Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Ciao Filippo

Filippo, vittima per caso a 19 anni
Una fine dimenticata da tutti

I killer volevano uccidere l’uomo che gli aveva dato un passaggio. Al funerale un’unica corona di fiori, quella degli ambulanti, colleghi del padre della vittima

Chiedi chi era Filippo Ceravolo. Aveva diciannove anni appena, un ragazzo. Viveva a Soriano, un paesino di duemila abitanti in provincia di Vibo Valentia, adagiato sul granito della Serra e della Sila, uno dei luoghi dimenticati di una regione dimenticata come la Calabria. Era un commerciante, nel senso che dava una mano a papà, titolare di una bancarella ambulante di dolciumi. Aveva un diploma di terza media, giocava a pallone nelle giovanili della squadra locale, lo raccontano come un tifoso sfegatato della Juventus. La sua vita si divideva tra il lavoro, prima o poi avrebbe ereditato il ruolo del padre, la sua famiglia ha una tradizione quasi secolare nel settore, e la fidanzata. Come tanti, come tutti. Una vita e una storia normale, in una terra che tanto normale ancora n

La sera di giovedì 25 ottobre Filippo deve tornare a casa presto. Lo attende unka sveglia all’alba, per andare con il padre al mercato di Reggio Calabria. È in ritardo. Chiede un passaggio all’amico con il quale ha appena preso l’aperitivo, in compagnia delle rispettive ragazze. Così sale sulla Punto di Domenico Tassone. E tanto basta per far finire tutto. I sogni, i progetti, il futuro. A pochi chilometri di distanza, in una zona che si chiama Calvario, qualcuno sta aspettando proprio quell’auto. Quando la vede, spara con un fucile caricato a pallettoni. Filippo viaggia sul sedile del passeggero, ma viene investito da due scariche. Lo ritrovano riverso sull’asfalto, sul ciglio della scarpata dove è caduta la Punto. Domenico, che era al volante, se la cava con una ferita al braccio. Nelle intenzioni degli assassini, doveva essere lui a morire. Come si legge sempre nei mattinali di questura, risulta noto alle forze dell’ordine, reati di poco conto, ma soprattutto è parente del boss Bruno Emanuele, protagonista della faida di ‘ndrangheta che da anni insanguina il vibonese. Quest’estate hanno ammazzato una persona sulla spiaggia, rincorrendola tra gli ombrelloni. Sai quanto gliene importa, a gente così, di un errore di mira, di uno scambio di persona. Inconvenienti del mestiere.

L’agonia di Filippo dura poche ore. Si spegne nella notte, tra le scene di disperazione dei suoi genitori. Quello che succede dopo è un classico delle storie provenienti dalla Calabria, e riguarda tutti noi, compresi i nostri pregiudizi. Perché lo sappiamo bene, anche gli omicidi si pesano. Il loro valore di notizia cambia a seconda delle geografia, dell’importanza dei luoghi, e del contesto. Filippo non muore nel profondo e talvolta ricco Nord, non muore neppure nella terra di Gomorra come Pasquale Romano, ammazzato per errore sotto gli occhi della fidanzata e giustamente diventato simbolo dell’assurdo, della precarietà del vivere in posti dove lo Stato non si vede, «non ci risulta».
La notizia della sua morte diventa materiale da maneggiare con cura, per un riflesso condizionato. È una storia di mafia locale, cattivissima e invasiva, ma non ancora frequentata da romanzi e fiction di successo. Poi, da quelle parti si ammazzano sempre, ci sono le faide, se gli hanno sparato una ragione dovrà pur esserci. Fuori dal suo territorio la ‘ndrangheta viene percepita così: un dato antropologico, e non una maledizione. Nel dubbio, la zona grigia del pregiudizio impone la scelta del silenzio. Meglio tacere. E pazienza se gli investigatori dicono che quel ragazzo era innocente, e incontaminato.

Ci arrivano prima i tifosi della Juventus, che gli dedicano uno striscione, ci arriva prima l’indignazione di qualche giornalista calabrese. Come Nicola Mirenzi, che su Gli Altri scrive di ingiustizia elevata al cubo dal silenzio generale, e cita il genius loci Corrado Alvaro: la disperazione più grande di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. Solo allora, fugato ogni sospetto, per carità, si sono fatte avanti la politica e le istituzioni. La prima interrogazione parlamentare è stata depositata ieri da Franco Laratta, deputato del Pd. «Si intende sapere se il ministro dell’Interno sia a conoscenza dell’agguato sopra descritto». Intanto si sono già svolti i funerali. L’unica corona di fiori sul feretro era quella degli ambulanti, i colleghi del padre. Chiedi chi era Filippo Ceravolo, e ti risponderanno che della Calabria non importa niente a nessuno.

Marco Imarisio @corriere.it

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