Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Ciao PierMario

L’INCHIESTA/Una lunga sequenza di errori:
barella sbagliata, ambulanza bloccata, defibrillatore non usato

PESCARA – Può darsi che il Moro sia morto davvero in un lampo, che da subito – da quando è caduto, si è rialzato e poi è di nuovo caduto – non ci fosse più niente da fare. Ma tutto quello che è successo dopo – soprattutto in quei decisivi sette-otto minuti che sono passati prima di veder partire l’ambulanza dallo stadio – risulta una sequenza incredibile di errori, di leggerezze, di approssimazioni, di tragicomiche incertezze. Li sta valutando il pm Valentina D’Agostino, che è tornata al lavoro nella giornata festiva per aprire un fascicolo «contro ignoti» e per ordinare l’autopsia. Ma una prima ricostruzione dei fatti si può già tentare.

La barella sbagliata. E’ alle 15.31 di sabato pomeriggio che Pescara-Livorno, da partita di calcio di Serie B, si trasforma in un dramma. Piermario Morosini, bergamasco, valente centrocampista di 25 anni, si affloscia sull’erba e tutti capiscono che è accaduto il peggio. Lo capisce Verratti del Pescara che si precipita a prendere la prima barella che trova, la barella che risulterà troppo grande per entrare poi nell’ambulanza. Lo capisce Sansovini, che del Pescara è il capitano, e si precipita a calmare gli ultrà inferociti per l’interruzione del gioco, ultrà che vorrebbero si continuasse a giocare per recuperare un brutto due a zero. Sansovini, fortunatamente, si fa capire a gesti.

L’ambulanza bloccata. Scattano dalla panchina del Pescara il medico sociale Ernesto Sabatini e il massaggiatore, saranno loro i primi a tentare l’impossibile. Li raggiunge dalla tribuna centrale Leonardo Paloscia, un cardiologo di una certa fama, primario dell’Unità coronarica dell’ospedale cittadino, uno che ha studiato alla Cattolica e lavorato negli Stati Uniti. Prende in mano la situazione e continua il massaggio cardiaco sul povero giocatore del Livorno. Ma l’ambulanza non arriva, è bloccata da un’auto di vigili urbani di Pescara, debitamente chiusa a chiave, che impedisce ogni possibilità di ingresso sul campo.

Lo scaricabarile. Alle 15.35, dopo quattro lunghissimi minuti, davanti a uno stadio ormai ammutolito, l’ambulanza del 118 fa il suo ingresso sul prato. Altri tre minuti e partirà finalmente per l’ospedale. Intanto il vigile che ha lasciato l’auto chiusa a chiave a bloccare i soccorsi torna e di dispera. Sostiene di essersi allontanato per motivi di servizio, di aver raggiunto la postazione del Gos, Gruppo operativo sicurezza, che si occupa appunto di Gestione operativa della sicurezza nello stadio e che fa capo alla Questura. E’ solo l’inizio di un furibondo scaricabarile che continuerà per tutta la giornata di domenica. Il sindaco Albore Mascia e il comandante dei vigili Carlo Maggitti annunceranno a più riprese una «punizione inflessibile» per chi ha sbagliato, ma cercheranno ogni volta di allargare il campo delle responsabilità, prima rivelando che «altre due auto di forze di polizia erano parcheggiate davanti all’ambulanza fino a poco prima dell’accaduto» e poi sottolineando che «quell’area non è pubblica», e quindi di competenza del Pescara calcio. E infine lanciando la domanda che più inquieta: perché nessuno ha impedito a quel vigile, un maggiore, di lasciare l’auto in quel punto, perché non l’hanno fatto né gli autisti dell’ambulanza né gli uomini del Gos che pure con le loro telecamere controllano tutti gli ingressi dell’Adriatico?

Il defibrillatore. Forse è il punto più misterioso e controverso di questa tragedia. Parole di Leonardo Paloscia: «Il defibrillatore era sull’ambulanza, ma non l’abbiamo usato. Non potevano usarlo perché avremmo dovuto fare prima una diagnosi di fibrillazione ventricolare…». Gli son piovute addosso le critiche indirette di mezza Italia, dal presidente della Federcalcio Abete che ha annunciato l’arrivo di tanti nuovi defibrillatori negli stadi, fino al presidente della Federazione medico sportiva Casasco: «Se fossero state messe in tempi brevi le piastre del defibrillatore sul torace di Morosini almeno si sarebbe rilevata l’attività elettrica del cuore». Essendo da tutti riconosciute l’esperienza e la professionalità di Paloscia, il mistero è ancora più fitto.

La lunga e inutile attesa. Si può immaginare la rinuncia al defibrillatore solo con la consapevole certezza che Piermario Morosini fosse già morto. Ma questa certezza dei primi minuti non combacia con quello che di disperato è accaduto dopo, come il riaccendersi di una perduta speranza: il massaggio cardiaco è continuato per un tempo spropositato in ospedale, fino alle 16.56, quasi un’ora e mezza in totale, quando è stato dato l’annuncio ufficiale della morte. Dopo un pace maker provvisorio, dopo undici fiale di adrenalina.

L’autopsia è prevista per questo pomeriggio. La procura ha incaricato il dottor Cristian D’Ovidio. I primi risultati potrebbero già dire se Piermario Morosini è stato tradito dal suo cuore o da un problema neurologico, magari un aneurisma congenito e sconosciuto. Poi la salma tornerà a disposizione della sua ragazza e dei tifosi. L’aspettano a Livorno e da lì a Bergamo per i funerali.

Nino Cirillo @gazzettino.it

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