Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

gabriele sandri

Lazio vs Roma

Lazio-Roma, derby blindato all’Olimpico
Lancio di molotov e un accoltellato

Undici tifosi laziali identificati, tre fermati: tensione nel pre partita con cariche delle forze dell’ordine. L’omaggio delle squadre a Sandri, laziale ucciso 5 anni fa

ROMA – Un tifoso giallorosso accoltellato. Un altro colpito da un pugno. Tre tifosi laziali fermati, di cui due minori. Altri undici laziali identificati dalla polizia. Questo il primo bilancio del derby della Capitale Lazio-Roma giocato domenica pomeriggio e terminato allo stadio Olimpico con la vittoria dei biancocelesti per 3-2.

TENSIONE PRIMA DELLA PARTITA – Momenti di alta tensione ci sono stati davanti allo stadio prima della partita con lancio di molotov e oggetti da parte di tifosi laziali e cariche di alleggerimento delle forze dell’ordine che sbarravano la strada verso i tifosi giallorossi. Il tutto sotto una pioggia battente che ha provocato anche un black out all’interno dello stadio nei primi minuti del derby.

LANCIO DI MOLOTOV – Poco prima un gruppo di laziali aveva lanciato una molotov contro le forze dell’ordine. Alta tensione al derby romano Lazio-Roma in corso allo stadio Olimpico  sotto una pioggia intensa e insistente. Non solo. Vivicno allo stadio sono stati trovati e sequestrati 12 manici di piccone, 5 spranghe di metallo, 3 molotv, due coltelli, dei cacciavite, 4 bomboni e diversi fumogeni. Per il maggiorenne del terzetto di laziali fermato è scattata la denuncia in stato di libertà per possesso di artifizi pirotecnici e al tempo stesso gli è stato applicato un Daspo di 3 anni.

OMAGGIO DI TOTTI A SANDRI – Ma quello di domenica pomeriggio è stato un derby speciale che si è svolto nel giorno del quinto anniversario della morte di Gabriele Sandri, il tifoso biancoceleste ucciso l’11 novembre 2007 da un agente di poliziamentre era con altri tifosi in una stazione di servizio sulla A1 all’altezza di Arezzo. Poco prima che Lazio-Roma avesse inizio, sotto la Curva Nord è stato depositato un mazzo di fiori in ricordo di Sandri. Presenti il presidente della Lazio, Claudio Lotito, Cristiano Sandri, fratello della vittima, con il figlioletto che porta il nome Gabriele, e papà Sandri. Standing ovation di tutto lo stadio con i tifosi in piedi ad applaudire mentre dagli altoparlanti dell’Olimpico veniva trasmessa «Meravigliosa creatura», una delle canzoni preferite dal «Gabbo».

IN CAMPO CON IL NOME DI «GABBO» – Le squadre, poi, sono entrate in campo con maglie con il numero 81, l’anno di nascita di Sandri, ed il nome Gabriele sulle spalle.

Redazione Roma online @corriere.it


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11/11/2007 11/11/2012


No all’art. 9

Cristiano Sandri: “Riformiano Tessera del Tifoso e art. 9”

Il nostro Presidente Cristiano Sandri ha partecipato alla Settimana della Cultura Sportiva organizzata dall’Università di Roma Tor Vergata, prendendo parte al convegno sulla Tessera del Tifoso, dal titolo FIDELITY CARD, UN NUOVO MODO DI VIVERE IL CALCIO E LE CITTA’ OSPITANTI.

Al tavolo dei relatori, insieme anche a Roberto Massucci (Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive), Andrea Abodi(Presidente Lega Serie B) e Mario Macalli(Presidente Lega Pro), sono state avanzate proposte per integrare e migliorare lo strumento indispensabile all’accesso in trasferta e all’abbonamento negli stadi.

Queste i punti salienti dell’intervento della Fondazione Gabriele Sandri:

  • modifica parlamentare dell’art. 9 della Legge 41/2007 che, di fatto, nega ogni tipo di riabilitazione per soggetti condannati per cosiddetti reati da stadio, anche con pena scontata;
  • in assenza di un percorso parlamentare, rendere la Tessera del Tifoso uno strumento facoltativo e non vincolante per l’accesso negli stadi;
  • attraverso un questionario da somministrare su un campione rappresentativo della popolazione degli stadi, consultazione della base e delle curve su aspettative, necessità e richieste di modifiche e integrazioni della Tessera del Tifoso per una Fidelity Card, strumento partecipato e condiviso di opportunità e servizi.

Fondazione Gabriele Sandri

@fondazionegabrielesandri


Chi Dimentica E’ Complice


Roma vs Parma


4Anni 3Mesi 3Giorni

4Anni 3Mesi 3Giorni

La sentenza definitiva che condanna Luigi Spaccarotella per l’omicidio volontario di Gabriele Sandri è arrivata. Ne parliamo con Maurizio Martucci, da sempre vicino alla famiglia di Gabbo e collaboratore storico di Settimana Sportiva.

Glezos: Un tuo commento sulla sentenza della Cassazione, a mente quasi fredda.

Maurizio Martucci: Sicuramente una sentenza corretta, che ha ristabilito la verità dei fatti e che soprattutto ha chiuso un iter giudiziario particolarmente tortuoso. Una vicenda tormentata che si è conclusa nel modo migliore, visto che al di là dei tecnicismi del diritto la sentenza è di omicidio volontario.

G: Spaccarotella è stato condannato a 9 anni e 4 mesi: come mai così pochi, nonostante la volontarietà dell’omicidio?

MM: L’osservazione è assolutamente pertinente. Va considerato l’iter che ha portato alla condanna, oltre all’interdizione dai pubblici uffici. In Italia l’omicidio volontario può arrivare a una condanna massima di 21 anni, ma dobbiamo partire dal presupposto che il processo si è svolto con il rito abbreviato, e questo già comporta la riduzione di un terzo della pena. Nei primi due gradi di giudizio, dove la giurisprudenza entra nel merito del reato, il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 14 anni. La Cassazione, che stabilisce la correttezza della procedura, ha emesso una sentenza a 9 anni e 4 mesi semplicemente perché ha fissato in un certo senso il minimo del massimo della pena, ovvero omicidio colposo con gradazione minima del dolo eventuale. Tradotto in soldoni, la condanna è il frutto del dolo eventuale abbinato allo sconto di un terzo della pena relativo al rito abbreviato.

G: A naso, quanti anni sconterà realmente Spaccarotella?

MM: Anche qui dobbiamo partire da un presupposto giuridico, tralasciando l’onda emotiva. Va da sé che una persona incensurata come Spaccarotella (perché fino a prova contraria fino all’omicidio di Gabriele l’agente di PS aveva un casellario giudiziario immacolato), anche considerando il fatto che andrà a scontare la pena non in un carcere ordinario ma in un carcere militare, con tutti i benefici di cui potrà godere, direi che alla fine dei 9 anni e 4 mesi potrebbe scontarne cinque.

G: Che differenza c’è tra carcere militare e ordinario?

MM: Anche questa è una differenza sostanziale, con un tecnicismo decisivo. In sintesi, fino alla sentenza definitiva della Cassazione l’agente Spaccarotella era semplicemente sospeso dal servizio, poiché in uno stato di diritto c’è il presupposto di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio. Solo dopo il pronunciamento della Cassazione, Spaccarotella è automaticamente espulso dall’arma. E qui arriva il tecnicismo: fintanto che la Cassazione di Roma non trasmette gli atti alla Procura Generale a Firenze -e questo può ragionevolmente avvenire nell’arco di 10 giorni- in questo vacatio temporum di poco più di una settimana Spaccarotella è ancora ufficialmente un agente di PS sospeso dal servizio. Arrivati i documenti alla Procura di Firenze, scatterà l’espulsione dalla Polizia di Stato. Ma andando a costituirsi ieri mattina presso una caserma dei carabinieri di Arezzo, Spaccarotella ha beneficiato di questo breve lasso di tempo per consegnarsi alla giustizia ancora in veste di poliziotto sospeso. Il che gli ha permesso di chiedere di scontare la pena all’interno di una casa circondariale militare, all’interno della quale ci saranno militari ed ex agenti di PS condannati anche loro in via definitiva, ma non il tossicodipendente, lo spacciatore, il rapinatore o l’omicida che avrebbe potuto avere accanto in un carcere ordinario.

G: Dopo la sentenza, su alcuni media -in particolare sul ‘Fatto Quotidiano’- sono emersi commenti di lettori che iniziano a fare dei distinguo, del tipo: “Spaccarotella è colpevole, ma non voleva uccidere, colpa degli ultras che se la vanno a cercare”. Come vengono recepiti i crudi fatti in questo paese, e cosa sta succedendo in Italia alla capacità di comprendere quello che succede intorno?

MM: Ahimè -e lo dico da giornalista che si occupa spesso e volentieri di cronaca nera-, è un penoso difetto di comunicazione. Il processo di output che avviene negli organi d’informazione fa sì che una notizia non venga colta per quello che è, e questo per una serie di motivi, fattori esterni, condizioni culturali e soggettive da parte degli stessi fruitori dell’informazione. Ci si abbandona sullo stereotipo, sul preconcetto, su “quello che penso io” come fruitore della notizia, e non sulla dinamica complessiva del fatto che si sta analizzando. E questa è una pecca tipicamente italiana. Perché i fatti veri, quelli accaduti realmente, a volte dicono cose molto chiare. La vicenda di Gabriele Sandri passerà alla storia perché rappresenterà un caso di studio per quanto riguarda la giurisprudenza, poiché al di là della cosiddetta ‘banda della Uno bianca’ a lume di naso non ricordo agenti di PS coinvolti in modo diretto o indiretto in casi di omicidio che poi siano stati condannati in via definitiva dalla nostra magistratura. Perché senza fare retorica e senza volere scomodare casi storici, da Pinelli a Gabriele Sandri è la prima volta che questo accade. Quindi i commenti fuori luogo danno la misura di quanto la mediocrità imperante non faccia cogliere fatti che si sono dimostrati profondamente rilevanti.

G: Qualcuno ha puntato il dito contro la famiglia Sandri e lo stesso Gabriele, descritto come “ultras fascista il cui padre ha molte leve da manovrare”, con paragoni allucinanti con la vicenda del povero Federico Aldrovandi e sui ‘favori’ concessi ai Sandri rispetto alla famiglia di quest’ultimo. Cosa ne dici?

MM: Ho letto anch’io questi commenti, che mi hanno lasciato davvero sconcertato. Anche questa è una cartina tornasole di quanto si faccia fatica in Italia a capire che siamo nel terzo millennio. Ridurre a un tale livello di polemica pseudopolitica l’omicidio di un cittadino di 26 anni da parte di un agente di polizia la dice lunga sul fatto che in Italia non solo non si sia capito il fatto in sé, ma anche che sarebbe bene non tirare in ballo questioni che non si conoscono e che non appartengono né al fatto né al momento storico. Perché se proprio vogliamo addentrarci in materia, qui non si capisce che nel 2012 siamo andati non solo ben oltre il crollo delle ideologie, ma addirittura al tramonto dell’economia. Sentire accusare la famiglia Sandri di essere manovratrice di chissà quali fili occulti, beh, mi fa restare sbalordito e indignato. Soprattutto dopo avere conosciuto bene i Sandri, dal di dentro, sapendo quale battaglia hanno dovuto ingaggiare, quale montagna hanno dovuto scalare. Ho visto da vicino la dignità con la quale la famiglia di Gabriele si è interfacciata con tutte le altre famiglie colpite da lutti simili, in primis proprio dalla famiglia Aldrovandi, con la mamma di Federico che in mia presenza dice a Giorgio Sandri: “Siete un esempio: è grazie a voi che ho trovato il coraggio di venire fuori e raccontare la vicenda di mio figlio”. Tutto questo non lo si sa e non lo si dice. Alla fine, questa battaglia così bella, condotta alla luce del sole in punta di diritto e nel pieno rispetto delle leggi e della Costituzione viene inficiata da commenti e deliri che ci portano indietro di due secoli.

G: Ci sono i morti con le leve e quelli senza, quelli in vista e quelli no. Restano i vivi: le persone normali e gli ultras. Quelli come Gabriele, che se vanno in trasferta in fondo se la vanno a cercare.

MM: Hai toccato un punto nodale. E a questo punto nodale voglio rispondere con le parole che ha pronunciato in aula il Procuratore Generale nell’udienza di Corte di Cassazione a Roma. Sono parole che in modo semplice chiariscono la faccenda. Nella dinamica dell’omicidio di Gabriele Sandri, se dall’altra parte della corsia in autostrada ci fosse stato un pregiudicato con la pistola in mano e avesse fatto fuoco, qualsiasi giudice ci avrebbe messo 20 secondi a condannarlo. Se invece a sparare fosse stato un tifoso, lo stesso giudice avrebbe impiegato 40 secondi nel condannarlo. Io ci aggiungo che siccome a fare fuoco dall’altra parte della corsia c’era Luigi Spaccarotella, agente di Polizia, ci sono voluti 4 anni, 3 mesi e 3 giorni per arrivare a una sentenza chiara, netta e definitiva. Questo cosa significa? Che la divisa indossata da Spaccarotella sposta l’asticella rispetto a un’assioma fondamentale della nostra giurisprudenza e di un paese di diritto e democrazia avanzata, e cioè che la legge è uguale per tutti. Non si può interpretare la legge in modo arbitrario rispetto al soggetto che compie l’azione: se fosse passata questa visione sarebbe stata giustificata la legge della giungla. Non può essere possibile che lo stesso atto commesso da persone diverse nello stesso contesto possa essere giudicato dalla magistratura con pesi e misure differenti. La sentenza della Cassazione sull’omicidio di Gabriele Sandri è importante soprattutto per questo.

(P.S.: Ringraziamenti e felicitazioni al sito de ‘Il Fatto Quotidiano’, che in coda a un articolo di Maurizio Martucci sulla sentenza (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/gabriele-sandri-giustizia-giusta/191405/) da una parte ha tranquillamente inserito commenti sul livello di quelli citati nell’intervista qui sopra, e dall’altra ha prima bannato e poi -per non sbagliarsi- cancellato le registrazione di lettori meno graditi. Ah, il web…)

(Maurizio Martucci, scrittore e giornalista, è l’autore di ‘11 Novembre 2007: l’uccisione di Gabriele Sandri, una giornata buia della Repubblica’, Sovera Multimedia, 2008; ‘Cuore tifoso. Roma-Lazio 1979, un razzo ha distrutto la mia famiglia, Gabriele Paparelli racconta’, Sovera Multimedia, 2009; ‘Football Story. Musei e mostre del calcio nel mondo’, Edizioni Nerbini, 2010; ‘Cuori Tifosi. Quando il calcio uccide: i morti dimenticati degli stadi italiani’, Sperling & Kupfer, 2010; ‘Non Scherzo – Re Cecconi 1977, la verità calpestata’, Eraclea Libreria Sportiva. Per la Fondazione Gabriele Sandri dirige la Biblioteca del Calcio e il Festival Nazionale della Cultura del Calcio).

@settimanasportiva


Omicidio Volontario

Sentenza definitiva per Spaccarotella
La Cassazione: fu omicidio volontario

Confermata la condanna a 9 anni e 4 mesi per l’agente della Polstrada che uccise il tifoso della Lazio. Il poliziotto: «Affronterò la situazione da uomo»

FIRENZE – È definitiva per l’agente della Polstrada Luigi Spaccarotella, per il quale si aprono le porte del carcere, la condanna a nove anni e quattro mesi di reclusione per l’omicidio del tifoso della Lazio Gabriele Sandri, ucciso a 26 anni mentre – dopo un tafferuglio con tifosi juventini nell’area di servizio aretina di Badia al Pino sulla A1 – era sulla Renault che doveva portarlo a Milano, la mattina dell’11 novembre 2007, per vedere Inter-Lazio insieme ad altri quattro amici. La Prima sezione penale della Cassazione, con una decisione presa in tempi rapidi, forse anche per evitare nervosismi negli animi degli ultrà che la sera del delitto – per protesta contro le forze dell’ordine – misero a ferro e fuoco la capitale e le città di mezza Italia, ha confermato il verdetto di secondo grado in tre ore di camera di consiglio nella quale è stato deciso anche l’esito di altri processi.

L’AGENTE: «ANDRO’ A COSTITUIRMI» – Luigi Spaccarotella ha saputo della condanna da una telefonata di un difensore. Inizialmente è rimasto incredulo, non si aspettava la conferma alla sentenza di condanna. Poi ha parlato con i parenti e con gli amici, comunicando loro probabilmente l’intenzione, già annunciata dal suo legale, di costituirsi. La preoccupazione maggiore di Spaccarotella, secondo quanto appreso, è per i figli, un bimbo piccolo e una bimba di circa 12 anni, che al momento in cui ha appreso la decisione stavano giocando in casa. Poi si è seduto sul divano, in lacrime, con il figlio piccolo in braccio. «Affronterò la situazione da uomo». Così Luigi Spaccarotella ha risposto a uno dei suoi legali che lo informava della decisione della Cassazione. L’agente «andrà a costituirsi». Sventola una bandiera tricolore attaccata alla ringhiera della terrazza della casa ad Arezzo di Spaccarotella. L’abitazione dell’agente si trova al secondo piano di un immobile situato in una zona residenziale, a circa un chilometro dal centro storico. Le persiane delle finestre sono accostate.

L’ITER GIUDIZIARIO – Spaccarotella che non ha subito carcerazione preventiva durante le indagini preliminari, era stato condannato in primo grado a sei anni di reclusione per omicidio colposo, determinato da colpa cosciente. In secondo grado i fatti erano stati qualificati come omicidio volontario per dolo eventuale e la pena era stata elevata a nove anni e quattro mesi di reclusione. Il ricorso dell’imputato in Cassazione è stato ora rigettato e la sentenza è così diventata irrevocabile. Cominceranno ora gli adempimenti per l’esecuzione della pena, che dovrebbero concludersi nelle prossime ore, o mercoledì, con il trasferimento di Spaccarotella in carcere.

IL PADRE DI «GABBO» – «Ho sempre avuto fiducia nella giustizia e voglio dire grazie a tutta la gente che c’è stata vicino fino a questo momento. Ho avuto un solo momento di scoraggiamento quando è stata emessa la sentenza di primo grado che era raccapricciante. Ma ora le cose sono andate come dovevano andare. Personalmente non ho alcun desiderio di vendetta ma la verità ha avuto difficoltà ad emergere». Così Piergiorgio Sandri, padre di Gabriele, ha commentato il verdetto della Cassazione. «Perdonare Spaccarotella? Ci posso riflettere ma lui deve dire tutta la verità. E poi il perdono si dà a chi lo chiede, invece la mamma di Spaccarotella non ha mai telefonato a mia moglie, la mamma di Gabriele. In quel momento – ha ricordato il padre di Gabriele – mio figlio è stato ucciso da un tutore dell’ordine. Spaccarotella è colpevole, ma non avrebbe dovuto trovarsi lì perchè era esagitato».

E IL FRATELLO – «La Cassazione ha confermato che l’uccisione di mio fratello è stato un atto volontario, seppure con la responsabilità del dolo eventuale e questo verdetto rispecchia il diritto e la realtà dei fatti«. Così Cristiano Sandri, il fratello avvocato di Gabriele. «Non è il discorso dell’anno in più o in meno di carcere, l’importante è che il principio di diritto sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge sia stato rispettato», ha aggiunto. Cristiano e il padre Piergiorgio sono usciti dalla Cassazione accompagnati dai numerosi amici di Gabo che sono stati con loro durante questa giornata. Non ci sono mai stati momenti di tensione, eccetto qualche piccolo mugugno in aula quando i difensori di Spaccarotella hanno sostenuto la tesi del dito «rattrappito» che, per incidente, aveva sparato a Gabriele.

IL PRETE – «Tanta tristezza anche se lui, quando l’ho visto un po’ di tempo, fa era sereno. Ha sicuramente sbagliato, ma da qui a dire che quella mattina si è alzato con l’intenzione di andare a uccidere una persona ce ne passa». Così don Antonio Bacci, il sacerdote che nel giugno 2007 sposò Luigi Spaccarotella e la moglie, commenta il verdetto della Cassazione. «Non l’ho ancora sentito – aggiunge -: certamente ha sbagliato ma parlare di omicidio volontario mi sembra assurdo. Non voleva uccidere». Don Antonio Bacci spiega che cercherà al più presto di sentire l’agente della Polstrada e la moglie, «la conosco da tanti anni, è stata una mia alunna. Penso anche ai loro figli». «Una cosa è l’omicidio colposo, altra quello volontario – aggiunge il sacerdote -. Purtroppo l’opinione pubblica, forse in particolare a Roma, aveva già deciso la condanna per omicidio volontario».

LA REQUISITORIA DEL PG – Serrata, a tratti accompagnata anche dalla mimica dello sparo a braccia tese, la requisitoria con la quale il sostituto procuratore generale della Cassazione Francesco Iacoviello – uomo di punta della Procura – ha chiesto la conferma della condanna emessa dalla Corte di Assise di Appello di Firenze che ha aggravato la responsabilità di Spaccarotella trasformando l’originaria ipotesi di omicidio colposo con colpa cosciente (sei anni di reclusione inflitti in primo grado ad Arezzo) in quella di omicidio volontario con dolo eventuale. «Spaccarotella non stava mirando alle gomme ma sparò perchè voleva colpire la macchina e l’ha presa: la vittima è stata colpita al collo, se ci fosse stata una deviazione di uno sparo diretto verso il basso, al massimo il colpo avrebbe attinto il petto!», ha esclamato Iacoviello. Secondo il Pg, l’agente della Polfer – che non potrà più indossare una divisa per l’interdizione perpetua dai pubblici uffici – agì sparando in risposta a quello che lui percepiva come «smacco o beffa» per il fatto che l’auto di Gabbo «non si era fermata all’azionamento della sirena delle forze dell’ordine, dopo che lo stesso Spaccarotella aveva sparato un colpo in aria». Per il Pg, questa reazione dell’agente fu «abnorme, tanto che gli altri tre poliziotti che erano con lui non spararono e si comportarono diversamente». «Se a sparare fosse stato un pregiudicato, anzichè un poliziotto, il giudice – ha rilevato il Pg – avrebbe impiegato solo una manciata di secondi per condannarlo per omicidio volontario con dolo eventuale» come nella vicenda Sandri, è avvenuto solo nel secondo grado di giudizio anzichè fin dal primo.

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