Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Archivio per aprile, 2012

Peter Keller

Usa, muore nel bunker costruito
per sopravvivere alla fine del mondo

Otto anni per realizzate un bunker superprotetto dove è stato trovato morto dopo aver ucciso moglie e figlia
WASHINGTON – Peter Keller ha impiegato otto anni per costruirsi un bunker. E poi ha iniziato a mettere da parte cibo, abiti e tutto quello che poteva servire per sopravvivere. Keller era un «survivalista»: pensava che fosse necessario prepararsi al peggio. Odiava lo Stato ed era convinto che la fine del mondo fosse vicina. Invece è arrivata la sua fine. L’uomo, 41 anni, ha ucciso la moglie Lynette (39 anni) e la figlia, Kaylene (18 anni), poi si è tolto la vita all’interno del suo rifugio segreto. Venerdì pomeriggio la polizia è arrivata alla casa in fiamme di Keller, a North Bend, località ad est di Seattle, nella parte occidentale degli Usa.

IL BUNKER – Domato l’incendio, i pompieri hanno trovato i cadaveri delle due donne. Poi una cassaforte lasciata aperta con alcune foto di quello che sembrava un bunker sofisticato. Gli agenti hanno interrogato i vicini che hanno rivelato che Keller aveva costruito «qualcosa» in un bosco non lontano dalla sua casa. Con l’aiuto dei tracker, esperti nel leggere le tracce sul terreno, la polizia ha individuato l’ingresso del bunker, ben nascosto dalla vegetazione. Per ore hanno chiesto all’uomo di uscire e di arrendersi. Sono poi intervenute le forze speciali che prima hanno cercato di aprire una trattativa con Keller, quindi hanno lanciato lacrimogeni per stanarlo. Non è servito a nulla, perché la galleria era ben sigillata e i gas non potevano penetrare.

IL MOVENTE – L’assedio si è protratto fino all’alba di Domenica quando gli agenti sono entrati nel rifugio dove hanno recuperato il corpo. Attorno molte armi e un giubbotto antiproiettile. Per ora gli investigatori non hanno ancora accertato il movente del gesto di Keller. Forse un gesto di follia. Dopo l’11 settembre è cresciuto il numero di americani che si costruiscono bunker o creano rifugi in vista della fine del mondo o di una presunta rivoluzione «imminente». Alcuni l’hanno collegata anche all’elezione di un presidente afro-americano. E in parallelo è anche aumentato il numero dei cosiddetti «patrioti», piccoli gruppi che, in odio allo Stato e convinti che sia necessario difendersi, accumulano armi e munizioni.

Guido Olimpio Twitter @guidoolimpio @corriere.it


Milan vs Inter

DALLA PARTE DEL CITTADINO

La fatica di un nonno interista per portare i ragazzini al derby

Buongiorno signora Bossi Fedrigotti, le racconto l’esperienza di un nonno che ha pensato di invitare al derby del sei di maggio il nipotino più alcuni suoi piccoli amici di dieci anni. Premessa doverosa: i biglietti per il derby del sei maggio non sono esauriti. Allora, con la determinazione che solo i nonni possono avere, comincio l’avventura provando a comprare i biglietti online sul sito dell’Inter; ci vuole la tessera del tifoso (che io ho) ma il massimo di biglietti acquistabili in un colpo solo è 4 (quattro) e io ne devo comprare 7 (sette), tutti al primo anello blu. Quindi, dato che online li sceglie il computer con la funzione «best seat» non ho la garanzia che siano in serie ma a noi piacerebbe stare seduti vicini. Allora rinuncio alla via pc e con la mia bella tessera del tifoso mi reco presso la Banca Popolare di Milano in piazza Meda dove cortesi impiegati mi illustrano come funziona la prevendita. Chiedo quindi di acquistare sette biglietti munito di sette carte di identità sette, bimbi compresi, forte della mia tessera del tifoso, ma tutti e sette devono avere la famigerata tessera del tifoso; ma ho un lampo di genio e chiedo di tesserare tutti gli altri sei, perché no. Risposta: giusto, se fosse una partita qualsiasi sarebbe fattibile ma per il derby non è possibile, il limite temporale era fissato alla data del trenta di marzo. Breve conclusione sulle «semplificazioni»: frequento lo stadio di San Siro dal 1958 sia da spettatore qualsiasi, sia da abbonato, quindi immagini quante migliaia di biglietti avrò acquistato in Italia e all’estero, ma le difficoltà che ho trovato a Milano negli ultimissimi tempi credo non abbiano alcun paragone al mondo, chi riesce a portare la famiglia allo stadio va onorato con un monumento alla memoria davanti a San Siro, perché organizzato così il calcio può finire solo in mano ai facinorosi e ai violenti, gli stadi in mano loro e le famiglie al massimo davanti alla tv, finché dura, naturalmente.
Patrizio Bertolini

Come forse può immaginare il calcio non è esattamente il mio «ramo», ma da quel che mi raccontano i famigliari tifosi gli spettacoli che, sempre più spesso, si possono vedere allo stadio non sono forse i più indicati per bambini di dieci anni, tanto più se i posti sono in curva; mi dicono però anche — relata refero — che a San Siro di solito non succede niente di preoccupante. Quanto alle difficoltà che ha incontrato, pensavo fosse molto più facile comprare i biglietti per una partita, ma le regole rigide forse non sono fatte per i nonni che vogliono festeggiare i nipotini bensì per gli eventuali facinorosi che hanno in animo di entrare in massa. E, che, di solito, ci riescono.

Isabella Bossi Fedrigotti @corriere.it


Gubbio vs Pescara

COMUNICATO UFFICIALE PESCARA RANGERS 1976


CURVA NORD MARCO MAZZA
Ora Basta !!! Ne abbiamo le palle piene, tutti perbenisti, tutti pronti a salire sul carro, tutti a svettare l’uno sull’altro, su chi è più tifoso!!! Di cosa parliamo??? Dello schifo di cui si stanno rendendo partecipi la gran parte di persone pronte a fare la fila per sottoscrivere la tessera del tifoso per andare a Gubbio. Siamo schifati da tutti Voi, siamo stufi di farvi da balia, ora basta da oggi ognuno si prende le conseguenze dei propri gesti. Perché non l’avete fatta a inizio anno quando era possibile, se domani si andava a Reggio Calabria, Crotone, Verona o qualsiasi altra parte dove negli ultimi trentasei anni siamo stati sempre e soprattutto solo Noi i presenti ???  La risposta è semplice SARESTE STATI A CASA !!! Andate a Gubbio, fatevi la tessera per guadagnarvi questa scampagnata grazie ad una società complice, costretta dalle nuove ed “efficaci” leggi, pronta a mettersi a servizio dei “tifosi”, ma un consiglio da amici, anzi un avvertimento, NON accetteremo nessuno presente con il Nostro materiale, le nostre sciarpe e i Nostri simboli perché i PESCARA RANGERS NON SI TESSERANO e sappiate che da Martedì con le vostre belle tessere dovete farvi un esame di coscienza prima di entrare allo stadio o scegliere bene il settore da occupare,una cosa è certa, in mezzo a Noi non vi vogliamo.

Non siamo i disfattisti di turno, Noi la squadra l’abbiamo sempre sostenuta anche quando si sono perse tre partite di seguito, anche quando dagli altri settori si alzavano i fischi per un passaggio sbagliato, Noi ci siamo sempre al contrario Vostro, avete visto il meteo ??? Forse se piove non partite?!? A già forse dal numero di richieste lì è bel tempo !!! Il ristorante l’avete prenotato ?! CI AVETE ROTTO IL CAZZO, fateci vedere ora i veri tifosi di cosa sono capaci perché Noi ai vostri piagnistei non ci stiamo più. Decideremo cosa fare per il resto del campionato nei prossimi giorni, prima della partita con il Vicenza. Questa situazione non finirà così…

… L’IMPERO CONTINUA

@lavocedeipescaresi


Baldini dalla parte dei tifosi

GAZZETTA GIALLOROSSA Clamoroso, Baldini affronta la polizia antisommossa a difesa dei tifosi (FOTO e VIDEO!!)

Dopo la tensione di questa mattina, venutasi a registrare fuori alle mura di Trigoria, tra inservienti e tifosi, Quest’ultimi, hanno avuto un incontro faccia a faccia con il direttore generale giallorosso, Franco Baldini e con il direttore sportivo Sabatini. I tifosi si sono lamentati dell’accaduto e Baldini di tutta risposta ha detto che gli inservienti non erano stati mandati da loro e che avrebbero risolto il problema. Dopo di che, il direttore generale ha parlato con gli agenti della Polizia Antisommossa, presente a Trigoria dicendogli: “Lasciate stare gli striscioni, non li dovete togliere, non c’è scritto nulla di offensivo e maleducato. E’ giusto che esprimano il loro dissenso. La situazione è tranquilla, ve ne potete andare”. Al che gli agenti avrebbero risposto di non poterlo fare, poiché gli ordini arrivavano direttamente dall’alto. Nel frattempo, l’ingresso nel centro sportivo di Giorgio Rossi, è stato accolto tra gli applausi.

A cura dei nostri inviati da Trigoria Emiliano Di Nardo e Nicolo Ballarin

Baldini e Sabatini

Sabatini a Trigoria

Baldini contro la Polizia

Baldini contro la Polizia

@gazzettagiallorossa


Sulla strada per… Euro 2012

«Stai in guardia dalle ucraine»:
lo spot genera un incidente diplomatico fra Olanda e Ucraina

La réclame olandese «fallo stare a casa» invita le donne del Paese dei tulipani a non far partire i mariti per Euro 2012
Lo spot che invita le olandesi a non far andare i propri mariti in Ucraina per i prossimi europei di calcio provoca un incidente diplomatico nel Vecchio Continente. Sei anni fa, pochi mesi prima dei Mondiali di Germania, ebbe un gran successo una simpatica réclame dell’Ente del turismo svizzero che consigliava alle donne europee, “vedove per un mese a causa della rassegna calcistica”, di trascorrere qualche settimana di relax in Svizzera dove avrebbero trovato giovani belli e forti, attratti più dalle donne che dai Mondiali. A distanza di più di un lustro, una nuova rèclame, che ha ancora una volta come sfondo un’importante competizione sportiva (questa volta si tratta di Euro 2012), fa parlare di sé tanto da scatenare grandi polemiche tra due nazioni europee. Si tratta dello spot “Fallo stare a casa” , ideato dalla compagnia energetica olandese NLEnergie che si rivolge direttamente alle donne olandesi e insistendo sul pericolo della promiscuità della ragazze ucraine e sulla loro abilità seduttiva, le invita a trattenere nel paese dei tulipani i propri compagni per non perderli per sempre.

IL FILMATO – Nello spot, già in onda su cinque emittenti olandesi, si vede una donna che, mentre il suo compagno guarda una partita di calcio in televisione, scrive su Google “donna ucraina”. Dopo aver digitato solo le prime tre lettere, sul desktop compaiono innumerevoli foto di bellissime ragazze dell’Europa dell’Est in pose provocanti. Una voce fuori campo annuncia il pericolo delle ragazze ucraine, pronte a sedurre gli uomini occidentali e consiglia alle olandesi di comprare un distributore di birra alla spina appena prodotto dalla NLEnergie per scongiurare il pericolo: il congegno aiuterebbe i loro mariti a godersi gli europei direttamente da casa. La réclame ha fatto letteralmente infuriare il governo ucraino e ha causato un incidente diplomatico tra il paese dell’Europa orientale e l’Olanda. Olexander Horin, ambasciatore ucraino ad Amsterdam, ha dichiarato di essere rimasto offeso dall’immagine del suo paese che si ricava dallo spot: “Ho chiesto alla compagnia energetica di ritirare immediatamente lo spot – ha dichiarato l’ambasciatore – E’ offensivo sia nei confronti degli ucraini sia nei confronti degli olandesi e offre un pessimo messaggio ai cittadini di entrambi i paesi.”

CLICHE’ – Harald Swinkels, Ceo della compagnia energetica tenta di smorzare le polemiche con parole concilianti: “Nello spot cerchiamo di essere ironici giocando su alcuni cliché, ma la reazione dell’Ucraina mi sembra sproporzionata – dichiara Swinkels – Si tratta solo di una pubblicità ed essa non impedirà a tanti nostri connazionali di raggiungere l’Ucraina per sostenere la nostra squadra di calcio. Cercherò di spiegarlo all’ambasciatore ucraino appena lo incontrerò”. Al di là delle polemiche legate allo spot il problema della prostituzione femminile resta un vero dramma per il paese orientale e sembra che l’Europeo non migliorerà le cose. Anzi. Sono mesi che le femministe ucraine denunciano il pericolo che il torneo calcistico e l’arrivo di migliaia di tifosi stranieri possano aumentare in maniera esponenziale la prostituzione nel paese. Numerose attiviste come il gruppo Femen hanno chiesto ai dirigenti della Uefa di condannare espressamente il turismo sessuale e hanno invitato gli occidentali a star lontani dai bordelli.

Francesco Tortora @corriere.it


Gemellaggio da 11mila euro

Sindaco in Brasile: bufera sulla trasferta
da undicimila euro per il gemellaggio

Il primo cittadino di Porto Viro per 10 giorni a Veranopolis
con altre 9 persone. L’opposizione: già spesi 40mila euro

ROVIGO – Dieci giorni in Brasile, dal 24 aprile al 3 maggio, tutti pagati con i soldi del Comune. Scoppia la bufera sulla spesa di 11.132 euro che servirà a pagare il viaggio a dieci persone per la trasferta a Veranopolis, città gemellata con Porto Viro, e Rio de Janeiro.

Col sindaco Geremia Gennari voleranno oltreoceano tutte persone senza incarichi istituzionali: Rodolfo Ferro e Fabio Pregnolato (con le fidanzate Anna Zaghi e Silvia Ferro), Vanda Lionello, Enrico Laurenti, Gioia Siviero, Ilaria Astolfi e Susy Zanetti.

Insorge Thomas Giacon, capogruppo di minoranza: «La maggioranza respinge la nostra richiesta di ridurre al minimo le aliquote dell’Imu e, invece di andare incontro alle tante persone in difficoltà, che cosa fa? Si prende il lusso di andare a farsi un viaggetto a Veranopolis e Rio de Janeiro in Brasile spendendo oltre undicimila euro, altri soldi pubblici che si aggiungono a quelli già spesi nel 2011, arrivando ad un totale di oltre 50 mila euro per il progetto legato al gemellaggio con Veranopolis. Mi chiedo se era proprio necessario, in un momento così difficile per la popolazione».

Il viaggio si inserisce in un progetto di cooperazione decentrata mirato allo sviluppo con la città gemella. La trasferta completa il programma previsto per l’anno 2011. Le scelte sono state oggetto della delibera n. 44 del 4 aprile scorso. La spesa per i soli biglietti aerei è quantificata in 11.132 euro, distinti in otto da 1.102 euro l’uno e due da 1.158 euro l’uno in classe economy. Spesa riconosciuta regolare e con copertura finanziaria ai sensi di un decreto leggge del 18 agosto 2000 (il numero 267).

La spesa fa inalberare non solo l’opposizione, ma anche parecchi cittadini senza appartenenze politiche. Tutti si chiedono se sia eticamente accettabile un viaggio con una così nutrita comitiva, in un momento in cui i portoviresi si dibattono in problemi che hanno da fare con la sopravvivenza. Dal Comune la risposta è secca: i soldi li ha stanziati la Regione Veneto e sono mirati all’iniziativa.

Ma l’opposizione non ci sta: «Non esistono scusanti in merito a questa decisione – si impunta Thomas Giacon -. Al viaggio si doveva rinunciare anche se quei soldi erano destinati solo a quello scopo. Era indispensabile dare il buon esempio facendo un gesto umile e rinunciatario, invece anche questa occasione è stata persa». La battaglia, annuncia, si sposterà a breve sul fronte dell’Imu, che sarà la vera cartina di tornasole dell’interesse della maggioranza per i problemi della città: «Auspico che nelle prossime settimane, quando affronteremo realmente la questione Imu, ci sia la volontà di adempiere in modo onorevole al compito che ci è stato assegnato, che è quello di amministrare la “cosa” pubblica come farebbe un buon padre di famiglia. Noi faremmo tutto il possibile per cercare di portare a casa un risultato utile per i cittadini».

 Elisa Cacciatori e Francesco Ferro @gazzettino.it


Una morte senza colpevoli

La morte di Uva senza colpevoli.
Medico assolto, si indagherà sui carabinieri

L’artigiano varesino perse la vita nel 2008, dopo un arresto in caserma. Cadono le accuse allo psicologo accusato di avergli somministrato un farmaco sbagliato. Ma il giudice ordina la trasmissione degli atti al pm “con riferimento agli accadimenti occorsi tra il fermo e l’ingresso in pronto soccorso dell’ospedale”

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Quando telefoni a casa Uva per sapere come è stata accolta la sentenza, senti urla di gioia di donne emozionate. Una reazione che non ti spieghi, se non conosci bene il caso della morte diGiuseppe. Perché ieri il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Varese, Orazio Muscato, ha assolto l’unico imputato di quel procedimento, lo psichiatra Carlo Fraticelli, “perché il fatto non sussiste”. A quattro anni dalla morte di Uva, dunque, la giustizia italiana non è stata ancora in grado di indicare il nome di un colpevole, di spiegare alla sorella Lucia chi ha ucciso suo fratello e perché. Eppure è proprio Lucia a urlare al telefono: “Ce l’abbiamo fatta!”. Vale allora la pena di ripercorrere questo strano processo per capire cosa è accaduto.

L’artigiano Giuseppe Uva, 43 anni, venne fermato dai carabinieri a Varese la notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 assieme all’amico Alberto Biggiogero perché, a detta dei militari, i due – ubriachi – stavano chiudendo una strada con alcune transenne. Accompagnati in caserma, Uva venne interrogato mentre l’amico aspettava in un’altra stanza. E fu proprio Biggiogero a chiamare, di nascosto, l’ambulanza del 118 poco dopo. Perché, a suo dire, dalla camera dell’interrogatorio si sentivano le urla di Giuseppe, chiari segnali di un pestaggio.

Uva giunse nel reparto psichiatrico dell’ospedale varesotto alle 5,45 del mattino, dopo aver trascorso quasi tre ore nelle mani dello Stato. Alle 10,30 di quella stessa mattina l’artigiano morì, con il corpo martoriato. La famiglia denunciò subito quelle che sembravano lesioni provocate da violente percosse. Tra l’altro l’uomo indossava un pannolino sporco di sangue e dei suoi slip non c’era traccia (secondo la famiglia la perizia eseguita qualche mese fa dopo la riesumazione del cadavere dimostrerebbe un abuso sessuale). “Gli infermieri mi dissero che l’avevano dovuto lavare – raccontò a suo tempo Lucia –. Ma lavare da cosa, visto che mio fratello era uscito di casa pulito?”.

Eppure tutto questo, insieme col terribile sospetto che quelle urla sentite da Biggiogero e quelle lesioni fossero davvero la reazione a un pestaggio, non è finito in Tribunale. Davanti ai giudici sono arrivati tre medici: Matteo Catenazzi, colui che intervenne in caserma, prosciolto il primo dicembre 2010, ma la cui posizione è tornata in udienza preliminare dopo il ricorso presentato in Cassazione dalla Procura; Enrica Finazzi, la dottoressa che parlò per un’ora con Uva (e alla quale Uva raccontò di essere stato picchiato dai carabinieri), per la quale l’udienza preliminare si celebrerà in ottobre; e lo psichiatra Carlo Fraticelli, assolto ieri dall’accusa di omicidio colposo per aver somministrato al paziente un farmaco sbagliato.

Fin qui, dunque, nessun colpevole. Ma c’è qualcosa nel dispositivo della sentenza che ha fatto gridare a Lucia Uva “ce l’abbiamo fatta”. Il Gup Muscato ha infatti ordinato “la trasmissione degli atti al pubblico ministero in sede, con riferimento agli accadimenti occorsi tra l’arresto dei carabinieri e l’ingresso di Giuseppe Uva nel pronto soccorso dell’ospedale”. Si torni a indagare, ha detto il giudice, accogliendo in pieno le richieste della parte civile, ma stavolta lo si faccia su quelle ore di buio che hanno preceduto il Trattamento sanitario obbligatorio disposto quella notte dal sindaco di Varese, Attilio Fontana. “Me l’aspettavo, certo – spiega Lucia –, abbiamo perso quattro anni a piangere e a spendere soldi per fare un processo a un medico che non c’entrava nulla. Ma non poteva andare diversamente. Bisogna capire cosa è accaduto in quella caserma”. Già, ma stavolta chi condurrà le indagini? In tutti questi anni ci sono stati pesanti attriti in aula proprio tra il pmAgostino Abate (che aveva chiesto la condanna di Fraticelli a un anno di reclusione) e Fabio Anselmo, legale della famiglia Uva. Anche ieri, quando il Gup si è ritirato in camera di consiglio, molti hanno ascoltato le parole che l’accusa ha lanciato contro la parte civile. In due occasioni, tra l’altro, Abate aveva fatto allontanare dall’aula Lucia Uva, Patrizia Aldrovandi Ilaria Cucchi. Anche Luigi Manconi, presidente dell’associazione “A buon diritto”, insinua un dubbio di opportunità: “La sentenza del Tribunale è un’ulteriore conferma dell’assoluta incompatibilità tra l’urgenza di arrivare alla verità sulla morte di Uva e l’attuale figura di pubblico ministero che ha condotto finora le indagini”.

Le tre donne, ormai, hanno fatto rete, accomunate dalla cattiva sorte di aver perso un figlio o un fratello per mano dello Stato. Patrizia era la mamma di Federico, ucciso dalla polizia a Ferrara. Ilaria era la sorella di Stefano, morto a Roma dopo un arresto per droga. A loro si è unita negli ultimi tempi anche Domenica Ferrulli, figlia di Michele, morto a Milano durante un fermo di polizia. Ieri erano tutte insieme, prima davanti al Tribunale di Varese a chiedere giustizia, poi a casa di Lucia a festeggiare per una morte che non ha ancora un colpevole. Ma che, se ieri fosse andata diversamente, ne avrebbe avuto uno sbagliato.

@ilfattoquotidiano