Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

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Condannato l’ex questore

Processo G8, condannato l’ex questore

Falsa testimonianza, 2 anni e 8 mesi a Francesco Colucci

Condannato a 2 anni e 8 mesi l’ex questore di Genova Francesco Colucci accusato di avere reso falsa testimonianza al processo sull’irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 del luglio 2001. Per l’accusa Colucci avrebbe ritrattato quanto detto in precedenza «aggiustando il tiro» dei suoi ricordi per tenere lontano dalla vicenda l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Il pm Enrico Zucca aveva chiesto 2 anni. Il giudice Massimo Deplano lo ha condannato a 2 anni e 8 mesi.

IL CASO DE GENNARO – La vicenda giudiziaria di Colucci è legata a quella di De Gennaro, che il 22 novembre del 2011 è stato assolto dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza proprio dell’ex questore di Genova. Tutto ruota attorno l’irruzione della polizia nella scuola Diaz al G8 di Genova nel luglio 2001. E in particolare ai motivi che scatenarono il blitz della polizia, che come è noto sfociò in episodi di violenza ingiustificata sui militanti no global che dormivano all’interno della scuola.

Redazione Online @corriere.it


Falsa testimonianza al processo Diaz

“Falsa testimonianza al processo Diaz”,
pm chiede tre anni per l’ex questore Colucci

Nell’ultimo processo sul G8 di Genova ancora in corso in primo grado, terminata la requisitoria del pubblico ministero Zucca: “L’imputato sceglie di servire il Corpo e la divisa e non le leggi della Costituzione”. L’alto dirigente avrebbe mentito per coprire gli allora vertici della polizia, tra i quali Gianni De Gennaro, già assolto dall’accusa di averlo indotto a dichiarare il falso

Tre anni di reclusione e nessuna attenuante generica. Sono queste, al termine di una lunga requisitoria, le richieste di pena avanzate dal pm Enrico Zucca a carico dell’ex questore di Genova Francesco Colucci, sotto processo in primo grado per falsa testimonianza in relazione a fatti del G8 2001.

Colucci è accusato di avere detto il falso nel processo per l’irruzione alla Diaz – la scuola genovese teatro del blitz concluso con l’arresto di 93 manifestanti, oltre sessanta dei quali rimasero feriti – per coprire gli allora vertici della polizia e in particolare l’ex capo Gianni De Gennaro, assolto in via definitiva il 22 novembre 2012 dall’accusa di aver indotto il dirigente alla falsa testimonianza “perché il fatto non sussiste”. (qui testo integrale della sentenza di assoluzione)

Secondo l’accusa, Francesco Colucci, il 3 maggio 2007, sentito come teste, avrebbe parlato di circostanze non corrispondenti al vero e, comunque, non appartenenti alla propria percezione o ricordo. Tra queste avrebbe ritrattato la dichiarazione resa ai pm durante le indagini preliminari sulla circostanza che Roberto Sgalla, nel 2001 responsabile delle relazioni con la stampa, era stato mandato alla Diaz su ordine di De Gennaro. Inoltre Colucci aveva indicato come responsabile nell’operazione alla Diaz il collega Lorenzo Murgolo, la cui posizione era stata già archiviata. A tale proposito, l’ex prefetto Ansoino Andreassi in aula testimoniò invece che Murgolo aveva un ruolo marginale, aveva compiti di ordine pubblico e non aveva a disposizione alcun reparto. Riferì anche di aver detto a Murgolo di andare alla Diaz e di riferirgli quello che stava succedendo.

Il procuratore Enrico Zucca ha detto, tra l’altro: “Colucci fa un salto nel buio: sceglie di servire il Corpo e la divisa e non le leggi della Costituzione. Purtroppo non si possono servire due padroni, ma solo uno”. “Colucci – ha affermato – rivestiva un ruolo istituzionale e anche fondamentale perché la sua testimonianza doveva servire a ricostruire la catena di comando, il ruolo di ciascuno e il movente”.

E’ stata poi la volta degli avvocati di parte civile: Lea Fattizzo di Torino ed Emanuele Tambuscio di Genova hanno chiesto la condanna di Colucci, il risarcimento dei danni morali e una provvisionale di 5000 euro per ciascuno mentre l’avvocato Emilio Robotti che assiste i Giuristi democratici, oltre alla condanna ha chiesto il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali. Il processo è rinviato al 20 novembre quando parleranno i difensori di Colucci, gli avvocati Maurizio Mascia e Gaetano Velle.

Si tratta dell’unico processo ancora in corso in primo grado sul G8 di Genova e in particolare sull’irruzione alla Diaz, dopo che lo scorso 5 luglio la Cassazione ha condannato 25 poliziotti protagonisti del blitz  infliggendo loro anche la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.

Secondo l’accusa, Francesco Colucci, il 3 maggio 2007, sentito come teste nel processo per l’irruzione nella scuola Diaz, avrebbe parlato di circostanze non corrispondenti al vero e, comunque, non appartenenti alla propria percezione o ricordo. Tra queste avrebbe ritrattato la dichiarazione resa ai pm durante le indagini preliminari sulla circostanza che Roberto Sgalla, allora responsabile delle relazioni con la stampa, era stato mandato alla Diaz su ordine di De Gennaro mentre durante il processo aveva negato questa circostanza. Inoltre Colucci aveva indicato come responsabile nell’operazione alla Diaz Lorenzo Murgolo, la cui posizione era stata archiviata. A tale proposito, nel settembre 2010, l’ex prefetto Ansoino Andreassi testimoniò invece che Murgolo aveva un ruolo marginale e  spiegò che Murgolo aveva compiti di ordine pubblico fuori della zona rossa e non aveva a disposizione alcun reparto. Riferì anche di aver detto a Murgolo di andare alla Diaz e di riferirgli quello che stava succedendo mentre altri erano responsabili.

@ilfattoquotidiano.it


Violenze alla Diaz screditano l’Italia davanti al mondo

G8, Cassazione: “Violenze alla Diaz
screditano l’Italia davanti al mondo”

La Suprema corte motiva la sentenza che ha decapitato i vertici della Polizia. Hanno commesso un “puro esercizio di violenza di una gravità inusitata”. Con gli arresti, De Gennaro, voleva riscattare l’immagine della polizia accusata di inerzia. Per questo i giudici hanno confermato le condanne e prescritti i reati di lesione contestati ad alcuni agenti

G8, Cassazione: "Violenze alla Diaz screditano l'Italia davanti al mondo"

Le violenze della polizia e gli immotivati arresti di massa dei no global inerti e innocenti, hanno “gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”. Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni, appena depositate, del processo ‘Diaz’ che ha decapitato i vertici della polizia.

“Esercizio di violenza” – L’irruzione nella scuola durante i G8 fu “un puro esercizio di violenza” da parte della polizia, “di una gravità inusitata”. “L’immagine della polizia doveva essere riscattata, essendo apparsa inerte di fronte ai gravissimi fatti di devastazione e saccheggio che avevano” messo a ferro e fuoco Genova. Per questo, secondo i giudici della Cassazione, è stato decisa l’operazione Diaz, una sorta di “riscatto” d’immagine.

De Gennaro esortò ad eseguire gli arresti – I magistrati della Cassazione svelano pure che ad “esortare” i suoi funzionari “ad eseguire arresti”, fu proprio Giovanni De Gennaro, allora capo della Polizia: una strategia per riscattare l’immagine della Polizia dalle accuse di inerzia.

Sono questi i motivi per cui la Cassazione, il 5 luglio scorso, ha confermato le condanne per gli ex vertici della polizia e dichiarati prescritti i reati di lesione contestati ad alcuni agenti.

“Hanno aggredito gente che dormiva” – “L’assoluta gravità – si legge nella sentenza numero 38.085 – sta nel fatto che le violenze nella scuola, si sono scatenate contro persone all’evidenza inermi”: alcuni dormivano, altri avevano le mani alzate in segno di resa. Hanno colpito “con manganelli, calci e pugni, sordi alle invocazioni” di smetterla che si alzavano dalle vittime, continuando nella punizione al grido di ‘bastardi’”. Parole pesanti quelle usate dai giudici della Suprema Corte: s’è “trattato di violenza non giustificata e punitiva, vendicativa e diretta all’umiliazione e alla sofferenza fisica e mentale delle vittime”.

Comportamento odioso dei vertici” – E in questa “macelleria messicana”, come la definì Michelangelo Fournier all’epoca al comando del Primo reparto Mobile di Roma, il comportamento dei vertici di comando è stato “odioso”: per persistere negli arresti hanno creato verbali menzogneri “funzionali a sostenere così gravi accuse da giustificare un arresto di massa”, convalidato dai giudici ingannati da quei rapporti fasulli.

Bruno Persiano @repubblica.it


Fu una rappresaglia vidi facce assetate di sangue

Diaz, la verità di Canterini: “Fu una rappresaglia,
vidi facce assetate di sangue”

L’ex comandante della “celere” di Roma firma un libro sull’irruzione nella scuola del G8 di Genova. Dove accusa gli alti vertici della Polizia di Stato di aver cercato di depistare le indagini su quella “macelleria” scaricando tutte le colpe sui suoi uomini

“La Diaz fu una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti”. A dirlo, anzi a scriverlo, non è un no global reduce dalG8 di Genova, ma un poliziotto. E che poliziotto: Vincenzo Canterini, primo dirigente oggi a riposo, all’epoca dei fatti comandante del Primo reparto mobile, cioè dei “celerini” romani. Nel quale era inquadrato il VII Nucleo Sperimentale, l’élite antisommossa protagonista dell’irruzione nella scuola genovese sotto il comando di Michelangelo Fournier, che per quell’operazione avrebbe poi coniato l’efficace etichetta di “macelleria messicana“.

Canterini ha deciso di raccontare la sua verità su quell’episodio inDiaz, libro scritto con i cronisti del “Giornale” Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo e pubblicato da Imprimatur. Undici anni dopo i fatti del 2001 e, soprattutto, neppure un mese dopo la condanna definitiva in Cassazione dello stesso Canterini e di altri 24 poliziotti, compresi Fournier e diversi capisquadra del VII. In Diaz, l’ex capo dei celerini romani accusa apertamente le alte sfere del Viminale di aver cercato di scaricare sui di lui e sui suoi uomini le responsabilità, anche penali, di quella “macelleria indiscriminata”. Non riuscendoci grazie alla caparbietà dei magistrati genovesi. Che però avrebbero commesso l’errore opposto, cioè di dividere la scena della Diaz in “buoni e cattivi”, dove buoni erano tutti gli occupanti del dormitorio improvvisato e cattivi tutti i poliziotti intervenuti. La tesi di Canterini, invece, è che all’interno della scuola ci furono gravi atti di resistenza – smentiti quasi del tutto nella ricostruzione processuale – e che gli uomini del VII Nuncleo non si siano abbandonati ad alcun pestaggio indiscriminato, a differenza di altri colleghi (leggi il racconto di Canterini in un brano del libro Diaz).

I FANTOMATICI GOS. Allora, chi sono i responsabili del violento pestaggio di oltre sessanta persone su 93 arrestati? La domanda non è da poco, visto che tra i 25 condannati – compresi alti dirigenti degli apparati investigativi come Franco Gratteri, Gilberto Caldarozzi e Giovanni Luperi, rimossi dai loro incarichi per l’interdizione dai pubblici uffici – nessuno è mai stato accusato di specifici episodi di violenza, ma soltanto di aver affermato il falso nei verbali o di non aver impedito le brutalità. Canterini riesuma la tesi del “Gos“, il fantomatico “Gruppo operativo speciale” della polizia che negli anni dopo il G8 fu anche oggetto di interrogazioni parlamentari, ma la cui esistenza non è mai stata confermata.

I Gos restano ectoplasmi che Canterini racconta così: “I fantasmi del Gos, come i mazzieri in abiti civili, diversi da noi per minimi dettagli cromatici su caschi e cinturoni, avevano un tratto distintivo comune: il volto irriconoscibile, coperto da foulard o mefisti. Solo per questo l’hanno scampata”. Vale la pena ricordare che al processo Diaz nessun poliziotto ha mai fornito elementi utili per identificare colleghi resposabili di singoli atti di violenza. E che la tesi riportata nelle sentenze ormai definitive è che ad abbandonarsi ai pestaggi furono uomini di tutti i reparti, VII nucleo compreso. Fournier ha avuto il merito di confermare in aula lo scenario delle “colluttazioni unilaterali” ai danni degli occupanti, e per questo in polizia si è guadagnato la fama di “Giuda”, denuncia Canterini. Che riflette: “Mi chiedo, e chiedo a chi indossa la divisa e legge queste pagine: peggio lui o i Ponzio Pilato che nell’ombra hanno picchiato, tramato, depistato rovinando colleghi che sapevano innocenti?”.

“SETE DI VENDETTA”. Detto questo, il libro Diaz è l’ennesima – forse definitiva – conferma della ricostruzione di quella tragica notte così come emerge dalle carte giudiziarie. In estrema sintesi, l’operazione fu decisa dai vertici del Viminale – leggi gli uomini del capo della polizia Gianni De Gennaro – soprattutto per esigenze politico-mediatiche, per riscattare la pessima figura nella gestione dell’ordine pubblico nelle due giornate di manifestazioni del G8. Offrendo in pasto a giornali e tv – debitamente avvertiti in anticipo dal portavoce di De Gennaro Roberto Sgalla – nientemeno che il “covo” dei black bloc. Ma sotto la scuola di via Battisti finirono per radunarsi circa 400 poliziotti di tutti i reparti che, esasperati e stravolti da due giorni di scontri, trasformarono la “perquisizione” in una spedizione punitiva, in una vendetta cieca contro i manifestanti. Così Canterini racconta il raduno degli agenti sotto la Questura, la sera del 21 luglio: “Di qua i miei uomini, di là la classica ‘macedonia di polizia’ che per esperienza volevo sempre lontana dai teatri di ordine pubblico. Facce stanche, affaticate, assetate di sangue e di vendetta. Gente in fibrillazione, completamente alla frutta per quei due giorni d’inferno, che scalpitava. Un’accozzaglia di divise blu e di dialetti incomprensibili. La preoccupazione maggiore era per quei tipi in borghese, con la pettorina della polizia”.

ERRORI O STRATEGIA? Tutto chiaro, allora? Non proprio. Perché anche nel libro di Canterini serpeggia l’eterno dubbio del G8 di Genova. Gli errori che hanno accompagnato i momenti cruciali dell’ordine pubblico – gli allarmi assurdi propalati dai servizi segreti alla vigilia della manifestazioni, la carica dei carabinieri ai Disobbedienti in via Tolemaide, l’operazione Diaz – sono stati davvero tali?O qualcuno, negli apparati dello Stato, ha giocato sporco perché la situazione degenerasse? All’origine della spedizione alla Diaz c’era stata una situazione di tensione creatasi in via Battisti al passaggio di un “pattuglione” della polizia nel tardo pomeriggio del 21 luglio, quando il G8 e le sue manifestazioni erano ormai finiti. Urla, insulti, il lancio di un paio di oggetti, nessun ferito. Da qui la decisione di intervenire nel “covo”. Ma ecco il cattivo pensiero che Canterini condivide con molti dei suoi nemici no global: “A me quel passaggio con le sirene è sempre puz­zato. Perché andare a stuzzicare il cane che dor­me? Perché provocarlo e costringerlo a una reazio­ne? Perché ricominciare daccapo quando ormai a Genova non si vedeva più anima viva? Ragionavo per sensazioni, e non trovavo risposte senza che altri interrogativi iniziassero a ronzarmi dentro”.

@ilfattoquotidiano.it


E il momento delle scuse

Diaz, terremoto ai vertici della polizia
Manganelli: è il momento delle scuse

Manganelli sostituisce Gratteri e Caldarozzi, due dei funzionari condannati per il massacro al G8 di Genova

 Terremoto ai vertici della polizia dopo la conferma da parte della Cassazione delle condanne per il massacro alla scuola Diaz al G8 di Genova nel 2001.

Il capo della polizia Antonio Manganelli, ha proposto al ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, che ha condiviso, la nomina del prefetto Gaetano Chiusolo a direttore della Direzione centrale Anticrimine e della Dr.ssa Maria Luisa Pellizzari a dirigente del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. Chiusolo sostituisce Francesco Gratteri condannato, tra l’altro, all’interdizione dai pubblici uffici dalla Cassazione per il massacro della Diaz. Pellizzari va invece al posto di Gilberto Caldarozzi, anche lui condannato in Cassazione alla stessa interdizione.

Questo è «il momento delle scuse». Lo dice il capo della Polizia Antonio Manganelli dopo la sentenza di condanna per i fatti accaduti nella scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001.«Scuse dovute», dice Manganelli. Soprattutto ai cittadini «che hanno subito danni, ma anche a quelli che, avendo fiducia nell’Istituzione-Polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza».

L’intervento di Manganelli. «Orgoglioso di essere il Capo di donne e uomini che quotidianamente garantiscono la sicurezza e la democrazia di questo Paese – dice ancora Manganelli – rispetto il giudicato della magistratura e il principio costituzionale della presunzione d’innocenza dell’imputato, fino a sentenza definitiva. Per questo l’istituzione che ho l’onore di dirigere ha sempre ritenuto fondamentale che venisse salvaguardato a tutti i poliziotti un normale percorso professionale, anche alla luce dei non pochi risultati operativi da loro raggiunti. Ora, di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse».

@gazzettino.it


Condanne (solo) per 25 poliziotti

Diaz, confermate le condanne ai 25 poliziotti.
Interdizione agli alti dirigenti

La sentenza della Quinta sezione mette la parola fine al processo per il blitz del G8 di Genova nel 2001. Gli imputati non andranno in carcere, ma l’interdizione dai pubblici uffici colpisce alti dirigenti come Gratteri, Caldarozzi e Luperi. Cancellieri: “Attueremo le disposizioni della Cassazione”

scuola diaz interna nuova

Sono definitive tutte le condanne ai 25 poliziotti per l’irruzione della polizia alla scuola Diaz al termine del G8 di Genova la notte dei 21 luglio 2001. Lo hanno deciso i giudici della quinta sezione della Corte di Cassazione. Confermata anche la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, che dunque colpisce alcuni altissimi gradi degli apparati investigativi italiani: Franco Gratteri, capo della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi, capo dello Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi, l’ex Sisde. Tutti condannati per falso aggravato, l’unico reato scampato alla prescrizione dopo 11 anni, in relazione ai verbali di perquisizione e arresto ai carico dei manifestanti, rivelatisi pieni di accuse infondate. ”La sentenza della Corte di Cassazione – ha dichiarato il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri – va rispettata come tutte le decisioni della Magistratura. Il ministero dell’Interno ottempererà a quanto disposto dalla Suprema Corte”.

Gli imputati dovranno risarcire le parti civili, come già disposto nelle sentenze di merito. Nessuno dei condannati rischia invece il carcere, grazie ai tre anni di sconto dall’indulto approvato nel 2006. La Suprema corte ha dichiarato prescritte le condanne per le lesioni inflitte ai capisquadra dei “celerini” del Reparto mobile di Roma. Per loro, a quanto si apprende, non dovrebbe scattare l’interdizione. Si tratta degli otto capisquadra del VII Nucleo Sperimentale Tucci, Cenni, Basili, Ledoti, Compagnone, Stranieri, Lucaroni e Zaccaria.

In dettaglio, il collegio presieduto da Giuliana Ferrua ha confermato 4 anni a Giovanni Luperi e Francesco Gratteri, 5 anni per Vincenzo Canterini (all’epoca comandante del Reparto mobile di Roma, oggi a riposo), 3 anni e 8 mesi a Gilberto Caldarozzi, Filippo Ferri, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici (questi ultimi all’epoca dirigenti di diverse Squadre mobili), Spartaco Mortola (ex capo della Digos di genova), Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi, Davide Di Novi e Massimiliano Di Bernardini. Prescritti, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al VII nucleo sperimentale del Reparto mobile di Roma.

Oltre 60 feriti e 93 arrestati e poi prosciolti, tra i quali molti giovani stranieri. Il blitz alla scuolaDiaz-Pertini, dove alloggiavano manifestanti antiliberisti giunti nel capoluogo ligure per le manifestazioni contro il G8 del 2001, avviene nella notte tra il 21 e il 22 luglio, il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani. All’operazione presero parte centinaia di poliziotti, e nessuno è mai stato in grado di fornirne il numero esatto, dato che – come è emerso ai processi – molti agenti e funzionari si aggregarono spontaneamente al contingente.

La scuola era ritenuta il “covo” dei black bloc, protagonisti di due giorni di violenti scontri con le forze dell’ordine. Dai processi, però, è emersa anche la volontà dei vertici della polizia di portare a termine un’azione eclatante per bilanciare il disastro dell’ordine pubblico al G8 genovese. L’ex vicecapo della polizia Ansoino Andreassi, per esempio, ha testimoniato in aula la sua ferma contrarietà all’intervento, avvenuto quando il vertice e le relative contromanifestazioni erano finite. Ma, secondo Andreassi, alla fine prevalse la volontà dei dirigenti inviati da Roma dal capo della polizia Gianni De Gennaro.

L’IRRUZIONE. Nel corso dell’irruzione nel complesso scolastico, aperta dagli uomini del VII Nucleo Sperimentale del Primo Reparto mobile di Roma, comandato da Vincenzo Canterini, la maggior parte degli occupanti viene picchiata selvaggiamente. Al pestaggio, però, non partecipano soltanto i “celerini”, ma anche uomini delle Squadre mobili e delle Digos, distinguibili dai primi dalle divise o dal fatto di essere in borghese. La brutalità dell’intervento sarà confermata al processo di primo grado, oltre che dalle testimonianze di decine di vittime costituitesi parte civile, da Michelangelo Fournier, comandante del VII nucleo, che parlerà di “macelleria messicana” e “colluttazioni unilaterali” in cui i sui colleghi pestavano e gli occupanti subivano. Due vittime arrivarono al pronto soccorso in codice rosso, in pericolo di vita. Fournier racconterà anche di un collega che davanti a una ragazza gravemente ferita a terra “mimò il gesto del coito”.

Molti degli arrestati verranno poi rinchiusi per giorni nella caserma di Bolzaneto, dove subiranno altre violenze.Tutti gli occupanti della Diaz-Pertini sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, un reato che prevede fino a 15 anni di carcere. In sostanza la polizia li accusa di essere tutti dei “black bloc“, protagonisti di gravi incidenti in piazza il 20 e il 21 luglio. Ma le prove verbalizzate dalla polizia si riveleranno false. A cominciare dalle due bottiglie molotov portate all’interno della Diaz dai poliziotti stessi, come accertato definitivamente dal processo di primo grado.

L’INCHIESTA E I PROCESSI. Dopo il G8, finiscono sotto inchiesta agenti e alti funzionari: 29 vengono rinviati a giudizio, accusati a vario titolo di falso, arresto arbitrario, lesioni e calunnia. Iltribunale di Genova, il 13 novembre 2008, con una sentenza che sarà al centro di polemiche,assolve 16 imputati – funzionari e dirigenti – mentre ne condanna 13, che sono soprattutto uomini del VII Nucleo.

La Corte d’appello genovese, però, ribalta il verdetto il 18 maggio 2010: 25 le condanne – tra cui quella di Francesco GratteriGiovanni LuperiVincenzo CanteriniSpartaco Mortola,Gilberto Caldarozzi, tutti alti funzionari di polizia – comprese tra i 5 e i 3 anni e 8 mesi di reclusione, con la pena accessoria dell’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Come in primo grado, nessuno degli imputati è riconosciuto responsabile di specifici episodi di violenza, anche per la difficoltà, da parte delle vittime, di riconoscere gli agenti coperti da caschi e fazzoletti sul volto. Ma dalla ricostruzione dei giudici di secondo grado appare chiara la responsabilità dei vertici per non essere intervenuti a fermare i pestaggi e, per i firmatari dei verbali d’arresto e perquisizione, di aver avallato false accuse verso i 93 “no global”.

Nel processo di cassazione, il pg Pietro Gaeta ha chiesto la conferma delle condanne per tutti gli imputati, mentre fuori dal “palazzaccio” le vittime e le associazioni chiedecano “verità e giustizia”.

L’ASSOLUZIONE DI DE GENNARO. Un processo parallelo poi, ha riguardato l’ex capo della polizia, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni de Gennaro, accusato di aver istigato alla falsa testimonianza sulle violenze alla Diaz l’allora questore di Genova Francesco ColucciDe Gennaro, assolto in primo grado, ma condannato in appello a un anno e 4 mesi, viene prosciolto definitivamente da ogni accusa dalla Cassazione, che, nel novembre 2011, annulla la sentenza d’appello “perché il fatto non sussiste”.

LE PAROLE DELLA CANCELLIERI. “La sentenza della Corte di Cassazione di oggi va rispettata, come tutte le decisioni della magistratura. Il ministero dell’Interno ottempererà a quanto disposto dalla Suprema Corte” afferma in una nota la Cancellieri. “La sentenza – prosegue il ministro dell’Interno – mette la parola fine a una vicenda dolorosa che ha segnato tante vite umane in questi 11 anni. Questo non significa che ora si debba dimenticare. Anzi, il caso della Diaz deve restare nella memoria. Ma proprio le definitive parole dei giudici – riprende il ministro dell’Interno – ci devono spingere a guardare avanti sicuri che le Forze di Polizia sono per i cittadini italiani una garanzia per la sicurezza e per la democrazia”. “Del resto – conclude Cancellieri – nessuno puo’ dimenticare l’attivita’ quotidiana di tante donne e uomini della Polizia che, con dedizione, professionalita’ e coraggio, lavorano al servizio dello Stato per il bene di tutti”.

MANGANELLI: “RISPETTO PER LA SENTENZA”. Anche il capo della polizia Antonio Manganelli è intervenuto in serata: “L’istituzione – ha affermato – accoglie la sentenza della magistratura con il massimo dovuto rispetto e ribadisce l’impegno a proseguire nel costante miglioramento del percorso formativo relativo al complesso campo dell’ordine e della sicurezza pubblica. Esprime apprezzamento e orgoglio per la maturita’, l’onesta’, la dedizione e l’entusiasmo con cui quotidianamente il Paese viene servito dalle donne e dagli uomini delle forze di polizia”

Mario Portanova @ilfattoquotidiano.it


Colpo di spugna

Processo Diaz, l’avvocato dello Stato chiede il colpo di spugna

Davanti ai giudici della Cassazione, il legale del ministero dell’Interno Domenico Salvemini ammette che nel blitz al termine del G8 di Genova i poliziotti commisero violenze e reati. Ma sostiene che i responsabili non siano tra i 25 imputati. Il legale di Caldarozzi: “Attenuanti per chi ha arrestato Provenzano e l’attentatore di Brindisi”

Lo Stato chiede di annullare il processo Diaz. Di fatto, chiede di cancellare ogni responsabilità con un colpo di spugna. Perché la sanguinosa irruzione nella scuola di via Battisti a Genova, al termine del G8, avvenne la notte del 21 luglio 2001. Undici anni fa. E l’azzeramento della sentenza d’appello, richiesta dall‘avvocato dello Stato Domenico Salvemini davanti alla quinta sezione penale della Corte di cassazione che il 15 giugno di pronuncerà sul caso, porterebbe inevitabilmente alla prescrizione di tutti i reati per i quali sono stati condannati in secondo grado 25 tra agenti, funzionari e alti dirigenti di polizia. La posizione di questi ultimi è la più delicata per il governo. Perché in caso di condanna nessuno andrà in carcere, grazie all’indulto, ma scatterebbe l’interdizione dai pubblici uffici. Così, solo per citare i casi più eclatanti, Franco Gratteri dovrebbe lasciare il vertice della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi la direzione dello Sco,Giovanni Luperi la direzione del settore analisi dell’Aisi, il servizo segreto civile. Posti da coprire presto in una delicata partita di nomine.

L’avvocato dello Stato ha ammesso apertamente che gli uomini in divisa si abbandonarono a gravi violenze. ”In quella tragica notte -ha affermato – l’operato della polizia fu grave. Inaccettabile che dei ragazzi vennero feriti”. Salvemini ha dato per accertate le “lesioni” inferte agli occupanti della scuola e anche il fatto che le molotov diventate la prova regina ai danni dei 93 arrestati “venivano dall’esterno”. Di conseguenza, quella notte qualcuno “ha picchiato” commettendo “gravi reati. Ma – e qui sta il nocciolo della richiesta dell’avvocatura dello Stato – non sono stati gli imputati i responsabili dei fatti”.

La richiesta di Salvemini si basa sul fatto che effettivamente nessuno dei 25 imputati è accusato di avere materialmente picchiato qualcuno. I reati contestati sono il falso in atto pubblico, per la firma e l’avvallo di verbali di perquisizione e di arresto zeppi di elementi non veri, e le lesioni (ormai prescritte) contestate ai capisquadra del VII Nucleo, il corpo d’élite del Reparto mobile di Roma. Sulla base del fatto che ciascuna squadra agiva compatta e di conseguenza i capisquadra videro di certo i pestaggi indiscriminati, ma non ordinarono ai loro uomini di fermarsi. Su questo si innesta la questione della responsabilità dei pezzi grossi del Viminale presenti nel cortile della scuola quella notte: l’allora capo dello Sco Gratteri, il suo vice Caldarozzi, il vicedirettore dell’Ucigos Luperi, in compagnia del suo diretto superiore Arnaldo La Barbera (tutti poi promossi a incarichi superiori tranne La Barbera, morto nel 2002). Erano i dirigenti più alti in grado sul posto, ma allo stesso tempo non avevano il comando formale degli operatori intervenuti, un miscuglio di “celerini”, Digos, Squadre mobili…

Torna, nelle parole di Salvemini, l’eterna frattura del processo Diaz, che in sostanza è un processo dello Stato contro lo Stato. E il motivo principale per cui nessun responsabile diretto dei pestaggi è stato individuato è che, in questi undici anni, nessuno dei poliziotti presenti al blitz – le stime variano da 292 a 495, ma non esiste un numero certo – ha mai fornito il minimo elemento utile a identificare i singoli picchiatori. La stragrande maggioranza degli imputati si è avvalsa della facoltà di non rispondere di fronte ai giudici, compresi Gratteri, Luperi e Caldarozzi. Una scelta legittima per un imputato, e allo stesso tempo discutibile per un alto dirigenti della Polizia e dello Stato.

Nell’udienza di oggi di sono intervenuti i legali di parte civile. ”A distanza di tanti anni dal pestaggio della Diaz, mai nessuna delle 93 persone arrestate e ferite ha ricevuto una lettera di scuse dal ministero dell’Interno per l’operato della Polizia, e nemmeno una iniziativa in tal senso presa da qualcuno degli imputati”, ha detto l’avvocato Francesco Romeo, difensore di alcune delle vittime. “Purtroppo abbiamo dovuto assistere anche alla scelta dello Stato di non stare dalla parte dei cittadini, delle persone ingiustamente seviziate, data la scelta dell’Avvocatura dello Stato che contesta le condanne”.

Sul fronte della difesa, il legale di Gilberto Caldarozzi, uno dei firmatari dei verbali, ha chiesto invece che, in caso di condanna, siano riconosciute le attenuanti a  ”un funzionario che ha arrestato boss come Provenzano e Madonia”. L’avvocato Gilberto Lozzi ha ricordato ai giudici che “il recente arresto del killer attentatore di Brindisi è merito anche del lavoro di Caldarozzi”.

@ilfattoquotidiano.it