Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Bari vs Grosseto

«Ven-du-ti, ven-du-ti»
Ultrà nel mirino dei tifosi

Ma i galletti vanno a salutare i supporter
Esplode la rabbia allo stadio San Nicola
BARI – Succede al ventesimo del primo tempo: dalla curva Nord si alza il classico «chi non salta giallorosso è», il coro che più facilmente raccoglie l’approvazione dell’intero stadio, ma invece degli applausi alla rivalità col Lecce, arrivano i fischi e la risposta: «Venduti, venduti». Come a dire: zitti voi che siete complici di chi si vendeva le partite, a cominciare (sacrilegio) dal derby. La divisione del tifo si fa sentire di nuovo, e con più forza, all’inizio del secondo tempo. Dalla Nord parte un coro contro Masiello e questa volta i fischi e le grida di «venduti» salgono di volume e coinvolgono praticamente tutti quelli che non stanno nello stesso settore degli Ultras. Intendiamoci, questa (non nuova per altro) fotografia della divisione del tifo barese viene scattata in uno stadio praticamente vuoto. Concediamo tutte le attenuanti: Venerdì Santo, le sette del pomeriggio, il ridottissimo appeal di un’avversaria che solo cinque anni fa ha messo piede per la prima volta in serie B.

Tutto concesso, lo spettacolo del San Nicola nella luce chiara del tramonto è a dir poco desolante: praticamente deserte tanto la tribuna Est quanto la Curva Sud (a voler esagerare non più di quattrocento presenti complessivamente, compresa la trentina di tifosi toscani nel settore ospiti), appena più affollate la tribuna Ovest e la curva Nord. In totale forse tremila spettatori (il comunicato ufficiale della società recita: paganti 416, abbonati 4440, ma di questi ultimi ne sarà venuta davvero allo stadio meno della metà. Aggiungeteci qualche decina tra omaggi e portoghesi e il conto è presto fatto). I 100-150 del nucleo duro degli Ultras si ritrovano come sempre fuori dei cancelli ed entrano una mezz’oretta prima del fischio d’inizio, con in testa i loro tre chiacchieratissimi “capi”, Alberto Savarese alias il Parigino, Roberto Sblendorio e Lello Loiacono. La parola d’ordine è non è successo nulla, anche se i giornali e le trasmissioni tv si sono riempiti nei giorni scorsi dei racconti sulle pressioni del terzetto perché la squadra perdesse la partita col Cesena (e chissà se è successo una volta sola). E così gli Ultrà fanno finta di niente, battono sui tamburi, sventolano una decina di bandieroni, srotolano a un tratto uno striscione in ricordo di Franco Mancini, il portiere di tanti anni fa, morto all’improvviso proprio una settimana fa. Il contraltare ha come baricentro la Curva Sud, e sì che da quella parte manca anche lo striscione del gruppo “Floriano Ludwig” (il capitano del primo Bari, quello del 1908), ovvero della frazione del tifo organizzato che da un paio di anni ha rotto apertamente con gli Ultras abbandonando anche la storica culla della passione biancorossa. «Lo sappiamo di che pasta sono fatti quelli» dice Roberto, uno di quelli che da qualche tempo è “emigrato” nella Sud. «Non sono certo diversi da quei traditori che si sono venduti le partite. È anche per colpa di gente come loro che le persone normali allo stadio non ci vengono più. Noi veniamo sempre perché siamo tifosi, ma il disamore è tanto ed è anche giustificato». E così mentre la partita si avvia stancamente alla conclusione dopo che il solito Bari di quest’anno ha riagguantato il pareggio con il gol di Galano (l’unica cosa veramente bella della serata), tocca a Giuggi Giua, farmacista con cinquant’anni di stadio sulle spalle, lasciar cadere una suggestione di speranza: «Il nostro galletto ha una vaga somiglianza con la mitica fenice: anche da questo abisso si può risorgere». Magari però una mano potrebbero darla anche i giovani giocatori del Bari di oggi, da tutti giustamente encomiati per l’impegno con il quale stanno facendo fronte in campo ai limiti tecnici della squadra, alla scomparsa della proprietà, alla fragilità della società, i punti di penalizzazione e in questi ultimi giorni la bufera del calcioscommesse. Al termine della partita, quasi con un automatismo, non hanno saputo sottrarsi alla routine del saluto alla Curva Nord. Avessero cambiato punto cardinale, avrebbero dato un bel segnale.

Luigi Quaranta @corriere.it

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