Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

espresso

Il calcio italiano è ko

Perché il calcio italiano è ko

Il campionato riparte, più autarchico e scarso che mai. Così gli abbonati crollano, mentre l’unica cosa che aumenta sono le indagini e i processi per le partite taroccate

Partite truccate. Processi sportivi e penali. Campioni in fuga. Stadi vecchi semivuoti. Abbonamenti a rilento. C’era una volta, ormai tanti anni fa, il campionato più bello del mondo. La serie A che parte sabato 25 agosto è un sistema in piena recessione, con uno spread di credibilità rispetto ai maggiori tornei d’Europa a 1200, per dirla con il premier Mario Monti. Le convergenze parallele dell’Italia e del suo culto nazionale maggioritario dicono che la nottata è ancora lunga e che la crisi aumenta scendendo dal vertice verso la base. In Lega Pro, la vecchia serie C, negli ultimi cinque anni la crisi finanziaria ha ridotto i club da 127 a 69. Non è più un calcio per piccoli se anche i grandi faticano.

A tenere in piedi la baracca è sempre più la televisione. Ma le due piattaforme pay (Sky e Mediaset Premium) si fanno una tale concorrenza sui prezzi che per mettersi in fila ai tornelli di uno stadio ormai serve il coaching motivazionale. L’inizio della stagione è stato il peggiore possibile con una Supercoppa italiana giocata tra Juventus e Napoli a Pechino. L’idea della Lega calcio, la litigiosa confindustria del pallone, era di aprire un varco nei mercati asiatici ricchi di tifosi-consumatori e poveri di squadre ad alto livello. E’ finita in bagarre per l’arbitraggio, con il Napoli sconfitto che si è rifiutato di presentarsi alla premiazione. Più facile piazzare un Btp a dieci anni che un teatrino del genere. E del resto, con la stessa ottica evolutiva, dieci anni fa la Supercoppa si è giocata a Tripoli (Juventus-Parma) in omaggio alla famiglia Gheddafi.

Allora come oggi, gli alti dirigenti del calcio nazionale hanno spiegato che bisogna mettersi al passo con la modernità. Deve essere che la modernità si è allenata meglio perché non ci fa vedere palla.

La Procura attacca a pieno organico
Le nuove abitudini del campionato 2012-2013 includono, tra un match e l’altro, il notiziario delle Procure penali che indagano sul sistema delle partite truccate. Le inchieste di Cremona, Bari, Napoli, con la probabile aggiunta di Genova, proseguiranno a lungo. Nel frattempo i processi sportivi stanno definendo un elenco già lungo di penalizzazioni tra serie A e serie B. Le sentenze di primo grado emesse dalla Disciplinare hanno mostrato i limiti dell’autonomia giudiziaria del calcio: pentiti credibili a corrente alternata, patteggiamenti anche troppo comodi, multe alla portata di tutte le tasche e una buona fetta di assoluzioni.

Il risultato più clamoroso rimane la squalifica a dieci mesi per l’allenatore della Juventus campione d’Italia, Antonio Conte, condannato per due omesse denunce risalenti alla sua esperienza sulla panchina del Siena. Inizialmente, il club della famiglia Agnelli ha sciorinato una strategia processuale all’insegna dello scontro frontale. Per quanto giovane, il presidente Andrea Agnelli fatica a liberarsi di un revanscismo nato con i due scudetti tolti ai bianconeri per Calciopoli e proseguito con una richiesta di danni alla Figc per 400 milioni di euro, una somma pari ai trasferimenti di un anno dallo Stato alle 45 federazioni sportive nazionali.

Quando qualcuno ha convinto Agnelli a fare meno il tifoso e a non trasformare il calcioscommesse in un processo alla Juve, la Vecchia Signora ha cambiato linea difensiva. Sono arrivate così le assoluzioni di Simone Pepe e, soprattutto, del titolare della Nazionale di Prandelli, Leonardo Bonucci, un capitale tecnico ed economico molto consistente.

Conte, che era stato costretto a patteggiare dalla società, passa al giudizio di secondo grado in Corte Federale con scarse speranze di assoluzione e concrete aspettative di sconto. Se tornasse sulla panchina bianconera all’inizio del 2013 non ci sarebbe da stupirsi.

In 60 mila allo stadio, per costruirlo
La legge bipartisan sugli stadi forse ce la fa a passare. A settembre va in terza lettura al Senato, dopo un blocco di tre anni alla Camera dovuto in larga parte ai tentativi di emendamento del presidente laziale e latinista Claudio Lotito. Emendamenti pro domo sua, absit iniuria verbis. «La legge sugli impianti sportivi», dice il senatore Pdl Butti, che dà il nome al provvedimento insieme al deputato Pd Giovanni Lolli, «sarà approvata entro l’anno. Non è una legge per speculatori, non è un ladrocinio legalizzato di denaro pubblico come Italia ’90 e non sono previste deroghe ai vincoli urbanistici. Se questo fa arrabbiare qualche presidente, pazienza. A regime, la legge creerà 60 mila posti di lavoro».

Gianfrancesco Turano @espresso.it
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No Tav in Europa

La Tav fa litigare anche all’estero

Non è vero che l’alta velocità ferroviaria è un problema solo italiano. Se ne discute anche in Francia, in Gran Bretagna e perfino negli Usa. Ma senza ideologie politiche e con un dialogo tra le parti che a volte funziona

Si dice spesso che l’alta velocità viene messa in discussione solo in Italia, mentre all’estero è realizzata senza troppi problemi. Non è esattamente così. La protesta dellaValsusa sembra infatti avere paralleli importanti anche all’estero: in Francia, Inghilterra, perfino Stati Uniti. Cambiano i nomi e le forme, ma i motivi del no restano in parte gli stessi: problemi ambientali, lo spreco di denaro pubblico, l’inutilità dell’opere. Diverse invece sono le consueguenze e le reazioni, ispirate spesso più al dialogo tra le parti che non alla contrapposizione ideologica.

In Francia, ad esempio, è in corso un’aspra polemica sul nuovo Tgv che dovrebbe collegare Marsiglia a Ventimiglia passando da Nizza e dal principato di Monaco. I problemi sul progetto, che risale ormai al 1990, sono stati sollevati soprattutto da sindaci e contadini delle zone di produzione del vino, la maggiore risorsa economica della regione.

I più agguerriti sono i contadini della zona docg di Bandol, vicino a Tolone. La Rff – Réseau Ferré de France – ha avviato così un lungo processo di concertazione con i prefetti e i sindaci dei comuni interessati dalla linea veloce. Sul sito della linea è dato grandissimo spazio alle informazioni relative alla concertazione con gli attori locali (si trovano video, opinioni scritte, resoconti dei tavoli di incontro, verbali di riunione: insomma, un modello di trasparenza che pare un po’ diverso da quello italiano.

Le proteste dei contadini hanno costretto comunque la Rff a rivedere il progetto iniziale, cercando di evitare i passaggi nelle zone più ricche a livello agricolo (la ripercussione negativa sul territorio non è infatti messa in dubbio). Il 14 febbraio la società ferroviaria ha annunciato che la tratta di Tolone non si farà, restando una linea regionale. Ora è in revisione un nuovo progetto per l’intero percorso, che dovrebbe essere pronto nel luglio del 2012. Le associazioni di difesa dei vigneti non hanno però mollato la presa, continuando ad opporsi alla scelta dell’alta velocità, ed ora lamentano il silenzio di quattro mesi imposto dalla Rff a causa delle elezioni presidenziali.

Nel Regno Unito c’è invece controversia sul High Speed Rail 2, ovvero la seconda linea d’alta velocità inglese, che dovrebbe connettere il nord e il sud dell’isola, unendo Birmingham a Londra.
Si tratta di un progetto di due anni fa, su cui il governo è ritornato più volte, l’ultima il 12 gennaio del 2012. Un treno che, nelle intenzioni, dovrebbe migliorare la viabilità da e verso la capitale, aumentare l’indotto nelle West Midlands, diminuire il traffico su gomma e rispondere al bisogno di trasporto per merci e persone.

Un programma che secondo alcuni però non corrisponde affatto alla realtà. E gli oppositori, in Inghilterra, si fanno trovare molto preparati sul lato di promozione e marketing. I siti web quasi non si contano: oltre a quello della campagna nazionale ci sono le pagine delle associazioni o delle reti degli enti locali. Su Google, digitando “Stop high speed rail” compaiono 46 milioni di risultati e in rete circolano decine di video viralidi controinformazione sulla linea veloce come questo.

I motivi della protesta sono simili a quelli dei No Tav italiani: l’HS2 sarebbe uno spreco di denaro, una priorità inesistente, un progetto con un business plan molto confuso, che non risolverebbe il divario fra nord e sud, che anziché migliorare peggiorerebbe l’ambiente, aumentando l’emissione di Co2, il consumo di elettricità e la rovina del suolo. I movimenti locali non si sono però limitati ad opporsi al progetto esistente: stanno promuovendo idee e percorsi alternativi ritenuti migliori per la società e per l’ambiente.

Ma la questione dell’alta velocità ferroviaria è calda anche oltre oceano. Il ‘Wall Street Journal’ ad esempio ha pubblicato il 10 gennaio scorso un articolo fortemente critico nei confronti della linea che dovrebbe unire Los Angeles a San Francisco. Il progetto californiano risale al 2008. L’intento è diminuire il traffico aereo, più dispendioso per l’ambiente e per i due scali, e migliorare la viabilità fra le due megalopoli. Alle proteste degli oppositori la risposta costante era che «sarebbe stato più costoso non farla»: la California High-Speed Rail Authority sosteneva infatti che la mancata realizzazione della linea ferroviaria avrebbe portato a investimenti di 70 miliardi maggiori per assorbire il traffico di persone e merci ampliando gli aereoporti, aumentando le corse ferroviarie attuali e il trasporto su strada.

Dietro l’articolo del Wsj c’è una pubblicazione della Reason Foundation, un ente non governativo nato nel 1968 che ha prodotto uno studio approfondito sulla fattibilità e l’impatto economico della linea. Gli autori della ricerca smentiscono di fatto punto per punto il piano della società californiana, oltre a dimostrare che i rischi previsti per la mancata realizzazione del treno sono gonfiati. Lo studio mostra come la costruzione della linea costerebbe decine di miliardi di dollari in più di quanto previsto, causando un rischio di deficit per lo stato californiano. A qualcuno, forse, fischieranno le orecchie qui in Italia.

Le ragioni del no, in America, non hanno però colore politico come da noi. Ad urlare “stop the train” ai suoi 32 mila followers su twitter e tutti i suoi elettori è infatti anche il governatore repubblicano del Wisconsin Scott Walker. Eletto il 3 gennaio 2011, Walker ha fatto dell’opposizione alla linea ad alta velocità che dovrebbe collegare Milwakee a Madison uno dei suoi punti di bandiera. Il progetto, voluto dal segretario dei trasporti e dall’ex governatore, non risponderebbe secondo Walker ad alcun bisogno, essendosi ridotto del 41 per cento il traffico su quella linea. Inoltre, dice, i costi dell’operazione ricadrebbero per l’80 per cento sul governo del Wisconsin, incapace ora come ora di affrontare quella spesa.

Francesca Sironi @espresso


Tifosi Uniti

Il bello del calcio: tifosi uniti
per soliderietà agli alluvionati liguri e toscani

Dopo l’alluvione che ha colpito il Levante ligure e parte della Toscana una bella storia di solidarietà ha coinvolto le tifoserie di Sampdoria, Genoa, Fiorentina, Parma e Spezia. Divise dalla fede calcistica ma unite dalla voglia di aiutare le popolazioni colpite dal dramma che la scorsa settimana ha messo in ginocchio diversi paesi del Levante ligure e della Lunigiana.

I tifosi del Genoa già domenica scorsa hanno preferito recarsi nelle zone colpite dall’alluvione piuttosto che seguire la squadra impegnata a Firenze. I sostenitori della Gradinata Nord hanno aiutato i volontari impegnati nella zona di Monterosso e già nel prossimo impegno con l’Inter il club presieduto da Enrico Preziosi devolverà l’incasso a favore delle comunità flagellate dal maltempo. Fuori dallo stadio verranno inoltre raccolti generi alimentari di prima necessità, dall’acqua allo zucchero passando per pasta, sale, olio, latte a lunga conservazione, pelati, carne in scatola e alimenti a lunga e media scadenza. La stessa raccolta è stata fatta dallo zoccolo duro del tifo blucerchiato, gli Ultras Tito Cucchiaroni, che in occasione del match interno contro il Crotone di martedì scorso hanno raccolto qualcosa come 3000 chili di generi alimentari che sono stati consegnati alla Protezione civile di Santo Stefano Magra. Stesse iniziative anche per i supporter del Parma che hanno organizzato una raccolta fondi coordinata tra il Centro Coordinamento Parma Club, il circolo Aquila Longhi, il Lions Club Bardi Val Ceno e i Boys Parma 1977.


In prima fila anche i tifosi della Fiorentina che, non potendo seguire la squadra viola in trasferta per la tessera del tifoso, hanno scelto di utilizzare i soldi per aiutare i cittadini di Aulla. Una settantina quelli partiti dal capoluogo toscano per spalare fango dai magazzini e dagli scantinati della cittadina. Una risposta unica per chi condanna il movimento ultras come male assoluto del calcio e anche per quelle eccezioni che riescono a distinguersi in peggio anche in queste situazioni. L’esempio è quello della partita di Lega Pro tra Piacenza e Carrarese con i cori di scherno verso gli alluvionati. Un gesto che si commenta da solo è che è stato censurato anche dalla Lega Pro per voce di Mario Macalli: “La Lega Pro condanna con fermezza i cori, nel corso di Piacenza – Carrarese , sulla tragedia dell’alluvione che ha colpito intere famiglie. È giusto fare una distinzione tra chi ha intonato cori stupidi e il pubblico che ha manifestato solidarietà con chi ha vissuto e vive un dramma. Fortunatamente esistono forme di collaborazione tangibili tra club e tifosi che non saranno mai offuscate dai cori vergognosi. Esempi positivi sono stati dati dai sostenitori di Spezia e Carrarese che hanno offerto aiuto alle famiglie in difficolta’. Per fortuna il calcio è anche questo e con i club di Lega Pro la solidarieta’ scende sempre in campo”.

matteo_politano espresso.it


Cosi viviamo a scrocco

Seconda puntata delle confessioni all’Espresso del parlamentare Carlo Monai. Che qui ci racconta come si entra gratis allo stadio e a teatro, come non si pagano le multe per eccesso di velocità e come si può incassare il gettone di presenza anche se si resta a casa: basta dire che ci si trovava a un convegno(22 luglio 2011)Carlo Monai è il nostro Virgilio, che ha accettato di guidare l'”Espresso” nella selva di privilegi e benefit di cui gode la Casta.

Il suo viaggio riparte dai vantaggi economici per gestione dell’auto privata del deputato. «Abbiamo un pass per andare ovunque, e se prendiamo una multa per divieto di sosta o eccesso di velocità c’è l’ufficio “Centro servizi” dove possiamo chiedere agli addetti di fare ricorso al prefetto: se ci sono ‘giustificate esigenze di servizio’, la multa va a farsi benedire».

A Fiumicino un mese al parking silos “E” costa agli italiani 293 euro, ai parlamentari 50. «Anche in Friuli pagavo, grazie al tesserino da consigliere, poco più di 40 euro: se hai la tessera “Fly Very Good” la vita è davvero più facile», aggiunge ironico l’avvocato.

Un privilegio, quello del parcheggio gratis o quasi, che riguarda quasi tutti i consiglieri comunali d’Italia: a Milano, per esempio, i neoeletti beneficiano di alcuni posti gratuiti nel parcheggio di Linate, senza dimenticare la convenzione con il posteggio di piazza Meda, dietro Palazzo Marino. Inoltre, come ha ricordato Franco Vanni su “Repubblica Milano”, l’Atm ai consiglieri fa uno sconto del 50 per cento sui mezzi pubblici, e dà un pass per mettersi gratis sulle strisce, blu o gialle che siano.

Se i parking a sbafo fanno aggrottare la fronte, è il capitolo “auto blu” quello che fa scandalizzare le masse. In Italia se ne contano 86 mila, secondo i dati del ministro Renato Brunetta, per un costo (tra autisti e parco macchine) superiore ai 3 miliardi di euro l’anno. Assessori, consiglieri, ministri, sottosegretari, funzionari di ogni livello sono i beneficiari principali. In Parlamento sarebbero appannaggio esclusivo dei presidenti dei gruppi, in tutto una ventina. Ma a queste vetture vanno aggiunte quelle dei servizi di scorta: in tutto sono 90, tra parlamentari e uomini di governo, più 21 tra sindaci e governatori regionali.

«Alcuni colleghi» racconta Monai «finiscono per avere l’auto blu dopo alcune minacce o presunte tali, arrivate in seguito a decisioni politiche discutibili: penso a Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, ex dell’Idv che sono passati con la maggioranza».

La casta non può fare a meno nemmeno dei voli blu, quelli effettuati con aerei di Stato: nell’ultima legislatura, rispetto a quella del governo Prodi, le ore di volo di ministri e sottosegretari sono cresciute del 154 per cento. «Mi hanno raccontato pure che i deputati chiedono un passaggio a qualche imprenditore che possiede un aereo privato», dice il deputato: «Questa è una delle cose più deprecabili, perché non bisogna mai essere ricattabili».

Ma tant’è, la vita della casta è una vita a scrocco. Ci si fa l’abitudine. Il nostro Virgilio ci mostra la tessera del Coni, che dà accesso a quasi tutte le manifestazioni sportive. «Quando ero consigliere in Friuli, se volevi assistere ai match dell’Udinese o della Triestina bastava segnalare i desiderata alla società, che hanno interesse a mantenere buoni i rapporti con la politica. Il posto è assicurato». In tribuna vip, naturalmente.

I parlamentari possono usufruire anche di uno sconto per il Teatro dell’Opera di Roma e in alcuni musei, mentre a Trieste il nostro peone aveva sempre a disposizione un palchetto al Teatro Verdi.

I vantaggi non sono un’esclusiva romana. A Milano i consiglieri comunali possono chiedere il rimborso di pranzi di lavoro (e se mangiano in Consiglio, una cena gli costa 1,81 euro), hanno diritto a biglietti gratis per San Siro (partite o concerti), e due palchi riservati alla Scala per gli appassionati di lirica. Mentre i consiglieri regionali del Piemonte godono ancora dell’autocertificazione per fantomatici impegni durante sabati, domeniche e festivi: si può intascare il gettone di presenza (122,5 euro) anche in quei giorni di riposo, a patto che dicano (senza pezze d’appoggio) di aver partecipato a convegni ed eventi. In Sicilia e Campania la lista dei privilegi comprende di tutto. All’Ars dell’isola le missioni all’estero sono la norma, non l’eccezione (un deputato regionale, Giuseppe Gennuso, nel 2009 ha trascorso quasi tre giorni su quattro fuori dell’Assemblea), mentre fino a pochi mesi fa anche coloro che avevano finito il mandato continuavano a prendere un “aggiornamento professionale” di 6.400 euro annui. E se un deputato regionale morisse avrebbe diritto a un sussidio di 5 mila euro per le esequie.

Anche nella indebitatissima Campania s’è sfiorato il ridicolo. Lo scorso novembre una delibera è stata revocata prima che creasse una rivolta popolare: prevedeva che ogni consigliere potesse avere in ufficio televisione, tre poltrone in pelle, telepass e a scelta un computer fisso, un portatile o l’iPad. Il frigobar era invece appannaggio solo di presidenti, vice e capogruppo.

Emiliano Fittipaldi


6 luglio, muore il Web italiano

6 luglio, muore il Web italiano

di Alessandro Longo

Dalla settimana prossima l’Autorità delle comunicazioni avrà il diritto arbitrario di oscurare siti senza un processo. Una norma che non esiste in nessun Paese libero. Fortemente voluta da Berlusconi e da Mediaset(27 giugno 2011)Il 6 luglio arriverà una delibera Agcom, sulla tutela del copyright online, e sarà una forma di censura del web, in nome degli interessi di Mediaset e delle lobby dell’audiovisivo, con il beneplacito del centro destra. E’ questo l’allarme lanciato da un gruppo di associazioni (Adiconsum, Agorà Digitale, Altroconsumo, Assonet-Confesercenti, Assoprovider-Confcommercio, Studio Legale Sarzana). Avevano già fatto una campagna contro i rischi di quella delibera, ma speravano ancora di cambiare le cose. Speranze fallite venerdì, dopo aver incontrato Corrado Calabrò, presidente Agcom (Autorità garante delle comunicazioni). «Abbiamo appreso che non c’è spazio per la mediazione e che Agcom intende approvare la delibera-censura in fretta e furia», dice Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale, associazione di area Radicale. Nel testo definitivo dovrebbe insomma restare il principio di fondo, già presente nell’attuale bozza della delibera: Agcom avrà il potere di oscurare siti web accusati di facilitare la pirateria. Senza passare da un regolare processo, ma solo a fronte di una segnalazione da parte dei detentori di copyright. Ma perché gridare alla censura? Come motivate quest’allarme? «La questione alla base è che il diritto d’autore sul web ha tantissimi ambiti ed è possibile che l’industria del copyright metta in piedi interi uffici dedicati a segnalare presunte violazioni all’Autorità, come avvenuto in altri Paesi. L’Autorità non avrà i mezzi per gestire le decine di migliaia di segnalazioni che arriveranno. Sarà il Far west, ci saranno decisioni sommarie, ai danni di siti anche innocenti. Siamo il primo Paese al mondo a dare ad Agcom questo potere. Calabrò stesso ci ha detto che sa di muoversi in un territorio di frontiera… ». Però ci si potrà difendere opponendosi all’oscuramento del sito. «Secondo la delibera, potrà farlo il gestore del sito web, ma non l’utente che carica il contenuto in questione. Sarà un salto nel buio. Il nostro colloquio con Calabrò ci ha confermato che l’Autorità non è preparata a questo». Perché non lo è? «Per esempio: abbiamo detto a Calabrò che i provider Internet avranno grosse spese per rimuovere i contenuti dal web e lui ci ha risposto che non lo sapeva, che non gliel’avevano detto. Non ci ha mai risposto con numeri e criteri oggettivi alle nostre critiche». Ma la censura avrà anche un colore politico? «Sì e questo rende la cosa ancora più grave. Siamo in un Paese in cui la denuncia per diffamazione è facile ed efficace, per mettere a tacere media. In un sistema politicizzato come il nostro, questo nuovo potere che Agcom potrebbe aggravare il fenomeno. Dalla denuncia per diffamazione all’oscuramento d’Autorità di un sito il passo è breve». Perché vi è sembrato che Calabrò avesse molta fretta di completare la delibera? «In precedenza Agcom ci aveva promesso, per tenerci buoni, tanti incontri di mediazione e che il testo definitivo non sarebbe stato subito esecutivo ma che sarebbe stato messo in consultazione. Adesso invece ha deciso che già prima dell’estate, probabilmente il 6 luglio, arriverà a una delibera fatta e compiuta». Come ti spieghi questa fretta? «Siamo in un contesto di grossa instabilità politica. In questo momento il clima è ancora favorevole agli interessi di Mediaset, ma Agcom teme che non sarà presto così e quindi vuole chiudere in fretta la vicenda. E’ un altro effetto del conflitto di interesse del presidente del Consiglio». L’interesse delle lobby del copyright è evidente. Ma di Mediaset? E’ solo quello di tutelare il proprio diritto d’autore sul web (ha denunciato in passato Google per video su YouTube, del resto)? «Non solo. Lo scopo è forgiare il web in modo simile al mercato che loro conoscono e depotenziandone la minaccia al loro business. Hanno fatto così anche con la delibera sulle web tv». Che farete se la delibera passa così com’è? «Faremo ricorso al Tar del Lazio. Se necessario a Bruxelles, ma crediamo che il Tar bloccherà la delibera, che secondo molti esperti è illegittima, poiché viola diritti fondamentali del cittadino. Ma visto che ci sono forti interessi del Presidente del Consiglio a far passare quelle norme, il governo potrebbe intervenire direttamente con un decreto, in caso di blocco al Tar».


Giustizia per Paolo

Le cariche dopo una partita. Le manganellate alla testa. Un mese di coma. Poi il risveglio, ma con un’invalidità che durerà tutta la vita. Poi lui trova la forza di parlare e un’agente coraggiosa fa scoppiare il caso

Un giovane tifoso del Brescia massacrato a manganellate che finisce in coma. I medici lo danno per spacciato: se ce la farà a sopravvivere, dicono ai genitori, “sarà un vegetale”. Dopo più di un mese di buio, invece, il ragazzo si risveglia. Parla, anche se con molta fatica. E’ ancora intubato quando, alla fine del 2005, comincia a raccontare tutto a una poliziotta, che ha il coraggio di aprire un’inchiesta sui colleghi. La commissaria indaga in solitudine. Scopre verbali truccati. Testimonianze insabbiate. Filmati spariti. Poi altri poliziotti rompono l’omertà e sbugiardano le relazioni ufficiali di un dirigente della questura. Un giudice ordina di procedere. E adesso, a Verona, sta per aprirsi un processo simbolo contro otto celerini del reparto di Bologna. Una squadraccia, secondo l’accusa, capace non solo di usare “violenza immotivata e insensata su persone inermi”, ma anche di inquinare le prove fino a rovesciare le colpe sulle vittime. “L’Espresso” ha ricostruito i retroscena di quella misteriosa giornata di guerriglia tra tifosi e polizia, con testimonianze e filmati inediti, scoprendo un filo nero che collega tanti casi in apparenza separati di degenerazione delle divise. Un viaggio nel male oscuro che contamina e divide le nostre forze di polizia.

Paolo Scaroni”La mia storia è simile a quella di Federico Aldovrandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Carlo Giuliani… La differenza è che io sono ancora vivo e posso parlare”. Paolo Scaroni oggi ha 34 anni e il 100 per cento d’invalidità civile. Cammina per Brescia, la sua città, strascicando un piede rimasto paralizzato. La voce esce spezzata e lui se ne scusa (“Sono i postumi del trauma”): “Sono molto legato ai familiari di Aldovrandi. Suonava il clarinetto come me, nelle nostre vicende ci sono coincidenze incredibili. Io sono stato massacrato alle otto di sera, lui è stato ammazzato la stessa notte, sei ore dopo. Ora vogliamo fondare un’associazione: familiari delle vittime della polizia”. Suo padre, bresciano di Castenedolo, capelli bianchi e mani callose, riassume il problema scuotendo la testa: “Ho sempre avuto rispetto delle forze dell’ordine. Ma adesso, quando vedo un’uniforme, non ho più fiducia”. Quello di Paolo è un dolore speciale: “Oggi la cosa che mi fa più male è che mi hanno cancellato l’infanzia e l’adolescenza. Ho perso tutti i ricordi dei miei primi vent’anni di esistenza”.

La vita del ragazzo senza memoria è cambiata il 24 settembre 2005. Paolo, allevatore di tori, fisico da atleta, è in trasferta a Verona con 800 tifosi. Il suo gruppo, Brescia 1911, è il più popolare e radicato. Hanno un loro codice: botte sì, ma solo a mani nude. “Niente coltelli, no droga”, scrivono sugli striscioni. In quei giorni si sentono scomodi: tifosi di provincia che protestano contro “i padroni del calcio-tv” e “le schedature”. Dopo la partita, i bresciani vengono scortati in stazione. E qui si scatena l’inferno: tre cariche della celere, violentissime. L’inchiesta ha identificato 32 tifosi feriti, quasi tutti colpiti alla schiena. Foto e video recuperati da “l’Espresso” mostrano, tra gli altri, una ragazza con il seno tumefatto e altri due giovani con trauma cranico e mani fratturate. Paolo ha la testa fracassata: salvato dagli amici, si rialza, vomita, sviene. Alle 19,45 entra in coma. L’ambulanza arriva con più di mezz’ora di ritardo.

Secondo la relazione ufficiale firmata da F. M., dirigente della questura di Verona, la colpa è tutta dei tifosi. Il funzionario dichiara che gli ultras bresciani “occupavano il primo binario bloccando la testa del treno”, con la pretesa di “far rilasciare due arrestati”. Appena le divise si avvicinano, giura il pubblico ufficiale, “il fronte dei tifosi assalta i nostri reparti con cinghie, aste di ferro, calci, pugni e scagliando massi presi dai binari”. La celere li carica “solo per prevenire violenze sui viaggiatori”. Paolo non è neppure nominato: una riga nella penultima pagina del rapporto cita solo “un tifoso colto da malore a bordo del treno”. Chi lo ha picchiato? “Scontri con gli ultras veronesi”, è la prima versione, che crolla subito: la stazione era vuota, dentro c’erano solo i bresciani scortati dagli agenti. Quindi un celerino ne racconta un’altra: Paolo sarebbe stato ferito da “uno dei massi lanciati dagli ultras” suoi amici. Da quel giorno, per tre mesi, i tifosi di Brescia 1911 smettono di andare allo stadio: la domenica vanno a Verona in ospedale a tifare per Paolo. Che il 30 ottobre, quando ogni speranza sembra spenta, improvvisamente si risveglia durante un prelievo di sangue. In novembre la poliziotta Margherita T. riesce a interrogarlo. Mozziconi di frasi, che ricostruiscono il pestaggio: “Erano almeno quattro celerini, con i caschi. Mi urlavano: bastardo. Picchiavano con i manganelli impugnati al contrario per farmi più male”. E non volevano solo immobilizzarlo: i referti medici confermano che Paolo è stato colpito “sempre e solo alla testa”.

La poliziotta interroga il personale del treno. E scopre che la storia dei binari occupati dagli ultras era una balla. “I tifosi erano assolutamente tranquilli, noi eravamo pronti a partire: non ho visto nessun atto di violenza, provocazione o lancio di oggetti”, dichiarano i macchinisti. Ma chi ha scatenato il caos? Quattro agenti della polizia ferroviaria testimoniano che “i disordini sono cominciati solo quando la celere ha lanciato lacrimogeni dentro uno scompartimento dove c’erano tante donne e bambini piangenti”. Particolare importante: “Prima non avevamo visto nulla che giustificasse il lancio del gas”. Solo allora “un centinaio di tifosi, arrabbiati e lacrimanti, ci hanno minacciato, chiedendoci come fosse possibile lanciare lacrimogeni su un treno con bambini”. Ma subito, dicono gli stessi agenti, “i capi ultras si sono messi in mezzo, facendo da pacieri, per calmare gli altri tifosi dicendo che noi della Polfer non c’entravamo”. In quel momento la celere carica l’intera tifoseria. Seguono 30 minuti di macelleria da Stato di polizia.

La verità dei fatti è confermata anche dai funzionari presenti della Digos di Brescia, che la stessa notte cominciano a raccogliere testimonianze e referti dei tifosi feriti. Quindi la poliziotta di Verona scopre che i filmati dei suoi colleghi, che in teoria dovrebbero aver ripreso tutti gli scontri, si interrompono proprio nei minuti in cui Paolo è stato massacrato. Peggio: nella versione consegnata ai magistrati è stato tagliato il commento finale di due agenti. “Adesso il questore ci incarna…”. “Ascolta, tu prova a guardare subito le immagini di quando il…”. Fine del filmato della polizia. Mentre Scaroni passa altri 64 giorni in rianimazione, i suoi amici di Brescia 1911 si tassano per pagargli le spese legali e imbandierano la curva con uno striscione mai visto: “Giustizia per Paolo”. Il tam tam unisce decine di tifoserie rivali. In febbraio Brescia è invasa da ultras di mezza Italia. Un corteo con migliaia di tifosi, preceduto da uno storico abbraccio tra i capi delle curve “nemiche” del Brescia e dell’Atalanta. “Non ci interessa che i poliziotti finiscano in galera, noi vogliamo la verità”, dice ora Diego Piccinelli, il responsabile di Brescia 1911. “Nessuno potrà ridarmi la memoria o il lavoro”, aggiunge Paolo, “ma il mio processo deve fermare i poliziotti violenti: a scatenare la parte peggiore è la sicurezza di farla franca”.

Come molti altri processi contro uomini della legge, però, anche questo naviga conrocorrente. Solo la ricostruzione dei fatti, cioè la demolizione delle bugie ufficiali, è durata quattro anni. Il pm di turno a Verona aveva chiesto per due volte l’archiviazione, sostenendo che i caschi impedivano di riconoscere gli agenti picchiatori. Il rinvio a giudizio è stato imposto da un ex giudice istruttore, Sandro Sperandio. Ora finalmente si va in aula: prima udienza il 25 marzo. Ma l’avvocato di parte civile, Alessandro Mainardi, teme un finale all’italiana: “Rischiamo una prescrizione che sarebbe vergognosa. Se non c’è certezza della pena per le forze di polizia, come si può pretendere che i cittadini abbiano fiducia nella giustizia? Sulle responsabilità individuali siamo tutti garantisti. Ma qui, dopo tante menzogne, una cosa è certa: un ragazzo inerme è stato ridotto in fin di vita da una squadraccia che indossa ancora la divisa. Uno Stato civile avrebbe almeno risarcito i danni. Invece, dopo cinque anni, il ministero dell’Interno non si è ancora degnato di offrire un soldo”. Tre mesi fa Paolo ha scritto al ministro Roberto Maroni: “La violenza va condannata e l’omertà va combattuta prima di tutto da chi rappresenta la legge”. Da Roma nessuna risposta.

Di Paolo Biondani


La polizia vi spia su facebook

Da sempre anti faceboook….
Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dal Congresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati. In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.
Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell’ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l’autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.
Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d’anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perché alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l’enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui è molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l’amicizia a qualcuno che graviti in ambienti “interessanti” per le forze dell’ordine.
A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi “ghisa” nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell’ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad altri ragazzi sudamericani, permettendo così agli agenti di conoscere il loro organigramma.
Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi (Non vi ricorda nessuno ???ndr). Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito Internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.
“Il nostro obiettivo è quello di prevenire i rave party prima che abbiano inizio”, spiegano, “e per questo ci inseriamo nelle comunicazioni tra organizzatori e partecipanti, nei social network, nei forum e nei blog”. Così può capitare che anche chi ha semplicemente partecipato ad una chat per commentare un gruppo musicale finisca per essere radiografato a sua insaputa.
In teoria queste attività sono coordinate dalle procure che conducono le indagini su singoli fatti o su fenomeni più ampi. I responsabili dei social network non ci tengono a farlo sapere e parlano di una generica offerta di collaborazione con le forze dell’ordine per impedire che le loro piattaforme favoriscano alcuni delitti.
Un investigatore milanese rivela a “L’espresso” che, grazie alle autorizzazioni della magistratura, da tempo ottiene dai responsabili di Facebook Italia di visualizzare centinaia di profili riservati di altrettanti utenti, riuscendo persino ad avere accesso ai contenuti delle chat andando indietro nel tempo fino ad un anno. Chi crede di aver impostato le funzioni di riservatezza in modo da non permettere a nessuno di vedere le foto, i post e gli scambi di messaggi con altri amici, in realtà, se nel suo gruppo c’è un sospetto, viene messo a nudo e di queste intrusioni non verrà mai a conoscenza.
E non sempre l’autorità giudiziaria viene messa al corrente delle modalità con cui vengono condotte alcune indagini telematiche. Un ufficiale dei Carabinieri, che chiede di rimanere anonimo, ammette che certe violazioni della legge sulla riservatezza delle comunicazioni vengono praticate con disinvoltura: “Talvolta”, spiega l’ufficiale “creiamo una falsa identità femminile su Fb, su Msn o su altre chat, inseriamo nel profilo la foto di un carabiniere donna, meglio se giovane e carina, e lanciamo l’esca. Il nostro carabiniere virtuale tenta un approccio con la persona su cui vogliamo raccogliere informazioni, magari complimentandosi per un tatuaggio. E in men che non si dica facciamo parte del suo gruppo, riuscendo a diventare “amici” di tutti i soggetti che ci interessano”.
Di tutta questa attività, spiega ancora l’ufficiale, “non sempre facciamo un resoconto alla procura e nei verbali ci limitiamo a citare una fantomatica fonte confidenziale”. Da oggi, in virtù dell’accordo di collaborazione con Mark Zuckerberg siglato dalla Polizia, chi conduce queste indagini potrà fare a meno di chiedere avvisare un magistrato perché “la fantasia investigativa può spaziare”, prevede un funzionario della Polposta, “e le osservazioni virtuali potranno essere impiegate anche in indagini preventive”.
di Giorgio Florian