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No Al Calcio Moderno

Patron del Cardiff City vuole cambiare colore della maglia per soldi. No dei tifosi

I supporters della più importante squadra gallese sono riusciti a stoppare sul nascere il progetto del proprietario malese del club: modificare il simbolo della società e passare dal glorioso blu della divisa al rosso per sfondare nel mercato cinese

Sarebbe stata una rivoluzione storica, destinata ‘sconvolgere’ per sempre la storia del calcio: cambiare il colore della maglia, da blu a rosso, sacrificando la tradizione sull’altare del mercato. Per fortuna non è andata in porto e, sotto la pressione dei tifosi in rivolta, la pazza idea è stata ritirata. Anche se non smentita, anzi. Succede a Cardiff, capitale del Galles, dove lo storico club del Cardiff City – 103 anni di onorata storia, tra cui una vittoria in FA Cup, una finale di League Cup e una semifinale di Coppa delle Coppe con indosso sempre e solo la mitica casacca blu – ha rischiato di dovere giocare dall’anno prossimo con la maglia rossa. La balzana idea è venuta al proprietario malese Tan Sri Vincent Tan Chee Yioun, che dal 2010 è diventato azionista di maggioranza della società.

Tan Vincent, facoltoso businessman malese che secondo la rivista Forbes possiede un patrimonio stimabile in oltre 1,3 miliardi di dollari, è uomo ambizioso, intenzionato a portare il Cardiff City, attualmente in seconda serie, a diventare parte stabile dell’élite della Premier League. Il primo passo per fare del club una società di prima grandezza avrebbe dovuto essere quello di uscire dai confini cittadini. Altro che la piccola Cardiff, la società doveva essere appetibile in Malesia e nei mercati del sud est asiatico. Come fare? Cambiando lo storico colore della maglia ovviamente e, già che c’era, anche il simbolo della squadra.

Il blu da quelle parti non tira, molto meglio il rosso che, nella tradizione cinese ancora molto forte in Malesia, significa fortuna e integrità. Mentre il blu è il colore dei funerali e della morte. Inoltre, uno studio di un gruppo di psicologi dello sport dell’Università di Munster nel 2008 sosteneva che nello sport le squadre vestite di rosso avevano maggior probabilità di vittoria perché indossano un colore che intimorisce gli avversari. Poi, va bene che il simbolo della squadra è un uccello, blu ovviamente, da cui il centenario soprannome del club come Bluebirds, ma volete mettere un bel drago, icona imperiale di forza e di potenza e, incidentalmente, anche simbolo del Galles? Due piccioni con una fava.

Dai Bluebirds ai Red Dragons quindi, perché in questo modo, recita un comunicato stampa sul sito ufficiale del club “il nuovo simbolo e il nuovo colore servivano a cementificare una simbolica fusione tra la cultura gallese e quella asiatica attraverso l’uso del colore rosso e dell’icona del drago”. Non solo un’operazione di sincretismo culturale però, perché l’operazione sarebbe stata vantaggiosa anche da un punto di vista economico. “La fonte di una possibile rinascita economica del club, attraverso la promozione e la commercializzazione della società e del suo nuovo marchio, che avrebbe attirato nuovi investimenti internazionali – continua il comunicato del club – permettendo di avere a disposizione maggiori fondi da investire e offrendo quindi maggiori possibilità di raggiungere il successo”.

Peccato che l’idea non sia piaciuta per nulla ai tifosi, che hanno minacciato di disertare in massa lo stadio e di smettere di sostenere il club. D’altronde in Inghilterra molti tifosi del Manchester United hanno smesso di seguire la squadra da quando è passata in mani americane, fondando un nuovo club: il Football Club United of Manchester, che milita nelle serie minori e il cui stadio è sempre pieno. Hanno cominciato a disertare anche quelli del Newcastle, quando il nome del loro stadio daSt. James’ Park è diventato Sports Direct Arena dal nome dello sponsor.

Figuriamoci un cambio del colore della maglia e del simbolo. E’ vero, il calcio moderno si gioca sui tavoli del mercato mondiale, ma arrivarci radendo al suolo la base locale dev’essere sembrato eccessivo anche per l’ambiziosa proprietà del Cardiff City, che così ha concluso il comunicato: “Questa proposta non era intesa a mutare la tradizione e la storia del club, che riconosciamo essere la sua linfa vitale. Perciò, alla luce del parere contrario dei tifosi, espressi direttamente alla società o attraverso i media, non procederemo ulteriormente con la proposta di cambiare il colore e il simbolo della squadra. Il Cardiff City ha una storia importante, che siamo onorati di celebrare a livello locale, nazionale e globale”.

 Luca Pisapia @ilfattoquotidiano.it

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