Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

Nick Hornby e la tessera del tifoso

Nick Hornby e la tessera del tifoso

Nick Hornby e la tessera del tifoso

L’iniziativa “Trasferte libere”, di cui si può leggere qui, ha fatto venir fuori dal cassetto un pezzo di due anni fa, sulla tessera del tifoso. Facile premonizione, quella di stadi un po’ più tristi. E nulla è cambiato, se non che almeno, non c’è più l’obbligo di legare la tessera a una carta di credito. Ma la riflessione, che resta, la ripropongo. Intatta.

Nick Hornby, nel suo capolavoro “Febbre a 90”, racconta di sé e del calcio, di un rapporto di amore che esplode all’improvviso e lo accompagna per una vita intera. Scopre, iniziando la sua avventura, cosa vuol dire stare sugli spalti e tifare e spiega quasi con crudeltà: «L’intrattenimento come dolore era un’idea che mi giungeva del tutto nuova». Così mette una gigantesca didascalia a quella che è la vita di un tifoso: la vita di chi paga per partecipare a una sofferenza, di chi fa sacrifici per provare un altro tipo di dolore per un’ora e mezza più intervallo e recupero. Va così, da sempre: chi è allo stadio da tifoso lega il suo umore al risultato e inevitabilmente soffre: se si è in vantaggio e la partita non è ancora finita, se si è in svantaggio e non si riesce a rimontare, se si è pari e chissà cosa può accadere. Non si cerca il bello, quando si va allo stadio: si cerca l’appagamento. Prima, però, si soffre. Qualcosa di straordinariamente diverso da ogni altra forma di arte o di attrazione. «Ero già stato a degli spettacoli, ma era diverso: i vari tipi di pubblico di cui avevo fatto parte fino a quel momento avevano pagato per divertirsi, e sebbene si potesse scorgere occasionalmente un bambino irrequieto o un adulto che sbadigliava non avevo mai notato visi contorti dalla rabbia, o dalla disperazione o dalla frustrazione». Ma nonostante la clamorosa e innegabile differenza l’intrattenimento come dolore ha successo: non per stupidità, ma per passione. E in quel malsano sentimento, oltre che nelle parole di Hornby, c’è tutto quello che manca al calcio di oggi: la poesia dell’essere tifoso. Non c’è più, è finita per l’abuso della libertà negli stadi prima e per le modernità non sempre coerenti con l’obiettivo. La poesia, a meno che la si riesca a vedere in una tessera da sottoscrivere, piena di tecnologia al punto da instillare il sospetto che si possano controllare i movimenti di ogni tifoso, è morta. La bellezza della disperazione di un uomo sugli spalti, dei visi contorti dalla rabbia appena sublimemente raccontati è sfregiata da una carta di credito prepagata diventata necessaria per una trasferta, un abbonamento, chissà forse domani anche per fare il biglietto.
Si è aggiunto troppo a un progetto che inizialmente poteva attirare: si è smontato l’appeal, distorto l’interesse vero, si è varcata la soglia tra il vantaggio per i tifosi che scelgono di fidelizzarsi e quindi tesserarsi e la rigorosa imposizione per chiunque abbia voglia di seguire il calcio, con passione o senza.
E’ l’obbligo che ha fatto perdere di vista l’utilità delle tessera: è il “doverla” fare che non è riuscito a spiegare i privilegi che, eventualmente, dovranno prima o poi esserle associati. Insinuando il dubbio di un controllo più alto, via breve per spiegare la duplicazione di funzioni rispetto a biglietti nominativi e abbonamenti moderni. E’ l’immagine del calcio del futuro che, però, rattrista: senza la suggestione degli esodi in trasferta, con gradoni disadorni e ogni giorno più vuoti. Con il vincolo di fedeltà alla propria squadra («I matrimoni – scrive Hornby – sono ben lontani da tale rigidità: non beccherai mai nessun tifoso dell’Arsenal che sgattaiola verso il Tottenham per una scappatella») messo alla prova da dure e lunghe trafile, da scelte che porteranno prima o poi verso la dissoluzione non solo della parte violenta del calcio, ma anche di quella colorata e passionale, perché nella foga ci si sta portando via tutto, avvicinando lo stadio al teatro e, quindi, stravolgendone l’idea. Scrive ancora Nick Hornby, nel suo romanzo che se ci fosse stata la tessera del tifoso non avrebbe potuto scrivere: «L’atmosfera è una delle componenti fondamentali nell’esperienza del calcio. Questi enormi settori (le curve, ndr) sono tanto importanti per i club quanto i giocatori, non solo perché i loro habitué offrono un supporto di tipo sonoro alla squadra, e non solo perché riforniscono le società di grosse somme di denaro, ma perché, senza di loro, a nessun altro gliene fregherebbe niente di andare allo stadio».
Il viaggio intorno alla tessera del tifoso non ha fermato le contraddizioni, aumentandole in alcuni casi. Mostrando una volontà (riportare la gente allo stadio) che stride con l’umore popolare, con la cultura rumorosa del calcio di casa nostra: «Chi farà casino adesso? I bambini e le loro mamme e i loro papà piccolo-borghesi di periferia verranno ancora, se dovranno fare tutto da soli? O si sentiranno imbrogliati? Perché in pratica il club ha venduto loro dei biglietti per uno spettacolo in cui l’attrazione principale è stata rimossa per fare loro spazio». Molto, poi, finisce per sbattere sulla propaganda sbagliata a proposito della “tessera”: se è utile lo si stabilisce prima legandola ai vantaggi del club esclusivo che si va pubblicizzando. E se sono solo vantaggi di ordine pubblico, allora tutto il resto del sospetto è fondato. Se ce ne sono altri, nessuno li ha presentati. Tranne uno, forse il più fastidioso: legare la tessera a una carta di credito ricaricabile. Associare la passione a uno strumento finanziario, rendere cliente chi vuol essere semplicemente tifoso, vincolare la fede sportiva al denaro, per quanto elettronico. Qui muore la poesia del calcio, il fascino dell’intrattenimento con dolore da cui si è partiti. Qui si scava la vera differenza: perché il cuore sta a sinistra e le carte di credito di solito nella tasca posteriore destra. Anche geograficamente la distanza è troppa.

@fulviopaglialunga.it

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