”. Un pò di tempo fa venne fuori una questione non proprio pulita sul suo conto, che riporto tratta dal forum “Vivamafarka” (Clicca qui). Che non si pensi che sia farina del mio sacco:

Era il 2 febbraio 2007 quando l’ispettore Filippo Raciti perse la vita durante il derby Catania – Palermo svoltosi allo stadio Massimino. Morte riconosciuta e sentita a livello nazionale, come d’uopo, non solo perché l’ispettore Raciti è morto durante lo svolgimento del servizio, ma perché lasciava una famiglia composta da due bambini ed una moglie.
Da Palermo vengono rilanciate le ombre. Stando a Fabio Mazzarella di www.palermochannel.tv,  diversi sono stati gli aiuti economici in favore della famiglia Raciti – Grasso: “l’Associazione Italiana Arbitri, ha donato 30.000 Euro; a seguire, il Governo ha risarcito moralmente la famiglia di 75.000 mila euro per ognuno dei figli; ed ancora raccolte fondi e collette di vera e propria beneficenza per una donna “afflitta dal dolore” a causa dell’assurda perdita del marito”.
E fino a qui sembrerebbe tutto normale se non fosse che, in realtà, la giovane vedovella “non andava per niente d’accordo con il marito essendo: sposati, si, ma separati!” Una parte di questi fondi, ricevuti dalla “vedova”, sono stati investiti in una “villa ad Acitrezza in cui abita con il suo attuale compagno ex collega del defunto!” Non solo, ma la “signora vedova”, ad onor del giusto, spesso e volentieri è stata presente in programmi tv, lamentandosi della città di Catania, mettendo in evidenza alcune delle inefficienze legate alla sicurezza, all’inciviltà e disquisendo di problematiche sociali inappuntabili. Nonostante la comunità catanese la invitasse a non esporsi più in pubblico, perchè “u sovecchiu e comu u mancanti” lei continuò a parlare e straparlare, facendo accrescere le “donazioni” per lei e per i suoi due figli.
I fondi crebbero a tal punto che riuscì anche ad acquistare “una villa in Sardegna in cui passa le vacanze con figli e fidanzato!” Un caso quello della vedova Raciti costruito per lo più dalla stampa, che ha indotto tutta l’Italia a “donare” conforto (e non solo) a questa giovane donna, che indubbiamente ha trovato il modo di consolarsi. L’opinione pubblica, dunque, è stata abbindolata dai media attraverso la figura afflitta, sconvolta e disperata di una giovane donna con a carico due figli. Noi non siamo qui, per giudicare la condotta morale della Signora Grasso poiché, si sa, chi “muore giace e chi vive si da pace”, e non vogliamo neanche sembrarvi cinici o spudorati nel linguaggio, ma la verità non sta mai da una parte sola. Oggi la stampa è in grado di manipolare le coscienze, svelare e tenere nascosti fatti, o addirittura camuffarli, ma è anche giusto dare spazio a questo genere di notizie per creare un confronto sano.
Vi sono tantissimi militari, rientrati dalla missione in Kosovo, malati di tumore che non percepiscono neanche lo stipendio, poiché lo Stato non gli riconosce la causa di servizio; migliaia di figli di vittime del dovere in attesa di essere riconosciuti come tali; tantissime donne perdono i loro uomini sul lavoro (morti bianche) e non hanno il diritto di esporsi con la stampa, non chiedono nulla perché spesso nei loro confronti si alza un muro di omertà, che spinge gli stessi lavoratori a tacere.

Qualcuno storcerà il naso, vista l’area politica di provenienza di “Vivamafarka”. Ma la notizia era stata ripresa dal sito Cataniapolitica.org. Volete vedere cosa riporta oggi quello stesso sito alla pagina interessata? Cliccate qui.

E non è l’unico sito ad essersi visto sequestrare la pagina. Ad esempio cliccando qui accederete alla pagina di “Qui Mineo”. Dove fra l’altro ci sono molti altri link di altri siti posti sottosequestro per lo stesso motivo.

Anche La Padova Bene aveva riportato la notizia. Mi arrivò un bel giorno una mail della Polizia Postale di Catania, che riporto:

Gentile redazione,
sul forum del vostro sito alla url http://millenovecentodieci.blogspot.com/2010_11_02_archive.html, viene riportata una discussione intitolata “LA VERITA SULLA POVERA VEDOVA RACITI” pubblicato Pubblicato da La Padova Bene – Categoria: Ea Scoassara, tratto da un articolo (“Le ville della vedova Raciti”) tratti da altri giornali on-line di cui si è già proceduto a sequestro preventivo,indagando i responsabili per diffamazione, a seguito di apposita querela della parte lesa. Come può essere verificato on line.
Si chiede pertanto, al fine di evitare apposita procedura con sequestro di rimuovere con urgenza i testi interessati.
In attesa di risposta. Cordiali saluti.
Polizia di Stato
Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni “Sicilia Orientale” – Catania

Potete trovarla a questo link.

Mi chiedo: anche se la signora Grasso avesse utilizzato i proventi delle offerte raccolte in giro per l’Italia per acquistare delle ville, avrebbe commesso qualche reato? Risposta: no, non avrebbe commesso nessun reato! Ma avrebbe fatto una figura di merda a livello nazionale, sputtanando la sua immagine di “vedova inconsolabile con due figli piccoli da crescere senza il marito”, e contemporaneamente sputtanando la Polizia di Stato che a lei si è appoggiata tantissimo. La mistica degli “eroi sottopagati che rischiano la vita per i cittadini”. Recentemente la signora Grasso si è anche buttata in politica, con l’UDC. Cliccate qui per i particolari. Io direi che può essere la sua strada, ha un futuro.

Tornando al caso Raciti, fu proprio Marisa Grasso ad esprimere profonda soddisfazione per la sentenza del processo d’appello: “Che sia d’esempio!” tuonò dopo il pronunciamento del Giudice che aveva condannato Speziale a 8 anni. Personalmente, se dopo che un imputato per la morte di un mio familiare in primo grado viene condannato a 14 anni ed in appello solo a 8 io mi sento preso per il culo! A meno che non sappia dell’innocenza dell’imputato, e non stia cercando un capro espiatorio. Magari per tenere in piedi un castello di carte che nel frattempo ho contribuito a costruire. Allora otto anni in quel caso mi andrebbero benissimo… Di Speziale non penso che sia un santo, ma mi sembra abbastanza evidente che è considerato un capro espiatorio. Serviva un colpevole, il colpevole è stato trovato, stop. Ma c’è una cosa che Marisa Grasso in tutto questo non considera: così facendo non solo il suo ex-marito non tornerà più in vita come del resto ha dichiarato anche dopo la sentenza d’Appello lei stessa; ma nemmeno avrà mai una giustizia perchè di fatto il colpevole della morte di suo marito non è mai veramente venuto fuori!

Ma se non sono stati Speziale e Micale, allora chi sarebbe stato il responsabile della morte dell’Ispettore Raciti? Quello non lo posso sapere, ma un sospetto mi è sempre balenato in testa… Guardate qui cosa dichiarò un poliziotto in servizio quella sera al Cibali:

Lo scenario raccontato dall’agente scelto alla guida del Discovery la sera della morte di Filippo Raciti avvenuta il 2 febbraio 2007.
Il Discovery della polizia si muove in retromarcia per sfuggire all’inferno di pietre, fumo e bombe carta scatenato dagli ultras catanesi. Poi, un botto improvviso sulla vettura. In quel momento l’ispettore Filippo Raciti si porta le mani alla testa e si accascia. Due colleghi lo adagiano nel sedile posteriore del fuoristrada; l’ispettore si lamenta dal dolore e non riesce a respirare. Potrebbe essere in questo racconto, nel verbale redatto il 5 febbraio scorso alla squadra mobile di Catania, la soluzione del ‘caso Raciti”, l’ispettore di polizia morto dopo gli scontri con i tifosi durante il derby Catania-Palermo del 2 febbraio.
A raccontare è l’autista del fuoristrada, l’agente scelto S. L., 46 anni. E’ lui che ricostruisce dettagliatamente quella giornata di follia: dall’arrivo dei pullman con i tifosi del Palermo sino agli ultimi momenti di Raciti. Il passaggio più importante del verbale va collocato intorno alle 20,30. Più di un’ora dopo il presunto contatto con gli ultras di fronte al cancello della curva Nord e a partita appena conclusa, mentre fuori dallo stadio continua la guerriglia. Rivela S. L.: “. In quel frangente sono stati lanciati alcuni fumogeni, uno dei quali è caduto sotto la nostra autovettura sprigionando un fumo denso che in breve tempo ha invaso l’abitacolo. Raciti ci ha invitato a scendere dall’auto per farla areare. Il primo a scendere è stato Raciti. Proprio in quel frangente ho sentito un’esplosione, e sceso anch’io dal mezzo ho chiuso gli sportelli lasciati aperti sia da Balsamo che dallo stesso Raciti ma non mi sono assolutamente avveduto dove loro si trovassero poiché vi era troppo fumo. Quindi, allo scopo di evitare che l’autovettura potesse prendere fuoco, mentre era in corso un fitto lancio di oggetti e si udivano i boati delle esplosioni, chiudevo gli sportelli e, innescata la retromarcia, ho spostato il Discovery di qualche metro. In quel momento ho sentito una botta sull’autovettura e ho visto Raciti che si trovava alla mia sinistra insieme a Balsamo portarsi le mani alla testa. Ho fermato il mezzo e ho visto un paio di colleghi soccorrere Raciti ed evitare che cadesse per terra”. Raciti viene adagiato sul sedile e soccorso da un medico della polizia.

La notizia venne riportata dall’Espresso. A conferma di ciò c’erano anche dei segni di vernice blu trovati addosso al corpo di Raciti. Ma i giudici durante il processo ritennero che la velocità con cui la camionetta aveva colpito Raciti era insufficiente. Non si affidarono a nessuna perizia, gli bastò guardare un filmato di Sky. Il filmato chiaramente è introvabile. Ed il poliziotto che redasse questo verbale, la sera stessa venne trasferito. Ma guarda un pò le coincidenze della vita!

La Padova Bene


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...