Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

calcio malato

Maxi Spezzatino

Il maxi-spezzatino nel gelo
La Lega:”Ecco la verità…”

Il maxi-spezzatino nel gelo La Lega:”Ecco la verità...”

Stadio Marassi, ore 19, Samp-Udinese: spettatori paganti 1.347, di cui uno solo dell’Udinese (un eroe, subito premiato: si chiama Arrigo Brovedani, ha 37 anni). Stadio Dallara, ore 21, Bologna-Lazio: spettatori paganti 2.397. Si è concluso così lunedì sera nel gelo il maxi-spezzatino della serie A. E non è finita qui (vedi Spy Calcio del 10 dicembre): stasera Coppa Italia all’Olimpico, ore 21. Domani, sempre al freddo, si gioca allo Juventus Stadium (tutto esaurito per il ritorno di Conte, ma quello è un caso a parte). La Lega di serie A ci fa notare che riceve molte mail di tifosi che protestano per le gare di Coppa Italia messe di pomeriggio, perchè, lavorando, non possono andare allo stadio o vederle in tv. Ringrazio per la precisazione. Inoltre, ci fanno notare da Milano che “per quanto riguarda la serie A, nel periodo novembre-dicembre su 33 partite serali ne sono state messe 18 da Roma in giù e altre 10 su campi riscaldati. Inoltre, in questi giorni, si gioca anche in Inghilterra, Scozia, Scozia, Francia, Spagna, Olanda, Belgio Portogallo…”.

So benissimo che il dg, Marco Brunelli, attento studioso del calcio europeo (insegna pure all’Università di San Marino), cerca di venire incontro alle esigenze di tutti, dai tifosi ai club alle tv. Resta il fatto che molti club sono al Nord (Juve, Milan, Inter, Udinese, Bologna, Atalanta, Chievo), che la serie A a venti squadre contribuisce ad ingolfare sempre più un calendario già molto ingolfato dalle Coppe europee (ideale-soprattutto per i grandi club- sarebbe un campionato a 18) e resta anche il fatto che molti stadi italiani, salvo rare eccezioni, sono poco confortevoli se li paragoniamo a quelli di Germania, Inghilterra, Portogallo, eccetera. Ma di tutto questo, ovviamente, non è colpa di Brunelli: se la riforma del campionato non è mai stata discussa è colpa dei club e se la legge degli stadi è diventata ormai una barzelletta la responsabilità è di una classe politica che di sport non si interessa quasi mai (salvo chiedere i biglietti omaggio per la tribuna vip…). Il sindacato calciatori, Aic, ha discusso di questo argomento, maxi-spezzatino con tante notturne, nei giorni scorsi: Damiano Tommasi e il suo staff non sono per niente felici di questa situazione, e presto lo faranno notare in maniera ufficiale. I tifosi fuggono (davanti alla tv) e i calciatori rischiano di farsi male. Lo scorso anno è stato ancora più complicato: intanto per la neve che ha fatto rinviare molte partite, poi per il fatto che bisognava chiudere la stagione in fretta in vista degli Europei di Polonia-Ucraina. Ora, tempo permettendo, c’è un maggiore margine di manovra.
E’ vero. Ma restano problemi congeniti e strutturali del nostro calcio, che non si vogliono risolvere. La Lega di A, in questi anni, è stata fra le più assenti sul fronte delle riforme e delle proposte. Fra le più vivaci invece nel litigare. Ora si spera in un periodo di tranquillità, vista anche la tregua elettorale fra Juve e Inter, anche se non sarà semplice, il 20 dicembre eleggere il nuovo (o vecchio…) presidente della cosidetta Confindustria del pallone.

@repubblica.it

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Il campionato della noia

Soltanto 23.094 spettatori
è il campionato della noia

Soltanto 23.094 spettatori è il campionato della noia (ansa)

Sinora in serie A la media-partita è stata di 23.094 spettatori. La scorsa stagione, nello stesso periodo, era di 23.006; l’anno prima solo 22.830. Segnali confortanti? Non direi proprio, Inghilterra e Germania restano distanti anni luce: non si fa un passo avanti, anche se sono salite tre società (Torino, Sampdoria e Pescara) che sicuramente faranno più spettatori di Lecce, Novara e Cesena, lo scorso anno in A. Ma non ci sono segnali di ripresa a Firenze, il Milan ha visto crollare gli abbonati, lo stesso Napoli non raccoglie più l’entusiasmo di un tempo. Pochi spettatori anche per la Lazio (derby a parte, ovviamente) e per il Palermo mentre il Cagliari cerca disperatamente di risolvere il problema dello stadio attraverso un percorso ad ostacoli. Ci vogliono impianti più piccoli, più accoglienti. Il tifoso deve sentirsi come a casa (vedi esempio virtuoso della Juve): ma i club cosa fanno? Poco o niente, come se la cosa li riguardasse in maniera marginale. Perché non vanno a lezione in Bundesliga o Premier League? Niente. Preferiscono tenere gli stadi (mezzi) vuoti e non abbassano nemmeno il prezzo del biglietto: in Italia siamo ancora troppo indietro rispetto al calcio che conta. Altro che campionato più bello del mondo: ormai è solo un ricordo.

Da risolvere poi il problema delle trasferte: colpa solo della tessera del tifoso? Non credo: è stata sottoscritta da un milione di persone solo in serie A, ma pochissimi seguono la loro squadra fuori casa. Sono sempre meno. Non sono serviti nemmeno gli sconti sui treni e negli Autogrill. I club fanno troppo poco per i loro tifosi, raramente se ne interessano. Forse non vogliono avere grane e preferiscono che gli appassionati se ne stiano a casa davanti alla tv? Probabile sia così: ma il calcio è bello quando ci sono stadi gli pieni, c’è colore, folclore, allegria. Ma ci siamo ridotti agli albo degli striscioni, che brutta fine…

Indispensabile, e non più rinviabile ormai, è soprattutto la riforma del campionati: che va concordata fra tutte le parti. Per ora si sono messe in cammino la Lega di B e la Lega Pro. In B, il presidente Andrea Abodi è stato bravo a convincere le società: dal 2014-15 si scende quindi da 22 (una follia, retaggio del caso Catania) a 20 club. Che sono già tanti, a mio avviso. Ma almeno la B ha iniziato il percorso vizioso, lanciando anche dei giovani. Così come la Lega Pro: per convinzione, ma anche per necessità (troppi i club falliti e quelli che non pagano gli stipendi), dal 2014-’15 avrà solo 60 società, un campionato unico di tre gironi. Una riforma che forse si poteva anche anticipare: difficile trovare il prossimo anno 69 club come adesso, 69 club che non abbiano penalizzazioni, paghino regolarmente gli stipendi e non facciano dormire i calciatori allo stadio (vedi Milazzo). Ma la rivoluzione era ormai improcrastinabile, visto che l’ex serie C partiva da un format di 90 club, altra follia tutta italiana. E’ stato bravo Mario Macalli a spingere per la riforma, con il contributo determinante del presidente Giancarlo Abete, che ha convinto sindacato calciatori e associazione allenatori che è arrivato il momento della svolta, del coraggio. Ma Tommasi e Ulivieri, si sa, sono persone di buon senso. Ecco così la riforma approvata.

La Lega di A invece è ancora ferma, titubante: se i grossi club (Milan, Juve, Inter, Lazio, ecc.) sono pronti a scendere a 18 club, anche perché impegnati in Europa, altre società temono non solo di avere meno soldi dalle tv (e non è detto che sia così), ma anche di finire in serie B e restarci chissà quanti anni. Ci sono almeno 5-6 società che sono contrarie a cambiare format: sarà complicato mettere d’accordo tutti. Ma così si rischia di avere un campionato troppo modesto, con tante gare noiose. Se ne parlerà più avanti di questo problema, dopo l’elezione del presidente della A (quasi certa la conferma di Maurizio Beretta). Intanto, gli arbitri hanno già deciso: avanti con Marcello Nicchi, confermato a larghissima maggioranza (62,6%) presidente dell’Aia. Battuto lo sfidante Robert Antonhy Boggi, ex arbitro pure lui. Nicchi è in piena sintonia con Braschi e sa benissimo che questo è il periodo più delicato della stagione per gli arbitri (e per gli assistenti, colpevoli sinora degli errori più gravi). E’ sempre stato così. Ci vuole più concentrazione, e anche un po’ più di coraggio da parte di qualche arbitro (vero, Tagliavento?).

@repubblica.it


Fuga degli spettatori

Calcio made in Italy, continua la fuga
degli spettatori dagli stadi di Serie A e B

La media quest’anno (neanche 23 persone a partita) è inferiore alle precedenti stagioni e impietosa rispetto agli altri campionati europei: 30mila negli ultimi due anni in Spagna, 35mila in Inghilterra, ben 42mila in Germania

Stadio

Il calcio italiano, in crisi di appeal e di risultati a livello continentale, assiste impotente alla fuga degli spettatori dagli stadi. E la desertificazione degli spalti si ripercuote a sua volta, causa minori introiti, sul livello di competitività delle squadre in Europa. Domenica, per esempio, c’erano solamente 12.313 spettatori paganti a San Siro per la sfida del Milan contro la Fiorentina, che aggiunti ai poco meno di 24mila abbonati (in netto calo rispetto agli oltre 30mila delle stagioni precedenti, e in assoluto il record negativo dell’era Berlusconi) riuscivano a stento a riempire lo stadio per metà della sua capienza. Ma il problema non è certo del Milan, che anzi con 39mila spettatori di media è la seconda squadra con più pubblico dopo l’Inter. Quello degli spalti vuoti, che si giochi il campionato, la Champions League, o sia ospitata la Nazionale, è un problema che coinvolge l’intero paese.

La situazione è tragica. In Serie B la media degli spettatori è di poco superiore ai 5mila a partita, con un’utilizzazione della capienza degli stadi inferiore a un terzo di quella possibile, mentre negli altri tre grandi campionati europei (Germania, Inghilterra e Spagna) le seconde divisioni attirano una media di pubblico sfiora le 20mila unità. In Serie A non va certo meglio. La media quest’anno è inferiore ai 23mila spettatori a partita, in calo rispetto ai 24.031 di media della stagione 2010-11 e ai 25.282 della stagione 2009-10. Il confronto con gli altri campionati, tutti in crescita, è impietoso. Nella Liga spagnola la media negli ultimi due anni è stata intorno ai 30mila. Nella Premier League inglese oltre i 35mila. Mentre nella Bundesliga tedesca si superano tranquillamente i 42mila spettatori a partita.

Queste cifre tolgono di mezzo immediatamente il falso problema della televisione: anche all’estero le partite sono trasmesse in diretta. Anzi, in Inghilterra e Germania specialmente, vige anche la cultura del pub, o Kneipe, dove molti tifosi si ritrovano per vedere insieme la squadra del cuore. E ciò nonostante gli stadi sono pieni. Non è nemmeno un problema di qualità del campionato, dato che sabato in Inghilterra hanno assistito al pareggio tra Southampton e Swansea – compagini non certo colme di talento – in più di 30mila. Quasi il doppio degli spettatori di Genoa-Napoli (3mila paganti), dove erano in campo Cavani, Hamsik e compagnia. E allora si ritorna al problema degli impianti sportivi, fiore all’occhiello degli altri campionati, che dagli stadi ottengono il 25% dei ricavi annuali, mentre in Italia la percentuale scende al 12%.

A dimostrarlo, nel mare degli stadi vecchi e fatiscenti che tendono a respingere lo spettatore piuttosto che ad attirarlo, emerge l’esempio dello Juventus Stadium: unico impianto di proprietà tra le società italiane, con una media spettatori di oltre 38mila a partita e una percentuale di riempimento del 93%. Offrendo tale prodotto, a fronte di un investimento di poco superiore ai 125 milioni, la società bianconera nel bilancio 2011-12 appena approvato ha potuto segnare un aumento di oltre il 50% dei ricavi dagli abbonamenti e una crescita dei ricavi complessivi da gara che in una sola stagione sono passati da 11,5 a 31,8 milioni di euro. Oltretutto, in un recente convegno della Lega di Serie B, l’advisor Kpmg ha calcolato che per le società interessate a costruire nuovi stadi il costo per ogni posto a sedere dovrebbe essere compreso tra i mille e duemila euro. Una cifra recuperabile in poche stagioni.

Ma la soluzione non può essere quella della proprietà dell’impianto in sé e per sé, che si vorrebbe concedere attraverso leggi confuse che servono solo a favorire abusi e speculazioni edilizie quanto di investimenti seri, sulla falsariga tedesca e inglese. Anche nei confronti del tifoso che, una volta che è stato trasformato in consumatore, come tale andrebbe tutelato. Magari attraverso l’abolizione definitiva della cosiddetta tessera del tifoso, che ha avuto l’effetto di azzerare le trasferte. Altrove gli stadi sono pieni, e le squadre volano nelle competizioni continentali. In Italia si è passati dalle 15 finali europee degli anni Novanta (media spettatori intorno ai 30mila) alle 4 degli anni Zero (media intorno ai 25mila). Quest’anno tra Champions e Europa League rischiamo che già a dicembre solo due o tre squadre superino il turno. Il deserto sugli spalti si sta già ripercuotendo nelle bacheche.

Luca Pisapia @ilfattoquotidiano.it


Contestato Preziosi

A Pegli rivolta dei duri del tifo che insultano Enrico Preziosi

Prima le voci relative alla cessione del Genoa a un gruppo straniero riconducibile a Kaladze smentite dalla società rossoblù, poi la contestazione di una parte della tifoseria a Enrico Preziosi durante l’amichevole del Genoa contro gli Allievi Nazionali. In mezzo la presentazione del nuovo direttore sportivo Rino Foschi passata quasi in secondo piano. Cronaca di un giorno infinito. Un giorno da Genoa. Alle 11.30 la società rossoblù ha smentito, con un comunicato stampa, le notizie relative alla possibile cessione del club a un gruppo straniero facente capo all’ex giocatore rossoblù Kaladze. «In relazione alla (non) notizia pubblicata in data odierna su organi di stampa locali e destituita di ogni fondamento, il Genoa Cfc smentisce qualunque manifestazione d’interesse da parte di un gruppo straniero, riconducibile all’ex calciatore Kakhaber Kaladze, ai fini di una presunta acquisizione. Lo stesso attuale Ministro dell’Energia del Governo georgiano, Kakhaber Kaladze, desidera fermamente precisare di non aver accarezzato alcuna idea al riguardo, a titolo personale o per conto di soggetti terzi, fermo restando il grande affetto che nutre nei riguardi della Proprietà, della Società e di tutta la Comunità Genoana». Se c’è stato un interesse da parte di un gruppo straniero facente capo a Kaladze ad acquistare la società rossoblù, quello risale a qualche mese fa quando il giocatore georgiano non era ancora diventato Ministro dell’Energia nel suo Paese.
Insomma, il Genoa non è in vendita e alla porta di Preziosi non ha (ancora) bussato nessuno. Come ha ricordato ieri mattina l’amministratore delegato rossoblù Alessandro Zarbano, durante la presentazione di Rino Foschi: «Alla mia porta non ha bussato nessuno e non mi risulta che qualcuno abbia bussato alla porta di Preziosi. – ha detto Zarbano -. E nessuno mi ha chiesto di leggere i conti del Genoa». Alle 12.30 Foschi si è presentato alla stampa: «Questo è un momento particolare. Negli ultimi anni il Genoa aveva abituato bene, a parte il finale della scorsa stagione. L’anno scorso è successo qualcosa di extra calcistico che ha turbato l’ambiente, ma c’è tutto il tempo per recuperare e riportare il Genoa in alto. La classifica non è un dramma», sono state le prime parole di Foschi. Che poi ha svelato un aneddoto: «Prima di andare a Palermo, volevo che Zamparini comprasse il Genoa. Il club rossoblù è sempre stato il mio pallino. Quando sono venuto qui nel 2008, dopo l’esperienza di Palermo, non avevo lo stato d’animo giusto per ripartire. Ho affrettato i tempi. Non ci ho fatto una bella figura anche se mi sono comportato in modo onesto. Non ero pronto per motivi personali. Infatti non depositammo neanche il contratto. Ora sono tornato». Giusto in tempo per assistere all’amichevole del Genoa contro gli Allievi Nazionali e alla contestazione di un gruppo di tifosi tra cui quelli di «Via Armenia 5 r» a Enrico Preziosi. Alle 15 la squadra è entrata in campo e sono partiti i primi cori contro il patron: «Noi non siamo giochi Preziosi». «Sempre col Genoa, mai con Preziosi».
Sugli spalti del Signorini è comparso uno striscione rosso su sfondo blu: «Forza ragazzi sempre al vostro fianco. Preziosi game over vaff…infame». Alla fine dell’amichevole vinta dal Genoa 6-0 (gol di Melazzi, Immobile, doppietta per Bovo e Said) la tifoseria ha invitato la squadra sotto la curva chiedendo la vittoria nel derby. Brutte notizie per Anselmo uscito per un risentimento a un polpaccio. Preziosi ha ricevuto una stoccata anche dal suo ex allenatore De Canio: «Cosa succede al Genoa? Manco da un po’ di tempo. Quello che posso dire è che Preziosi ha voluto realizzare un progetto che aveva già in mente prima dell’inizio del campionato: avere Delneri come allenatore». Critiche a Preziosi anche dall’Associazione ligure dei giornalisti: «Il presidente del Genoa non si smentisce: o con lui o contro di lui. È accaduto nuovamente ieri sera durante la trasmissione sportiva di Telenord nel corso della quale il patron ha imposto di poter continuare a parlare, facendo sospendere la messa in onda della pubblicità».

@ilgiornale


Stangata Napoli

Calcioscommesse e stadio non a norma
Napoli alla sbarra, deferito e multato

Il club rischia la penalizzazione. Multa Uefa da 150.000 euro

Napoli deferito alla Disciplinare per lo scandalo del calcioscommesse. La Procura della Figc ha rinviato a giudizio il club per responsabilità oggettiva: deferiti per illecito sportivo Matteo Gianello e Silvio Giusti, e per omessa denuncia Paolo Cannavaro.

Da uno a tre punti di penalizzazione per il Napoli e 6 mesi di stop per i calciatori Paolo Cannavaro e Gianluca Grava: ecco cosa rischiano i tesserati e il club partenopeo deferiti oggi dalla Procura Figc per la tentata combine della partita Sampdoria-Napoli del 16 maggio 2010 confessata dall’ex terzo portiere campano, Matteo Gianello (rischia almeno 3 anni, ridotti in caso di patteggiamento), ed emersa nel filone campano dell’inchiesta al Calcioscommesse. Il 15 giugno 2011, Gianello raccontò ai pm della Procura della Repubblica di Napoli e poi confermò successivamente agli inquirenti federali che, su pressione di Sivio Giusti (ex calciatore del Chievo anche lui deferito per illecito), aveva tentato di alterare la partita Sampdoria-Napoli (1-0, il risultato finale) coinvolgendo gli ex compagni di squadra Paolo Cannavaro e Gianluca Grava che si rifiutarono di partecipare alla combine senza però denunciare la proposta formulata dall’ex terzo portiere del Napoli.

La Procura. Per questo, stamane, la Procura federale ha deferito entrambi per omessa denuncia e i due difensori rischiano ora una squalifica di 6 mesi (che al termine dei tre gradi di giudizio potrebbe ridursi a 4 mesi, come già è accaduto al difensore del Bologna, Daniele Portanova) mentre il Napoli, chiamato a rispondere di responsabilità oggettiva, una ammenda. Ma il club partenopeo potrebbe incappare anche in una penalizzazione in classifica relativamente al tentato illecito di Gianello. Se al calciatore sarà però riconosciuta da parte dei giudici della Commissione Disciplinare la «collaborazione fattiva» (art. 24 CGS), la società campana, in caso di patteggiamento, potrebbe usufruire di uno sconto sulla pena. Nel procedimento previsto tra almeno un mese, il Napoli si potrebbe trovare così a subire una penalizzazione di un solo punto in classifica come è già successo lo scorso agosto alla Sampdoria coinvolta nel processo per l’illecito del calciatore Stefano Guberti. Nel deferimento, però, il Procuratore federale Stefano Palazzi dedica alcune righe anche all’attaccante della Juventus ed ex Napoli, Fabio Quagliarella. L’ufficiale di polizia, Gaetano Vittoria, infiltrato e conoscente di diversi calciatori del club, segnalò infatti che Gianello gli raccontò di aver tentato di coinvolgere invano anche l’attuale bianconero. Una versione non confermata dal pentito, anche se successivamente al match, l’ex portiere, parlando con Giusti, dileggiò l’attaccante per non aver vinto neanche il premio in denaro (previsto dal contratto al 12/o gol stagionale) che avrebbe incassato se avesse segnato contro i doriani. Ma, secondo la Procura federale, il contatto tra lui e lo juventino «per l’alterazione del risultato non è altrettanto chiaro e perentorio come per gli altri due calciatori tanto da rifersi a un momento successivo alla gara e non procedente». Nel dubbio, quindi, ha scelto di non deferirlo. Visti forse anche i casi di Bonucci e Pepe, prosciolti ed usciti indenni dal filone barese dell’inchiesta al Calcioscommesse.

Mano pesante dell’Uefa sul Napoli. Per l’insufficiente organizzazione dello stadio e il mancato rispetto delle direttive Uefa per la sicurezza negli stadi. L’organismo di controllo dell’Uefa ha inflitto una multa di 150 mila euro al club partenopeo e ha vietato la vendita dei biglietti per numerosi settori per la prossima partita casalinga (con il Dnipro l’8 novembre prossimo) se non saranno eseguiti lavori di adeguamento.

IL COMUNICATO – Ecco il comunicato della Commissione Disciplinare sul rinvio a giudizio per il filone di Napoli. «La Federazione Italiana Giuoco Calcio comunica che il Procuratore Federale, esaminati gli atti di indagine posti in essere dalla Procura della Repubblica di Napoli ed espletata la conseguente attività istruttoria in sede disciplinare, ha deferito alla Commissione Disciplinare Nazionale: GARA SAMPDORIA – NAPOLI del 16.5.2010 – s.s. 2009- 2010 GIANELLO MATTEO, all’epoca dei fatti calciatore tesserato per la S.S.C. Napoli S.p.A. ed attualmente svincolato, e GIUSTI SILVIO, all’epoca dei fatti allenatore di base iscritto nell’albo dei tecnici, per violazione dell’art. 7, commi 1, 2 e 5, del Codice di Giustizia Sportiva per avere, in occasione della gara SAMPDORIA – NAPOLI del 16.5.2010, in concorso tra loro, posto in essere atti diretti ad alterare lo svolgimento ed il risultato della gara suddetta al fine di effettuare scommesse sul risultato sicuro di vittoria della SAMPDORIA, offrendo il secondo del denaro per la realizzazione dell’illecito e contattando il primo i compagni di squadra Paolo CANNAVARO e Gianluca GRAVA, dai quali riceveva un rifiuto; CANNAVARO Paolo, all’epoca dei fatti ed attualmente calciatore tesserato per la società S.S.C. Napoli S.p.A., per violazione dell’art. 7, comma 7, del Codice di Giustizia Sportiva per aver violato il dovere di informare senza indugio la Procura Federale, omettendo di denunciare i fatti riguardanti la gara Sampdoria Napoli del 16.5.2010, in particolare la proposta formulata dal suo compagno di squadra Gianello; GRAVA Gianluca, all’epoca dei fatti ed attualmente calciatore tesserato per la società S.S.C. Napoli S.p.A., per violazione dell’art. 7, comma 7, del Codice di Giustizia Sportiva per aver violato il dovere di informare senza indugio la Procura Federale, omettendo di denunciare i fatti riguardanti la gara Sampdoria Napoli del 16.5.2010, in particolare la proposta formulata dal suo compagno di squadra Gianello;la società S.S.C. NAPOLI S.p.A., a titolo di responsabilità oggettiva ai sensi dell’art. 7, commi 2 e 4, e dell’art. 4, comma 2, C.G.S in ordine all’addebito contestato al proprio tesserato GIANELLO Matteo; la società S.S.C. NAPOLI S.p.A., a titolo di responsabilità oggettiva ai sensi dell’art. 4, comma 2, C.G.S in ordine agli addebiti contestati ai propri tesserati CANNAVARO Paolo e GRAVA Gianluca».

@gazzettino.it


La Serie Cadetta

Basteranno degli stadi nuovi a rendere piu appetibile agli occhi del pubblico le serie minori???mah in un calcio dove le squadre non hanno nemmeno i soldi per iscriversi chi paghera i lavori per la realizzazione degli impianti???non doveva bastare un bancomat a riportare entusiasmo???

La vergogna degli stadi
ecco il sogno “B Futura”

La vergogna degli stadi  ecco il sogno "B Futura"

Impietose le immagini. Impietosi i dati. Gli stadi italiani, salvo rarissime eccezioni, sono un’autentica vergogna. Siamo staccati anni luce dalle Nazioni che contano. Ma adesso c’è chi si ribella. Chi coltiva un sogno. Si chiama “B Futura”: il progetto è stato presentato a Roma dal presidente Andrea Abodi. Non le solite parole, ma finalmente qualcosa di concreto. “Ci rivediamo fra sei mesi”, ha detto Abodi chiudendo i lavori e spiegando che in futuro ci si potrà iscrivere al campionato “solo con il proprio stadio”. Il Sassuolo, primo, ora gioca a Modena con pochi spettatori: ma di stadio nuovo, pare, il patron Squinzi, anche n.1 della Confindustria, non ne vuole sapere.

In Serie B lo scorso anno la media spettatori è stata di 6.128 (quest’anno saranno di meno, perché Pescara, Toro e Samp sono state promosse in A). Nella seconda serie inglese e tedesca la media sfiora i 18.000 spettatori a partita, quasi come da noi in serie A. Anche Spagna e Francia ci superano nella seconda divisione. Gli stadi italiani di B hanno un’età media di 57 anni e un’utilizzazione del 33,5% (per due terzi sono vuoti!). In Inghilterra hanno 17 anni di media, in Germania 7. Le immagini sono veramente impietose per noi. In B sei impianti sono in deroga, 13 su 22 hanno la pista di atletica, due i velodromi. Ma non solo la B sta male, è tutto il sistema calcio in Italia che è da rivedere. Giancarlo Abete ha spiegato che “la Nazionale può disputare gare ufficiali solo in 12 impianti (domani è a San Siro, ndr), in 10 Regioni su 20. Niente stadi adatti agli azzurri in Veneto, uno solo, cioè Modena, in Emilia Romagna. Bologna e Parma possono ospitare solo amichevoli. Lo stesso Bari. Bisogna passare dalle parole ai fatti e la B lo vuole fare”. La Figc si è mossa sul piano stadi, con un corso per manager diretto da Michele Uva. Abodi ha stretto accordo coi Ministeri, con i costruttori, i Comuni, la Finmeccanica, l’Istituto del Credito Sportivo. Uno stadio da 15-20.000 posti, multifunzionale, non costa cifre assurde: circa 1.200-2.000 euro ogni posto a sedere.

“Noi ci crediamo anche se spesso ci troviamo soli”, ha detto Abodi. Nessuno presente della Lega di A, nessuno della Lega Dilettanti, solo il consigliere federale Mormando per la Lega Pro. Il calcio italiano non sa fare sistema. Abodi ha proposto 3 posti in consiglio federale per la Lega A, 1 per la B e 2 per la Lega Pro. Difficile trovare un accordo: ci penserà entro il 30 ottobre il commissario ad acta Giulio Napolitano. Forse usciranno dal governo del calcio gli arbitri, salvando però autonomia gestionale e finanziaria. Su questo le quattro Leghe sono compatte. Ma su tutto il resto, ognuno viaggia per conto suo. Abodi ha lanciato per primo la tv della Lega (la A voleva farlo). Ora il piano stadi, aspettando Godot (la famosa legge: oggi all’adunata di Abodi si è affacciato solo l’onorevole Claudio Barbaro, relatore alla Camera). Poi B solidale. Non solo: il n.1 della Lega cadetta ha in mente anche una riforma dei campionati (vedi Spy Calcio del 12 ottobre): 18 club in A (“ma le società non sono d’accordo”, ha spiegato Abete), 20 in B, 40 o 60 in Lega Pro. Ma qui un piano non c’è. Ognuno va per la sua strada. Ma fra i presidenti di A cresce la stima per Abodi: ha idee, iniziative, lavora a tempo pieno. Un vero manager, preparato. Certo, non è un notaio. Tantomeno un “signorsì”. Se dovesse farcela a prendere il posto di Maurizio Beretta (persona degnissima, ovviamente, ma anche top manager di UniCredit…), alla Lega di B potrebbe andare l’attuale direttore generale Paolo Bedin, che molto ha imparato in questi anni al fianco di Abodi.

Fulvio Bianchi @repubblica.it


I tifosi hanno ragione

Stadi, prezzi troppo alti
i tifosi hanno ragione

Stadi, prezzi troppo alti i tifosi hanno ragione

E’ arrivato il momento che i presidenti dei club prendano in seria considerazione i loro tifosi. Invece di lamentarsi sempre degli arbitraggi o spendere i soldi nel mercato, devono investire nel miglioramento degli stadi e soprattutto devono abbassare i prezzi dei biglietti. Venire incontro alle famiglie non a parole, come sinora: ma coi fatti. Preparare una vera, seria riforma dei campionati. In serie A quest’anno gli spettatori sono ulteriormente diminuiti: in qualche caso (vedi Milan) ha pesato il pessimo inizio di campionato ma i motivi principali sono i prezzi alti dei biglietti (oltre che dei trasporti), la concorrenza della tv e la percezione di insicurezza che si ha ancora nell’andare allo stadio, anche se a volte ingiustificata. Un problema che la Lega di serie A sottovaluta da sempre: l’importante per i presidenti sono i soldi delle tv e gli abbonamenti (in calo, tranne eccezioni). Il resto non interessa. Ha fatto qualche iniziativa la Roma made in Usa, è vero, ma adesso deve studiare il sistema, con l’Osservatorio del Viminale, in modo che chi ha riempito dopo anni la curva Sud, rispettando i criteri di legge (vedi controlli su “questura on line”), possa anche andare in trasferta. Fuori casa ormai sono pochissimi i tifosi: si è perso il gusto della gita al seguito della squadra del cuore. Situazione stadi: la legge adesso sta andando avanti alla settima commissione (istruzione pubblica e sport) del Senato: domani, martedì 9 ottobre, seguito della discussione con altri emendamenti presentati da ben sei commissioni e dalla commissione parlamentare per le questioni regionali. Bisogna chiudere in fretta, prima della fine della legislatura: altrimenti rischia di saltare tutto. C”è perplessità in alcuni partiti, anche nel Pd, nonostante gli sforzi dell’ex sottosegretario Giovanni Lolli.

Ma i club non devono considerare un alibi questo disegno di legge fermo ormai da tre anni. Si diano da fare da soli. La Juventus insegna: anche se i tifosi della curva ora si lamentano dei prezzi troppo alti (di Coppa). Ma la scelta del club bianconero è quella di fare “selezione” come è successo in Inghilterra, dove il problema della violenza degli hooligans è stato risolto, almeno in parte, anche alzando il prezzo dei biglietti. Così una fascia meno abbiente non ha più potuto andare allo stadio. Giusto? In un momento di crisi è molto discutibile, soprattutto in Italia. La Juve ha tantissimi abbonamenti in campionato (27.378) ma in Champions non ha fatto mini-abbonamenti. Sbagliando: bastavano 60 euro (per la curva) per le tre gare del girone. Venti euro a partita. Ma se contro lo Shakthar i posti meno cari costavano 40 euro, chissà che prezzo metteranno quando arriverà il Chelsea? Vero che sono in linea con le grandi squadre europee (Barcellona, Manchester United e c.) ma noi guardiamo in casa nostra.
Poi ci vorrebbe una riforma dei campionati ma a tutto raggio: Claudio Lotito oggi in radio ha proposto “una serie A a 18, una B a 20 e una Lega Pro a 60”. Pienamente condivisibile: ma molti presidenti di A non ne vogliono sapere di calare di due unità, questione di diritti tv. La B ha già deciso di scendere da 22 a 20 (ma quando non si sa), la Lega Pro il prossimo anno avrà ancora 69 club (se ce la fanno ad iscriversi…) e poi da 2013-’14 finalmente si passa a tre gironi di 60 club. Non si può più andare avanti con società come il Milazzo che falsano i campionati: e pare che ci siano già dieci club quest’anno che già adesso faticano a pagare gli stipendi. Adesso che siamo ad ottobre, figuriamoci ad aprile… Per fortuna che al fianco di Mario Macalli si è schierato Giancarlo Abete: il n.1 del calcio ha avuto un ruolo decisivo nel convincere il sindacato calciatori e l’assoallenatori che questo è il momento di avere coraggio e tagliare. Altrimenti i club falliscono a raffica…

Fulvio Bianchi @repubblica.it