Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Vicenza Calcio: la società tace, parla la curva

Tra le tante voci che in queste settimanesono intervenute sulla situazione del Vicenza Calcio, ce n’è una che spicca per la sua assenza. Quella della società. Quando abbiamo cominciato ad occuparci della situazione di via Schio, abbiamo chiesto ai diretti interessati una panoramica, anche con cifre di massima, sulle entrate e i costi della società: quanto arriva dai diritti tv e dai contributi di lega, quanto dai biglietti, quanto dagli sponsor e dal marketing; e quanto costa invece il monte stipendi dei giocatori, quanto quello degli altri dipendenti, quanto la manutenzione delle strutture. Niente di troppo complicato, insomma, per chi questi dati li dovrebbe conoscere a menadito. Se poi ci fosse stato qualche chiarimento anche sulla situazione di indebitamento della società, su cui si rincorrono le voci più disparate, e sulle ragioni di una struttura proprietaria fatta di scatole cinesi, tanto meglio. A due settimane abbondanti di distanza, abbiamo collezionato solo cortesi rinvii. Di risposte precise, nemmeno l’ombra. Un vecchio adagio del giornalismo dice che le fatiche del cronista non fanno notizia. Ma in un momento in cui molti individuano proprio nelle debolezze interne della società la ragione della crisi sportiva, forse sarebbe stato più consono un atteggiamento diverso.
Così, nel silenzio ufficiale, parlano i ragazzi della curva sud, la culla del tifo biancorosso. Rispetto a qualche anno fa, la geografia interna degli ultras del Lane è meno omogenea e meno strutturata. Ma lo zoccolo duro, quello degli irriducibili che non si perdono una partita nemmeno nelle trasferte più complicate, si può individuare in quei due o tre gruppi uniti nella battaglia contro la tessera del tifoso. E uniti anche nel giudizio sulla situazione attuale del Lane, che vede finire sul banco degli imputati, ancora una volta, l’ex presidente Sergio Cassingena. «Un personaggio che non è mai stato chiaro – a parlare sono Christian Brojanigo, Paolo Frigo e Federico Tacchini, tre dei referenti dei gruppi -. Ha fatto da padrone per otto anni, per poi defilarsi dicendo non sono io il proprietario. Nel frattempo Vicenza è diventata un circo di cui vergognarsi».
Il primo aspetto critico è il deterioramento sempre più profondo del rapporto tra squadra e tifoseria. «Il legame è distrutto: aveva parlato di serie A, poi di playoff, e invece la squadra è andata sempre peggio. In tanti si sono disaffezionati: ci sono tifosi storici che non hanno più rinnovato l’abbonamento. Ed è difficile dargli torto: andare allo stadio vuol dire farsi male». Inutile fargli notare che forse, in un momento di crisi generalizzata del mondo del calcio, addossare tutte le colpe a Cassingena potrebbe essere ingeneroso. «Nessuno chiede il miliardario che butta soldi a fondo perduto – ribattono – ma chiarezza e onestà sì: bastava dire questi sono i mezzi che abbiamo, lotteremo per la salvezza, non aspettatevi troppo. Qua invece si è fatto il contrario, promettendo investimenti che non si sono mai visti, senza nessun progetto sotto. Se ogni anno compri venti giocatori e poi ne rivendi diciotto, ogni volta devi ripartire da capo; non c’è più un vivaio; non c’è un settore marketing e merchandising, non si trovano nemmeno le magliette ufficiali per i bambini».
La seconda bordata di critiche si concentra invece sull’indebolimento della struttura societaria. «Quando hanno comprato la società dagli inglesi, c’era una situazione di indebitamento chiara, di circa 7 milioni e mezzo di euro, bilanciata però da un parco giocatori di livello e da un patrimonio immobiliare consistente, costituito soprattutto dai campi di Isola Vicentina. Adesso i debiti non si sa quanti siano – nemmeno i commercialisti a cui abbiamo fatto vedere i bilanci hanno saputo darci una risposta precisa – il parco giocatori non c’è più e non c’è nemmeno il patrimonio immobiliare». I campi sono infatti stati venduti alla River srl, la società dell’allora amministratore delegato Danilo Preto, con una partita di giro che è servita a portare liquidità nelle casse della società ma che ha suscitato più di qualche perplessità.
Anche in questo caso serve poco far notare che, pur con queste difficoltà, Cassingena è riuscito a mantenere il Vicenza in B. mentre le squadre di altre città simili, in questi otto anni, hanno conosciuto la Lega Pro, la Seconda Divisione e pure il fallimento. «Intanto – replicano -, il tifoso di una squadra che ha la storia del Vicenza, non accetta di essere paragonato a quelli del Treviso, del Modena o del Rimini. E poi il punto è che Cassingena non ha nemmeno provato a fare qualcosa: forse sarebbero state meno pesanti alcune stagioni in C, se fossero servite a tornare poi protagonisti in B, e magari anche in A. La mediocrità uccide: se gli togli il sogno, il tifoso è morto. Non aveva soldi? E allora perché ha comprato, quando sapeva benissimo che il calcio professionistico, soprattutto quello di serie B, ti porta solo passivi?».
La conclusione è dunque che «serve un reset totale». Potrebbe arrivare dalla vendita della società, se le trattative di cui si è parlato più volte andassero avanti. Ma prima c’è da guadagnare l’ennesima salvezza all’ultima giornata. Ed è un risultato tutt’altro che scontato.

@nuovavicenza.it

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