Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Calcio Malato

Quelle città rimaste senza calcio
Oltre un milione di tifosi orfani

Prima di fallire la Triestina si era inventata persino i tifosi finti per ovviare alla desolazione di uno stadio vuoto

Foggia e Spal le ultime a fallire: in tre anni la Lega Pro ha perso 21 club. Abete (Figc): «Il pallone
risente del momento difficile
del Paese»

Da Trieste in giù. Il calcio, quello dei professionisti, paga anche quest’estate il caro prezzo del fallimento e chiude la porta in faccia ad un potenziale pubblico di un milione di appassionati: Triestina, Spal, Pergocrema, Giulianova, Piacenza, Foggia, Taranto e Siracusa escono dal pallone, cancellano la loro storia e, se riusciranno nell’impresa, potranno ripartire con nome e società diverse dalla serie D. Il punto di non ritorno, o meglio, l’ultimo stadio si consuma ormai in Lega Pro, ex C1 e C2, campionati destinati a restringersi sempre più come racconta la tendenza. I numeri parlano chiaro: chi arriva fino in fondo, lo fa spesso in apnea, punito con punti di penalizzazione per colpa di stipendi non pagati e impossibilitato a trovare una fideiussione da 300 mila euro per iscriversi al via della Seconda Divisione o del doppio per il campionato di Prima Divisione.

Restare senza calcio, per il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete, è la naturale conseguenza della crisi che sta vivendo il Paese. «C’è l’amarezza per qualche abbandono significativo. Ma così Abete – c’è anche la necessità da parte dei club di mantenere gli equilibri economici per il futuro: il pallone risente del momento difficile…». Nelle città «ferite» dalla mancata iscrizione, la piazza sembra aver imboccato la strada della pazienza, in parte perché si è capito che il calcio non può scappare dalla crisi, in parte perché c’è la speranza che il futuro finisca in mani più solide. «Ferrara – spiega il sindaco Tiziano Tagliani – ha sempre vissuto di calcio e la passione non si è certo interrotta ora che la Spal dovrà ripartire, speriamo dalla serie D. Ho lanciato un appello agli imprenditori locali, adesso aspetto che venga raccolto: nonostante nel pallone si investa spesso a fondo perduto, credo che scommettere sui giovani, sulle scuole calcio dei più piccoli possa creare comunque un ritorno. Il Comune ci mette lo stadio e non è poco anche se capisco chi mi dice “sindaco noi dobbiamo rifare i capannoni distrutti dal terremoto”…».

Il calcio professionistico soffre. Cinque le squadre che sono uscite di scena due anni fa, otto l’estate scorsa, otto adesso: da 90 club nei campionati di Prima e Seconda Divisione della stagione 2010/11 si passerà ai 69 attuali. «Il nostro obiettivo, annunciato da tempo, è scendere fino a sessanta squadre in una Lega Pro unica, magari fra un anno. Il calcio in generale è sovrastimato, lo dicono i numeri, lo dice la realtà: se precisa Francesco Ghirelli, direttore generale della Lega Pro – non si realizza la drastica riduzione di società, se non si decide di puntare sui giovani e se non si lavora alla formazione dei dirigenti, la strada resta in salita». Spesso accade che il baratro per i club in difficoltà si apra senza paracadute una volta consumato il salto indietro di categoria: chi scivola dalla B in Lega Pro, si ritrova in un attimo ancora più giù o addirittura con i libri in tribunale. «Una retrocessione dalla serie B – continua Ghirelli – significa la perdita dai 3,8 ai 4,4 milioni di euro dei diritti tv e dai 5 ai 10 milioni di Iva da pagare. Senza contare il peso di contratti di giocatori stipulati per un campionato diverso ed ancora in vigore una volta caduti in Lega Pro…».

Da Trieste in giù. Fino a Siracusa o Taranto. «Ci sono da cinque a sette imprenditori interessati per far rinascere il calcio. Nessuno – dice il sindaco della città pugliese Ezio Stefano – ha la volontà di sostenere un investimento da 700 mila euro, ma se di mezzo c’è una cordata possiamo avere una speranza».

Guglielmo Buccheri @lastampa.it

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