Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Pescara vs Lazio

A Pescara attendono la Lazio col… fucile spianato: un manifesto dei tifosi abruzzesi fa già discutere

L’immagine di un cacciatore con l’arma puntata su un’aquila è visibile nella città abruzzese: è polemica. Le due tifoserie non si amano, e per domenica c’è il pericolo incidenti.

La partita tra Pescara e Lazio si giocherà domenica, ma è come se fosse già iniziata. La tensione tra le due tifoserie, rivali e mai amiche, si taglia col coltello. E non si può certo dire che i supporters abruzzesi stiano facendo granché per smorzarla.

In molti punti di Pescara, infatti, sono stati affissi dei manifesti che ‘preparano’ il match dell’Adriatico. E non sono leggeri: l’immagine raffigura un cacciatore in procinto di sparare col proprio fucile a un’aquila, simbolo laziale, mentre la didascalia recita ‘La caccia è aperta’.

Le due tifoserie, negli anni 70, 80 e 90 hanno dato vita a numerosi incidenti. E la paura che i disordini possano ripetersi è alta: a Pescara arriveranno non più di 100 tifosi laziali, tenuti sotto stretto controllo dalla polizia; inoltre, sarà chiuso il traffico e saranno vietate le bancarelle nei pressi dello stadio.

Da parte loro, i tifosi non stanno già nella pelle. “E’ un evento atteso vent’anni dal popolo pescarese: finalmente ci siamo! – recita un comunicato dei ‘Rangers’, uno dei principali gruppi organizzati del tifo pescarese – i nostri ragazzi devono capire quanto sia importante per noi, devono arrivare carichi”.

@goal.com

Lazio e Pescara, le cause di una guerra che dura da 35 anni

“Al di la delle vecchie ruggini tra le due tifoserie, Pescara-Lazio rimane solo una partita di calcio, nulla più. Io sono giorni che cerco di fare in tutti i modi il pompiere, di gettare acqua sul fuoco e di parlare solo di calcio. Qui sento parlare quasi di guerra e questo clima non mi piace, perché poi non ci possiamo lamentare se gli stadi sono vuoti,  se le famiglie o i tifosi normali se ne restano a casa.  La rivalità è giusta, ma deve essere una cosa sana, evitando atteggiamenti che non hanno nulla a che fare con il calcio e con lo sport”.

Giocare a Pescara per la Lazio non è mai stato facile e non lo sarà neanche domenica. Le parole del presidente pescarese Daniele Sebastiani sono quelle di una persona saggia, ma da ogni vocabolo traspare la tensione e la preoccupazione di chi teme di vedere per l’ennesima volta quella che dovrebbe essere solo una partita di calcio trasformarsi invece in una sorta di guerra tra bande. E il rischio che questo possa succedere domenica in riva all’Adriatico è alto, altissimo. Da mesi, sulla Roma-Pescara viaggiano minacce, avvertimenti e appuntamenti per regolare vecchi conti in sospeso. In molti ancora si chiedono il perché di questo odio tra due squadre che neanche si sfiorano da anni, tra chi ha conquistato l’Europa e chi faticava addirittura a restare  stabilmente in Serie B. E’ una storia vecchia, che nasce in una grigia giornata di fine ottobre di 35 anni fa, proprio alla vigilia di Halloween. Anche se all’epoca quella era ancora una festa tutta americana o anglosassone. E’ la storia di una rivalità che nasce per caso e che merita di essere raccontata ancora una volta. Per farlo, uso uno stralcio del mio ultimo libro “La banda del meno nove”, perché in quella stagione 1986-1987 si gioca alla terza giornata un Pescara-Lazio molto particolare, carico di significati e di tensione. Come e forse più di quello che andrà in scena domenica all’Adriatico.

“Nella stagione 1977-1978, in cui si gioca la prima sfida tra Lazio e Pescara in Serie A, i tifosi abruzzesi, saliti in migliaia a Roma, ingannati sbagliano Curva finendo in quella dell’Olimpico occupata dai tifosi della Lazio e vogliono spogliati di tutto: sciarpe, bandiere, striscioni e tamburi. Poi, scortati dalla Polizia trovano riparo in Curva Nord. A fine partita, scoppiano gravi incidenti che coinvolgono famiglie, donne e bambini. Lo scenario nella zona dello stadio è tipico di quegli anni: auto incendiate, pullman distrutti, scene di vera e propria guerriglia urbana abituali per la Roma di quegli anni di piombo, anni di manifestazioni e di scontri tra fazioni politiche e forze dell’ordine, inusuali per chi arriva dalla provincia e certe scene le vede solo in televisione e comunque non legate al calcio. E’ il 30 ottobre del 1977, la Lazio vince 2-1 ma quella data non entra nella storia per quel risultato, ma perché segna l’inizio di una faida che si trascina da 35 anni e che trasforma ogni sfida in una sorta di resa dei conti.

La partita di ritorno a Pescara si trasforma in una sorta di caccia al laziale. Ricordo quel giorno come se fosse ieri: la pioggia, il cielo nero, il nostro ingresso in città in pullman scortati dalla Polizia, con tutto il corso di Pescara pieno di manichini vestiti con la maglietta della Lazio che pendevano come tanti impiccati dai fili della luce che attraversavano da una parte all’altra quel grande viale. Manichini appesi a perdita d’occhio: uno spettacolo agghiacciante, l’antipasto di quello che sarebbe successo quel giorno e in tutti gli anni a venire in ogni sfida tra Lazio e Pescara.

Quel 28 settembre del 1986 non fece eccezione, anzi. La ferita del ripescaggio in Serie B della Lazio e del conseguente provvisorio ritorno del Pescara in Serie C1 era ancora viva, così come le dichiarazioni polemiche dei dirigenti abruzzesi e di Giovanni Galeone. Pochi giorni dopo, il Pescara era stato nuovamente ripescato in Serie B a causa del fallimento del Palermo. Giovanni Galeone, nonostante l’aria di smobilitazione che regnava nell’ambiente e la mancata campagna acquisti, aveva deciso comunque di restare, e il Pescara, per riabbracciare l’antico maestro, aveva dato il benservito a Enrico Catuzzi (futuro allenatore delle giovanili della Lazio), finito al Bari. E Galeone carica di significati quella sfida, rilasciando dichiarazioni di fuoco anche per scuotere la sua squadra, che come la Lazio ha raccolto solo un punto nelle prime due partite.

A Pescara troviamo una città in stato d’assedio. Posti di blocco ovunque, mezzi della Polizia che scortano macchine e pullman provenienti da Roma dall’autostrada fino in città, la zona dello stadio militarizzata come un campo di battaglia. Ma nonostante tutte le precauzioni, sul piazzale dietro la Tribuna coperta i due gruppi si fronteggiano, divisi da un piccolo cordone di poliziotti, costretto a fare da spartiacque tra circa 2000 tifosi laziali da una parte e quasi il doppio dall’altra. Urla, insulti, minacce, qualche oggetto lanciato ma nulla più, almeno all’inizio. Ma ad un certo punto scoppia il finimondo. Due tifosi della Lazio che si sono staccati dal gruppo per entrare in un bar vicino allo stadio vengono aggrediti da decine di tifosi del Pescara, e immediatamente scatta il raid per portarli in salvo. Il cordone di polizia viene travolto e il piazzale si trasforma in una vera e propria arena in cui si sfidano ragazzi a volto coperto armati di bastoni, spranghe e mazze da baseball. Spuntano anche, da entrambe le parti, dei coltelli, e solo per un miracolo non succede nulla di grave. Dopo un quarto d’ora di scontri furibondi, ma che sembrano durare ore, arrivano i cellulari della Polizia per disperdere i due gruppi che si fronteggiavano e per formare una sorta di muro tra noi e i tifosi del Pescara. Si raccolgono i feriti ed i contusi e si entra dentro lo stadio, dove però la tensione è altissima.

Siamo a metà degli anni ottanta, negli stadi italiani non esistono settori riservati ai tifosi ospiti, quindi in curva le tifoserie si possono mischiare, i sistemi di sicurezza sono facilmente aggirati e dentro entra veramente di tutto. Sotto un temporale che sembra più invernale che di fine estate, per ore e ore si accendono risse ovunque. Il suono delle sirene delle ambulanze copre anche quello dagli altoparlanti dello stadio, e si fatica a fare la conta dei presenti e a ritrovare chi si è perso.

La partita in questo clima di guerra è l’ultima cosa a cui si pensa, e la tensione che si respira all’interno dello stadio contagia anche i giocatori in campo. Pagano (ex compagno di squadra ad Alessandria di Camolese, Gregucci e Sgarbossa) semina il panico nella difesa della Lazio e il 4-3-3 di Galeone mette alle corde una squadra che ancora non si è ripresa dallo choc della sconfitta con il Messina nell’esordio all’Olimpico. Quel ko inaspettato ha tolto energie e serenità a tutto l’ambiente. E la Lazio in quel primo tempo viene messa sotto di brutto. Solo i pali, le traverse e qualche parata miracolosa di Terraneo consentono alla squadra di entrare negli spogliatoi in svantaggio di un solo gol, quello messo a segno da Pagano a metà del primo tempo. In quei quindici minuti, tra le quattro mura di quella stanza in cui la Lazio cerca di ritrovare il bandolo della matassa, arriva la vera e propria svolta di quella stagione. Fascetti scuote i suoi ragazzi, fa capire a tutti che un’altra sconfitta sarebbe devastante sia per la classifica che per l’ambiente, e nel secondo tempo entra in campo un’altra Lazio. Mimmo Caso si piazza a centrocampo, a protezione della difesa, e dai suoi piedi parte l’azione che porta al pareggio di Paolo Mandelli, al suo primo gol da professionista. La partita finisce uno a uno, mentre quella tra tifosi laziali e pescaresi prosegue anche dopo il triplice fischio di Cornieti, ma fuori dallo stadio. Ho ricordi assurdi di quella giornata: dalle signore affacciate alle finestra a urlare di tutto a ragazzi che potevano essere loro figli (una, lo ricordo come se fosse ieri, ad un certo punto si sporge dal balcone e lancia una fioriera su una macchina di tifosi laziali parcheggiata sotto la sua finestra, con quattro ragazzi a bordo) ai pullman incrociati sull’autostrada con tutti i vetri distrutti e i passeggeri che cercano di ripararsi dal vento e dalla pioggia con le tendine che solitamente servono per proteggersi dalla luce del sole. Ma quello di Pescara non sarà un episodio isolato: questo clima accoglierà squadra e tifosi in quasi tutte le trasferte di quell’anno, specie in quelle al Sud, e l’apice si toccherà alla fine, in occasione degli spareggi di Napoli”.

Stefano Greco @sslaziofans.it

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