Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Lazio vs Tottenham

Assalto al pub, parla lo studente ferito:
«Erano in 50 tutti bardati e con le armi »

Nicholas Burnett, l’americano accoltellato nel raid del Drunken Ship: «E’ stata una notte di follia. Non urlavano nessuno slogan, ci hanno solo picchiati»

ROMA – «Il primo pensiero? Credevo fosse un attacco terroristico. Poi ho capito che era solo follia. Non so nemmeno perché sono stato accoltellato. Ho cercato di allontanarmi, ma mi hanno inseguito». Nicholas Burnett, studente americano di 20 anni, non nasconde le emozioni. La paura si percepisce nella sua voce quando comincia a raccontare quel mercoledì notte di una settimana fa. Anche lui era al Drunken Ship, il pub a Campo de’ Fiori preso di mira da un gruppo di ultrà alla vigilia di Lazio- Tottenham. E completamente distrutto e con decine di contusi. Ferito gravemente, è stato ricoverato in ospedale: «Quando ho chiesto ai medici quanti punti mi avevano messo, non mi hanno saputo rispondere: “troppi”. La verità è che sono stato fortunato».

STUDENTE IN ERASMUS – Martedì sera, dopo sei giorni, è stato dimesso, mentre l’altro ferito, inglese, è ancora in prognosi riservata al San Camillo. «Ora sono a casa, ma dovrò tornare per dei controlli». Gli hanno affondato il coltello nella parte destra della schiena, bucandogli il polmone. «Sto meglio, diciamo che mi sto riprendendo». La convalescenza sarà lunga. Ma il biglietto per tornare a casa, ad Anaheim, California, è per il 10 dicembre. Lui, non è un turista. Non tiene al Tottenham. E non è inglese. È un ragazzo americano arrivato nella Capitale per studiare. Frequenta un corso di Business in italiano alla Temple University. Un semestre per conoscere l’Italia. «Il Drunken ship è un punto di riferimento per stranieri».

«UNA NOTTE DI FOLLIA» – Così mercoledì sera è andato a bere una birra. «Ero con due amici che frequentano il mio corso». La notte romana era tiepida. «Per questo abbiamo deciso di stare fuori, sul patio». Con loro almeno una trentina di persone. «Eravamo allegri. Il giorno dopo avremmo festeggiato Thanksgiving». Certo, Nicholas aveva notato che c’erano più inglesi del solito. «Ma niente di particolare». Poi intorno all’una e un quarto un gruppo di persone ha attirato la loro attenzione. «Una cinquantina, si muovevano in gruppo. Alcuni avevano i caschi, tutti con le sciarpe che li coprivano il volto. E armi in pugno, ben visibili». Mazze, bastoni, coltelli. «Dopo pochi secondo hanno cominciato a correre verso di noi. A quel punto il panico». Alcune persone sono entrate dentro al pub. Lui e gli amici ha cercato di allontanarsi, evitandoli. «Un ragazzo che non potrei riconoscere si è staccato dal gruppo. Ha alzato la mano. E mi ha toccato». Lui ha continuato a correre. Poi si è guardato la maglietta. «Era piena di sangue».

IN OSPEDALE COL TAXI – Una volta arrivati in corso Vittorio, ha cercato di prendere un taxi. «Il primo mi ha rifiutato, poi un altro mi ha accettato». Poi in ospedale. I medici, la prognosi, la polizia. E la preoccupazione per gli amici: «Stanno abbastanza bene, uno ha avuto punti in testa, l’altro solo picchiato». Lui ha avuto la peggio. Ha letto i giornali, le ricostruzioni, l’ipotesi dei tifosi. «Non ho sentito alcuno slogan. Nessuna rivendicazione. Sembravano solo accecati dall furia. Una violenza senza un vero perché». Ora è a casa, ma rimane la paura. «Per favore non voglio apparire, non mettete la mia foto». È il timore di essere riconosciuto. «Devo rimanere a Roma fino al 10 dicembre».

Benedetta Argentieri @corriere.it

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