Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Moby Ducks

Dall’Australia alla Russia
è caccia alle “Moby Ducks”

Il giornalista americano Donovan Hohn ha pubblicato il libro “Moby Duck” che racconta la storia delle paperelle naufragate nel pacifico
Le paperelle galleggianti “naufragate” nel 1992 adesso valgono oro

ANDREA MALAGUTI
CORRISPONDENTE DA LONDRA

Comincia tutto con una tempesta. Violenta. È il gennaio del 1992, esattamente vent’anni fa, e il mare si gonfia con furia. Le onde sono alte dieci metri, il vento è cattivo, e l’Ever Laurel balla fuori controllo in mezzo all’Oceano Pacifico. È un cargo partito da Hong Kong che deve consegnare la propria merce a Tacoma, negli Stati Uniti, a una azienda che vende giocattoli per bambini e si chiama «The First Years». Il capitano è spaventato perché la nave si piega paurosamente su un lato e i marinai sembrano non ascoltare i suoi ordini. Dicono di sì ma fanno altro, come se avessero la testa piena di paglia. I container scivolano sul ponte, le corde cedono, due finiscono in acqua, uno si apre come un guscio di noce. È in quel momento che trentamila papere per vasca da bagno, di quelle gialle, con gli occhi tondi, neri, e il becco arancione che ride, finiscono in mare.

L’incredibile avventura dell’Amichevole Flottiglia, comincia così, come in un cartone animato, o in una favola per bambini, di quelle cattive Coraline e la porta magica, se uno ha presente, oppure Fedro, però più aggressivo – con una morale per adulti che a distanza di due decenni è diventata il surreale emblema di quanto la plastica sia in grado di resistere al mare. E soprattutto di minacciarlo. Gli oceanografi di ogni angolo del pianeta hanno cominciato a seguire ossessivamente la saga, perché tracciando le papere è facile capire come si muovono le correnti e come si avvelenano i fondali. Hanno trasformato la loro odissea in una specie di globalizzato gioco di società – una sindrome da nani da giardino – con avvisi ai turisti di tutto il mondo: «Diteci dove e quando le avete avvistate». E poche settimane fa il giornalista americano Donovan Hohn ha pubblicato un libro che racconta questo viaggio senza fine. Lo ha chiamato «Moby Duck». Un successo planetario. Sul carico finito in acqua – papere sì, ma anche rane verdi, castori rossi e tartarughe blu – la «The First Years» ha messo una taglia. Cento dollari a chi riconsegna un originale. In fondo sono un gigantesco spot pubblicitario. Ma il giro su internet è molto più ricco. Il dicembre una tartaruga ritrovata alle Hawaii è stata ceduta per settecento sterline.

Donovan Hohn è convinto che questa vicenda catturi l’attenzione proprio per la sua incongruità, mettendo insieme il sogno e l’ambiente, l’avventura e la paura. «Le papere sono carine, apparentemente indifese, amichevoli. Il simbolo dell’infanzia. Eppure resistono ad ogni tipo di avversità. Ti ci affezioni, ma non puoi trascurare che sono piccole assassine del mare». Ha uno sguardo rilassato, non felice, come se qualcuno gli avesse detto che non si può lamentare, anche lui in bilico sullo strano filo di questa curiosa parabola moderna. «Ho fatto molte ricerche sul quantitativo di plastica che finisce in mare ogni anno e sulle sue conseguenze. I risultati sono choccanti».

Secondo i calcoli degli scienziati le Moby Ducks hanno percorso oltre 25 mila chilometri. E almeno ventimila di loro sono ancora in mare. L’oceanografo americano Curtis Ebbesmeyer – che nel suo sito ha una sezione dedicata all’Amichevole Flottiglia – spiega che due terzi delle papere hanno puntato verso Sud. Sono state viste in Australia e a Honolulu. Ma che molte sono scivolate verso lo Stretto di Bering, tra la Russia e l’Alaska. Hanno affrontato il gelo e gli iceberg. «Possono resistere molto più di cent’anni. Sono incredibili», commenta ridendo. Ma poi diventa serio talmente in fretta da far pensare che abbia avuto un vuoto di memoria. «Sono armi improprie puntate sulla fauna marina». Una Moby Duck è stata trovata a Newfoundland, dove è affondato il Titanic. Lei no. Era solo diventata bianca. Aveva perso il colore. Pulviscolo chimico che è precipitato sul fondale diventando cibo tossico.

Secondo l’Environment Programme delle Nazioni Uniti la plastica – che costituisce il novanta per cento dei rifiuti nell’oceano – ha causato la morte di un milione di uccelli marini e di oltre centomila pesci. «Ci sono quarantaseimila rifiuti di plastica ogni miglio quadrato e nella pancia degli animali è molto facile trovare accendini, sigarette o spazzolini. Li scambiano per cibo, li mangiano, muoiono». Borse per la spesa, scarpe da ginnastica, sandali, ogni giorno l’oceano si riempie di veleno, idrocarburi, pesticidi, Ddt. Schifezze destinate a soddisfare la voracità dei pesci prima e a finire nei nostri piatti poi. L’ultima Moby Duck del ‘92 riconsegnata alla fabbrica di Tacoma è stata trovata la scorsa settimana nella pancia di una balena spiaggiata in Australia. Intatta. Gialla. Perfetta. Amichevole. Letale.

@lastampa

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