Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

L’ora del Campari

Campari brinda con il rum:
la rivincita del made in Italy


Dopo tante cessioni, un’operazione in controtendenza. Acquisito il controllo dei liquori giamaicani

ROMA – Un cocktail con rum e Campari non è certo da raccomandare. Ma l’operazione che ha portato il Gruppo Campari ad acquistare il controllo della Lascelles deMercado & Co. Limited (LdM), produttrice dei migliori rum giamaicani è da vero intenditore di liquori. E getta finalmente un raggio di sole in un settore nel quale i grandi marchi italiani finiscono spesso e volentieri in mani straniere. Un fenomeno che si estende all’alimentare e alla moda.

Martini, Stock, Peroni e Moretti sono saldamente controllate da gruppi non italiani, Campari invece ha investito in acquisizioni 1,2 miliardi di euro negli ultimi cinque anni. La famiglia Garavaglia, che ha rilevato lo storico marchio dai fondatori, può iniziare il pasto con un Americano o un Negroni e concluderlo con un bicchiere di Wild Turkey, il prestigioso bourbon acquistato nel 2009. Adesso anche con un rum invecchiato dall’aroma particolare. LdM ha infatti un portafoglio liquori che include Appleton Estate, Appleton Special/White, Wray & Nephew e Coruba, leader in Giamaica e distribuiti a livello internazionale.

L’operazione appena conclusa, per 415 milioni di euro, costituisce la terza acquisizione più importante per Campari in termini dimensionali e posiziona l’azienda italiana come un operatore leader nel mercato del rum premium a livello mondiale. Oggi il rum è una categoria in forte sviluppo, mojito a parte, grazie a fattori quali la «premiumisation», l’innovazione e il forte richiamo internazionale, che generano nuovo interesse per il consumo di rum invecchiati, aromatizzati e ad alta gradazione nei mercati di tutto il mondo.

Così il Gruppo Campari, che possiede anche famosi brand italiani come Aperol, Cinzano, e Cynar, ed è guidato da un amministratore delegato austriaco, Bob Kunze-Concewitz, nato a Istanbul ma da molti anni in Italia, consolida ulteriormente la sua massa critica nei mercati americani (in particolare Stati Uniti, Canada e Messico), acquisisce un posizionamento leader in Giamaica e crea le basi per una futura crescita internazionale, sfruttando le sue forti capacità distributive recentemente potenziate attraverso nuovi investimenti nella creazione di mercati diretti.

L’operazione giamaicana ci consola un poco dell’addio all’Italia di marchi come Martini, che conserva il nome italiano naturalmente, ma è saldamente nelle mani degli americani della Bacardi. O del mitico brandy Stock ’84, passato recentemente a un fondo di private equity internazionale che ne ha dislocato la produzione in Repubblica ceca, chiudendo lo storico stabilimento triestino dove si distillava anche la vodka Keglevich. E meno male che la Vecchia Romagna Buton, dopo essere passata alla multinazionale inglese Diageo, ha fatto ritorno a casa grazie alle sorelle Seragnoli, proprietarie dell’Amaro Montenegro e decise, a «scaldare il cuore» anche col «brandy che crea un’atmosfera».

Musica amara invece nel campo delle birre, sempre più amate tra i consumatori di alcolici, soprattutto giovani. Se è vero che il boom delle microbirrerie artigianali aiuta il made in Italy, i nostri marchi storici sono in buona parte finiti in mano estera.

La birra più amata dai romani (e non solo), la Peroni, è di proprietà del gruppo Sab, che nasce in Sudafrica nel 1895, e si trasforma poi nel 2002 in SabMiller plc – con l’acquisizione del Gruppo americano Miller – diventando così il secondo produttore di birra al mondo. Attualmente commercializza birra in oltre 60 paesi distribuiti in 6 continenti e solo in Europa gestisce 19 stabilimenti in cui lavorano più di 12.000 persone. Il portafoglio prodotti comprende più di 200 marchi.

Il colosso olandese Heineken è invece dal 1996 proprietario della Birra Moretti, straniera quindi nonostante il friulano coi baffi e il trofeo con le migliori squadre italiane. Consoliamoci. È un fenomeno non solo italiano. La Budweiser americana si è «bevuta» la Corona messicana, una bella rivincita sulla battaglia di Alamo.

Alberto Guarnieri @gazzettino.it

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