Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

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Polizia Sempre Piu Aggressiva

Spagna, cariche della polizia
sempre più aggressive. “Protocollo violato”

La denuncia arriva dal sindacato iberico delle forze dell’ordine. Un’esercitazione riservata è finita con otto poliziotti feriti. Il capo dell’unità d’intervento ha detto di “sparare agli scudi di protezione in modo che in futuro lo si faccia sui cittadini”

Lo denunciavano da tempo molti cittadini. Alcuni di loro già feriti. Come Ester Quintana che, alla manifestazione dello scorso 14 novembre a Barcellona, ci ha perfino rimesso un occhio. Durante le cariche dei Mossos d’esquadra è stata colpita da una pallottola di gomma che le ha spezzato il nervo ottico, come racconta in un video al quotidiano El País. Ma la polizia iberica ha sempre smentito. Adesso però, per la prima volta, l’accusa è arrivata dagli stessi membri delle forze dell’ordine. “Se continuate così rischiamo di essere tacciati come polizia franchista”, hanno detto. Il sindacato unificato della polizia spagnola (Sup) ha infatti mandato una dura lettera di denuncia al ministro degli Interni (qui), Jorge Fernández Díaz. Tutto dopo l’ennesimo incidente. Stavolta nel corso di un allenamento nel centro militare di Linares, in Andalusia.

L’esercitazione, riservata agli agenti antisommossa, è terminata con otto poliziotti feriti e tre scudi rotti a causa dell’impatto delle pallottole di gomma sparate a distanza ravvicinata. Mentre gli amici di Ester hanno lanciato una campagna di solidarietà “Ojo con tu ojo”(Attenzione al tuo occhio) e hanno aperto un conto corrente per aiutare la donna nelle spese mediche, il Sup ha deciso di rompere il silenzio e raccontare quello che è successo nel centro militare: il capo dell’Unità d’intervento della polizia (Uip) José María Igusquiza “ha dato disposizione di violare il protocollo e, invece che a terra, sparare direttamente agli scudi di protezione in modo che in futuro lo si faccia sui cittadini”. Il risultato è stato documentato con una serie di fotografie inviate agli Interni insieme alla denuncia: otto agenti feriti al ginocchio, all’occhio e ai testicoli. Per l’associazione di categoria si tratta di una “follia che vuole imporre pratiche illegali e pericolose, che potrebbero non solo procurare gravi lesioni fisiche ai cittadini, ma anche disonorare l’intero Corpo nazionale della polizia”.

Nella lettera il Sup accusa chiaramente il governo, il ministro Fernández Díaz, il direttore generale della polizia Ignacio Cosidó e altri vertici militari: “Volete che la Spagna abbia un morto sulla coscienza per distrarre l’attenzione e giustificare comportamenti più aggressivi verso chi manifesta contro di voi?”. La versione della Direzione generale della Polizia però è stata un’altra. Nell’esercitazione, secondo un portavoce, gli agenti non stavano facendo pratica su come sparare ai manifestanti in strada, ma come proteggersi da pietre o altri oggetti contundenti che si lanciano durante le concentrazioni. “Si tratta di un test di difesa che facciamo da sempre. Non c’è nulla di nuovo”, hanno precisato. Fatto sta che uno degli otto agenti feriti è stato trasportato d’urgenza in ospedale, proprio a causa degli spari ravvicinati. E la relazione del sindacato spiega il motivo: ai poliziotti è stato ordinato di posizionarsi uno di fronte all’altro a una distanza di 30 metri e di aprire il fuoco, anche se la procedura raccomanda una distanza minima di 50 metri e un primo rimbalzo a terra dei proiettili di gomma. L’esercitazione è stata sospesa solo quando il capo del dipartimento si è reso conto degli agenti feriti.

Silvia Ragusa @ilfattoquotidiano.it


Falsa testimonianza al processo Diaz

“Falsa testimonianza al processo Diaz”,
pm chiede tre anni per l’ex questore Colucci

Nell’ultimo processo sul G8 di Genova ancora in corso in primo grado, terminata la requisitoria del pubblico ministero Zucca: “L’imputato sceglie di servire il Corpo e la divisa e non le leggi della Costituzione”. L’alto dirigente avrebbe mentito per coprire gli allora vertici della polizia, tra i quali Gianni De Gennaro, già assolto dall’accusa di averlo indotto a dichiarare il falso

Tre anni di reclusione e nessuna attenuante generica. Sono queste, al termine di una lunga requisitoria, le richieste di pena avanzate dal pm Enrico Zucca a carico dell’ex questore di Genova Francesco Colucci, sotto processo in primo grado per falsa testimonianza in relazione a fatti del G8 2001.

Colucci è accusato di avere detto il falso nel processo per l’irruzione alla Diaz – la scuola genovese teatro del blitz concluso con l’arresto di 93 manifestanti, oltre sessanta dei quali rimasero feriti – per coprire gli allora vertici della polizia e in particolare l’ex capo Gianni De Gennaro, assolto in via definitiva il 22 novembre 2012 dall’accusa di aver indotto il dirigente alla falsa testimonianza “perché il fatto non sussiste”. (qui testo integrale della sentenza di assoluzione)

Secondo l’accusa, Francesco Colucci, il 3 maggio 2007, sentito come teste, avrebbe parlato di circostanze non corrispondenti al vero e, comunque, non appartenenti alla propria percezione o ricordo. Tra queste avrebbe ritrattato la dichiarazione resa ai pm durante le indagini preliminari sulla circostanza che Roberto Sgalla, nel 2001 responsabile delle relazioni con la stampa, era stato mandato alla Diaz su ordine di De Gennaro. Inoltre Colucci aveva indicato come responsabile nell’operazione alla Diaz il collega Lorenzo Murgolo, la cui posizione era stata già archiviata. A tale proposito, l’ex prefetto Ansoino Andreassi in aula testimoniò invece che Murgolo aveva un ruolo marginale, aveva compiti di ordine pubblico e non aveva a disposizione alcun reparto. Riferì anche di aver detto a Murgolo di andare alla Diaz e di riferirgli quello che stava succedendo.

Il procuratore Enrico Zucca ha detto, tra l’altro: “Colucci fa un salto nel buio: sceglie di servire il Corpo e la divisa e non le leggi della Costituzione. Purtroppo non si possono servire due padroni, ma solo uno”. “Colucci – ha affermato – rivestiva un ruolo istituzionale e anche fondamentale perché la sua testimonianza doveva servire a ricostruire la catena di comando, il ruolo di ciascuno e il movente”.

E’ stata poi la volta degli avvocati di parte civile: Lea Fattizzo di Torino ed Emanuele Tambuscio di Genova hanno chiesto la condanna di Colucci, il risarcimento dei danni morali e una provvisionale di 5000 euro per ciascuno mentre l’avvocato Emilio Robotti che assiste i Giuristi democratici, oltre alla condanna ha chiesto il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali. Il processo è rinviato al 20 novembre quando parleranno i difensori di Colucci, gli avvocati Maurizio Mascia e Gaetano Velle.

Si tratta dell’unico processo ancora in corso in primo grado sul G8 di Genova e in particolare sull’irruzione alla Diaz, dopo che lo scorso 5 luglio la Cassazione ha condannato 25 poliziotti protagonisti del blitz  infliggendo loro anche la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.

Secondo l’accusa, Francesco Colucci, il 3 maggio 2007, sentito come teste nel processo per l’irruzione nella scuola Diaz, avrebbe parlato di circostanze non corrispondenti al vero e, comunque, non appartenenti alla propria percezione o ricordo. Tra queste avrebbe ritrattato la dichiarazione resa ai pm durante le indagini preliminari sulla circostanza che Roberto Sgalla, allora responsabile delle relazioni con la stampa, era stato mandato alla Diaz su ordine di De Gennaro mentre durante il processo aveva negato questa circostanza. Inoltre Colucci aveva indicato come responsabile nell’operazione alla Diaz Lorenzo Murgolo, la cui posizione era stata archiviata. A tale proposito, nel settembre 2010, l’ex prefetto Ansoino Andreassi testimoniò invece che Murgolo aveva un ruolo marginale e  spiegò che Murgolo aveva compiti di ordine pubblico fuori della zona rossa e non aveva a disposizione alcun reparto. Riferì anche di aver detto a Murgolo di andare alla Diaz e di riferirgli quello che stava succedendo mentre altri erano responsabili.

@ilfattoquotidiano.it


Fuga degli spettatori

Calcio made in Italy, continua la fuga
degli spettatori dagli stadi di Serie A e B

La media quest’anno (neanche 23 persone a partita) è inferiore alle precedenti stagioni e impietosa rispetto agli altri campionati europei: 30mila negli ultimi due anni in Spagna, 35mila in Inghilterra, ben 42mila in Germania

Stadio

Il calcio italiano, in crisi di appeal e di risultati a livello continentale, assiste impotente alla fuga degli spettatori dagli stadi. E la desertificazione degli spalti si ripercuote a sua volta, causa minori introiti, sul livello di competitività delle squadre in Europa. Domenica, per esempio, c’erano solamente 12.313 spettatori paganti a San Siro per la sfida del Milan contro la Fiorentina, che aggiunti ai poco meno di 24mila abbonati (in netto calo rispetto agli oltre 30mila delle stagioni precedenti, e in assoluto il record negativo dell’era Berlusconi) riuscivano a stento a riempire lo stadio per metà della sua capienza. Ma il problema non è certo del Milan, che anzi con 39mila spettatori di media è la seconda squadra con più pubblico dopo l’Inter. Quello degli spalti vuoti, che si giochi il campionato, la Champions League, o sia ospitata la Nazionale, è un problema che coinvolge l’intero paese.

La situazione è tragica. In Serie B la media degli spettatori è di poco superiore ai 5mila a partita, con un’utilizzazione della capienza degli stadi inferiore a un terzo di quella possibile, mentre negli altri tre grandi campionati europei (Germania, Inghilterra e Spagna) le seconde divisioni attirano una media di pubblico sfiora le 20mila unità. In Serie A non va certo meglio. La media quest’anno è inferiore ai 23mila spettatori a partita, in calo rispetto ai 24.031 di media della stagione 2010-11 e ai 25.282 della stagione 2009-10. Il confronto con gli altri campionati, tutti in crescita, è impietoso. Nella Liga spagnola la media negli ultimi due anni è stata intorno ai 30mila. Nella Premier League inglese oltre i 35mila. Mentre nella Bundesliga tedesca si superano tranquillamente i 42mila spettatori a partita.

Queste cifre tolgono di mezzo immediatamente il falso problema della televisione: anche all’estero le partite sono trasmesse in diretta. Anzi, in Inghilterra e Germania specialmente, vige anche la cultura del pub, o Kneipe, dove molti tifosi si ritrovano per vedere insieme la squadra del cuore. E ciò nonostante gli stadi sono pieni. Non è nemmeno un problema di qualità del campionato, dato che sabato in Inghilterra hanno assistito al pareggio tra Southampton e Swansea – compagini non certo colme di talento – in più di 30mila. Quasi il doppio degli spettatori di Genoa-Napoli (3mila paganti), dove erano in campo Cavani, Hamsik e compagnia. E allora si ritorna al problema degli impianti sportivi, fiore all’occhiello degli altri campionati, che dagli stadi ottengono il 25% dei ricavi annuali, mentre in Italia la percentuale scende al 12%.

A dimostrarlo, nel mare degli stadi vecchi e fatiscenti che tendono a respingere lo spettatore piuttosto che ad attirarlo, emerge l’esempio dello Juventus Stadium: unico impianto di proprietà tra le società italiane, con una media spettatori di oltre 38mila a partita e una percentuale di riempimento del 93%. Offrendo tale prodotto, a fronte di un investimento di poco superiore ai 125 milioni, la società bianconera nel bilancio 2011-12 appena approvato ha potuto segnare un aumento di oltre il 50% dei ricavi dagli abbonamenti e una crescita dei ricavi complessivi da gara che in una sola stagione sono passati da 11,5 a 31,8 milioni di euro. Oltretutto, in un recente convegno della Lega di Serie B, l’advisor Kpmg ha calcolato che per le società interessate a costruire nuovi stadi il costo per ogni posto a sedere dovrebbe essere compreso tra i mille e duemila euro. Una cifra recuperabile in poche stagioni.

Ma la soluzione non può essere quella della proprietà dell’impianto in sé e per sé, che si vorrebbe concedere attraverso leggi confuse che servono solo a favorire abusi e speculazioni edilizie quanto di investimenti seri, sulla falsariga tedesca e inglese. Anche nei confronti del tifoso che, una volta che è stato trasformato in consumatore, come tale andrebbe tutelato. Magari attraverso l’abolizione definitiva della cosiddetta tessera del tifoso, che ha avuto l’effetto di azzerare le trasferte. Altrove gli stadi sono pieni, e le squadre volano nelle competizioni continentali. In Italia si è passati dalle 15 finali europee degli anni Novanta (media spettatori intorno ai 30mila) alle 4 degli anni Zero (media intorno ai 25mila). Quest’anno tra Champions e Europa League rischiamo che già a dicembre solo due o tre squadre superino il turno. Il deserto sugli spalti si sta già ripercuotendo nelle bacheche.

Luca Pisapia @ilfattoquotidiano.it


Leoni in divisa

Caso Bonsu, niente declassamento per i vigili che lo pestarano

Il Tar ha dato ragione a tre degli otto agenti condannati per aver picchiato e sequestrato lo studente ghanese il 29 settembre 2008: rimarranno a tutti gli effetti pubblici ufficiali. Almeno fino al 19 dicembre quando il tribunale amministrativo si pronuncerà per la seconda volta sulla vicenda

Nessun declassamento per i vigili coinvolti nel caso Emmanuel Bonsu. Il Tar ha dato ragione ai tre degli otto agenti condannati per il pestaggio e il sequestro dello studente ghanese, che negli scorsi mesi avevano impugnato il provvedimento di revoca della qualifica di agente di pubblica sicurezza.

Almeno fino alla nuova camera di consiglio del Tar fissata il prossimo 19 dicembre, in cui il collegio si esprimerà di nuovo sul caso, Andrea Sinisi, Giorgio Albertini e Stefania Spotti manterranno la propria qualifica. Gli agenti, insieme ad altri cinque colleghi, dopo il caso Bonsu erano stati spostati dalla municipale ad altri incarichi presso il Comune. Ma dopo la sentenza di condanna in primo grado, la Prefettura di Parma aveva imposto il loro declassamento da pubblico ufficiale durante l’amministrazione del commissario straordinario Mario Ciclosi, togliendo loro la qualifica di agente di pubblica sicurezza. Un declassamento che comporta, oltre alla perdita del ruolo, una riduzione nella busta paga e il divieto di utilizzare un’arma.

Tutti i condannati avevano fatto ricorso al Tar chiamando in causa il Comune di Parma, la Prefettura e il ministero dell’Interno, ma solo l’avvocato Donata Cappelluto, che difende i tre, aveva chiesto la sospensiva del provvedimento prefettizio, che è stata accolta in via cautelare dal tribunale amministrativo.

Secondo il collegio di giudici presieduto da Francesco Gambato Spisani il ricorso degli agenti è fondato perché il provvedimento prefettizio manca di motivazioni adeguate ed il potere di revoca è stato “esercitato al di fuori dei presupposti di legge che avrebbero consentito, al più, l’esercizio del potere di sospensione temporanea della qualifica”. Per questo il 7 novembre il collegio riunito ha deciso di “accogliere la domanda cautelare, onde consentire al prefetto di riesaminare l’atto entro venti giorni dalla comunicazione o, se anteriore, dalla notificazione della presente ordinanza”.

Per ora dunque nessuna sospensione della qualifica e di conseguenza dell’indennità di vigilanza per i tre agenti. Per gli altri cinque (Pasquale Fratantuono, Mirko Cremonini, Marco De Blasi, Graziano Cicinato e Ferdinando Villani), che come loro aveva presentato ricorso al Tar, ma non avevano chiesto la sospensiva del decreto prefettizio, si dovrà attendere dicembre, quando il tribunale amministrativo si esprimerà anche sulle sorti dei colleghi, che per ora hanno avuto una prima vittoria.

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Le “memorie” hard di Lea Di Leo

Lea Di Leo, estorsione a vip nelle sue “memorie” hard.
A Marsala si apre il processo

Secondo l’accusa, le confessioni scritte dell’attrice porno dovevano servire a organizzare un colossale raggiro ai danni di calciatori e personaggi dello spettacolo. A chiedere loro soldi per cancellare i nomi dal volume, Gaspare Aleci e Gaspare Richichi

Un libro scandalo con le memorie hard della pornostar Lea Di Leo, al secolo Sonia Faccio, la “regina” delle linee telefoniche erotiche. Un libro, mai stampato, che ha determinato un colossale raggiro. Le confessioni a luci rosse della Di Leo sono rimaste segrete, ma il tam tam pubblicitario su possibili rivelazioni del contenuto sono servite, secondo l’accusa, a tentare di organizzare una grossa estorsione a danni di vip del mondo dello spettacolo, dello sport e della politica, nomi eccellenti.

Una vicenda approdata adesso in tribunale, a Marsala. Protagonisti-imputati due siciliani, Gaspare Aleci, 35 anni e Gaspare Richichi, 27 anni, presidente e direttore commerciale di una casa editrice con sede a Marsala, la “Imart edizioni” che avrebbe dovuto pubblicare il libro della Di Leo. E’ stato un servizio televisivo delle “Iene” su Italia 1 a far emergere che i due imputati, Aleci e Richichi , avrebbero contattato diversi vip dicendo loro che erano citati nel testo scritto dalla pornostar e che, però, in cambio di una somma di denaro, tra i 10mila ed i 40mila euro, il loro nome avrebbe potuto facilmente scomparire.

Questa mattina è cominciato a Marsala il processo contro Aleci e Richichi: il pubblico ministero Dino Petralia ha presentato la sua lista testi, proprio quel lungo elenco di vip oggetto del ricatto e che dovranno essere sentiti, a cominciare dall’attuale presidente della commissione Finanze del Senato ed ex vice ministro Mario Baldassarri. Oltre a lui, anche attori, cantanti, calciatori, un regista e personaggi del mondo televisivo: una trentina di nomi famosi in tutto, tra cui gli attori Roberto Farnesi e Matteo Branciamore (Marco della serie tv “I Cesaroni”).

Tra le parti offese, a chiedere tramite i propri legali di costituirsi parte civile nel processo, il regista tv John Squarcia, il cantante Gianluca Grignani, i giornalisti Amedeo Goria e Giulio Golia, il rugbysta Dallan Dennis, i giocatori Bojinov, Borriello, Bressan, Coco, Colombo, Dalla Bona, Galante, Iaquinta, Inzaghi, Pavesi, Reginaldo, Tarducci,, Zanello, l’addetto stampa della Juventus Casassa.

Sonia Faccio, vero nome della Lea Di Leo, sarà la prima a testimoniare, estranea alle estorsioni e semmai oggetto di minacce di morte. La Faccio-Di Leo ha già assicurato che, al contrario di quanto aveva fatto intendere, il libro non conteneva nomi, ma solo riferimenti indiretti. Ma qualcosa, dal libro “incriminato”, è comunque trapelato: niente nomi per carità, ma alcunestorie molto “particolari”: quella di un giornalista Rai che si eccitava con gli animali e quella di un politico con la passione per le ammucchiate”.

Rino Giacalone @ilfattoquotidiano.it


Catania vs Juventus

Catania-Juve, annullato gol regolare.
E Paddy Power ‘paga’ la vittoria degli etnei

L’agenzia ha deciso di applicare il ‘Justice Payout’: gli scommettitori che avevano puntato sulla vittoria degli etnei incasseranno la vincita. “Certe volte un risultato è talmente ingiusto che, semplicemente, è giusto rimborsare” è stato il messaggio diffuso dal bookmaker irlandese

Il gol di Bergessio in Catania-Juventus (finita 0-1) era regolare, ma è stato ingiustamente annullato dall’arbitro Gervasoni? A causa dell’errore del direttore di gara avete perso la vostra scommessa? Poco male: se avete puntato sulla vittoria degli etnei dal circuito Paddy Power avrete comunque diritto a incassare quanto avreste meritato senza lo svarione arbitrale. Dopo le polemiche del presidente rossoblù Pulvirenti, l’ira dei tifosi catanesi allo stadio Massimino e sul web e, soprattutto, dopo le veementi proteste degli scommettitori, l’agenzia ha deciso di applicare il ‘Justice Payout‘ e di pagare come vincenti tutte le scommesse singole relative alla partita del Massimino. Cosa signfica? Che gli scommettitori che avevano puntato sulla vittoria del Catania nel match contro la Juventus incasseranno la vincita. “Certe volte un risultato è talmente ingiusto che, semplicemente, è giusto rimborsare” è stato il messaggio che il bookmaker irlandese ha deciso di lanciare, “inaugurando” il Justice Payout in Serie A.

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Cagliari vs Roma

Era iniziata cosi…

Dove si giocherà Cagliari-Roma? A sette giorni dal fischio d’inizio ancora non è chiaro. Secondo la società isolana l’incontro si disputerà allo stadio  Is Arenas di Quartu, ma da più parti fioccano i commenti negativi che mettono in discussione la validità della sede. Dopo il parere negativo della Prefettura di Cagliari (leggi), arriva anche la bocciatura da parte del SIAP, sindacato autonomo polizia, che per voce del suo segretario, Massimo Martelli, ammonisce: “Esprimiamo fortissime perplessita’ e preoccupazioni per la situazione dello stadio ubicato in pieno centro urbano a Quartu e che non ha, a tutt’oggi, le piu’ elementari norme di sicurezza previste dalle normative in materia e che espone le forze dell’ordine e i cittadini a rischi elevati”. Intanto l’Unione Sarda (leggi) annuncia che “…la commissione provinciale di vigilanza ha dato un parere di “non conformità” allo stadio Is Arenas. Cagliari-Roma non si potrà disputare davanti ai tifosi rossoblù. Resta da capire se potrà essere giocata a porte chiuse o se la sfida verrà dirottata allo stadio di Trieste”. Così ad una settimana dall’incontro ancora non è chiaro dove si giocherà la partita, e se si giocherà davanti a dei tifosi che in queste ore stanno già acquistando i tagliandi. Dopo l’albo degli striscioni non sarà arrivato il momento di varare quello degli impianti sportivi?

Calcio, il prefetto rinvia Cagliari-Roma,
dopo la “chiamata” di Cellino ai tifosi

Il presidente della società aveva invitato i tifosi a presentarsi ugualmente allo stadio (giudicato non agibile) nonostante la decisione di far disputare la partita a porte chiuse. Ora la Figc ha aperto una inchiesta. La società rischia il 3-0 a tavolino. O peggio una penalizzazione in classifica

Cagliari-Roma, in programma oggi pomeriggio alle ore 15 alla Is Arenas di Quartu S.Elena non si disputerà: la partita è stata rinviata a data da destinarsi. Lo ha comunicato il prefetto cagliaritano Balsamo dopo una riunione di emergenza convocata nella notte. Una decisione scaturita a seguito dell’ennesimo colpo di testa del presidente del Cagliari Cellino, che da Miami ha scritto una lettera di ‘chiamata alle armi’ ai tifosi, invitandoli a sfidare i divieti e a presentarsi in massa allo stadio, anche se la stessa prefettura aveva disposto che il match dovesse disputarsi a porte chiuse. Ora la Figc aprirà un’inchiesta, le cui conseguenze potrebbero essere molto pesanti per il Cagliari. Si parte dalla possibile vittoria a tavolino assegnata alla Roma, se saranno accertate le responsabilità del club sardo nel rinvio, e si potrebbe arrivare fino alla penalizzazione in classifica, se sarà ravvista una qualche forma di istigazione alla violenza.
L’assurda vicenda è solo l’ultima tappa della guerra aperta tra Cellino e le istituzioni. Prima la decisione dello scorso anno di Cellino di portare la squadra a Trieste per le ultima quattro partite casalinghe di campionato. Poi, a luglio, la decisione di Zedda di sfrattare definitivamente il Cagliari dallo Stadio Sant’Elia per le gravi inadempienze contrattuali della società. Nel mezzo lo scontro di Cellino con parte della propria tifoseria, quella non allineata. E infine la decisione di Cellino di far giocare quest’anno il Cagliari alla Is Arenas di Quartu. Uno stadio cantiere inagibile per la Serie A, dove oltre alle tribune mancano anche le più elementari norme di sicurezza.

Per questo già la prima partita di campionato tra Cagliari e Atalanta si è giocata a porte chiuse. Poi due trasferte e, nel frattempo, il 13 settembre la decisione di Cellino di mettere comunque in vendita i biglietti per Cagliari-Roma di oggi. Ma la Commissione di Vigilanza dopo l’ispezione ha ovviamente valutato lo stadio inagibile. Decisione confermata martedì dalla Prefettura, e poi di nuovo venerdì e sabato in concitate riunioni. Pochi minuti, ed ecco sabato sera il comunicato di Cellino, pubblicato sul sito della società rossoblù. “La Società Cagliari Calcio, rappresentata dal presidente Massimo Cellino (…) visto il perdurare della situazione che porta a non vedere più un futuro per via delle difficoltà burocratiche e il disinteresse collettivo delle istituzioni, invita e chiede a tutti i suoi tifosi, titolari di biglietto e abbonamento, di recarsi allo stadio per assistere alla partita Cagliari-Roma nel rispetto dell’ordine e della civiltà. La Società Cagliari Calcio e i suoi ingegneri reputano infatti la struttura agibile e sicura. Questo atto, assolutamente pacifico, spinto dal dolore e dalla frustrazione, per difendere il diritto di esistere. Viceversa è giusto prenderne atto”.

Una vera e propria chiamata alle armi, in cui s’invitano i tifosi amici a prendere d’assalto lo stadio nonostante i divieti. Da qui la decisone di prefetto e questore di sospendere la partita per motivi di ordine pubblico. Questo il comunicato: “Il prefetto di Cagliari, a conclusione della riunione di coordinamento delle forze di Polizia, ha disposto che la gara Cagliari-Roma, programmata presso lo stadio Is Arenas a porte chiuse, sia differita ad altra data. Tale decisione si è resa necessaria per l’urgente e grave necessità di prevenire ogni forma di turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica conseguente alle reazioni emotive, irrazionali e inconsulte ingenerate dall’invito formulato dal presidente della Cagliari Calcio”. L’unica risposta possibile all’ultimo scriteriato attacco di questo strano Don Chisciotte al contrario, che da Miami ha deciso di combattere la sua personale battaglia contro i mulini a vento del buon senso e della giustizia.

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Cagliari-Roma, il verdetto del giudice:
vittoria 0-3 a tavolino

Il club sardo attacca duramente il direttore
generale giallorosso Franco Baldini: «Avvoltoi»

Vittoria per 0-3 a tavolino in favore della Roma. È il verdetto del giudice sportivo sulla partita Cagliari-Roma, non disputata a causa del rinvio deciso sabato notte dalla prefettura. La società giallorossa aveva presentato ricorso per ottenere la vittoria d’ufficio e l’ha ottenuta. La decisione difficilmente fermerà le polemiche. Il club sardo aveva infatti attaccato duramente il direttore generale giallorosso Franco Baldini con una nota apparsa sul sito internet ufficiale della società. «La Cagliari Calcio comprende i principi del Sig. Baldini pur non condividendoli – il comunicato – perché chi spera di avvantaggiarsi delle disgrazie altrui non può essere contraddistinto come tale. Se così fosse, a quel tipo di uomo di principi, il suo più appropriato stemma sarebbe quello dell’avvoltoio».

LA REPLICA – La Roma, dal canto suo, non aveva replicato. Nel mirino c’era appunto il direttore della Roma, Franco Baldini, che proprio domenica mattina aveva ufficializzato la decisione della società giallorossa di chiedere la vittoria a tavolino per la gara. «Nonostante questa presa di posizione di Baldini – aveva spiegato ancora il club sardo nel suo comunicato – sappiamo che non rappresenta lo spirito dei romanisti, ai quali rimarremo sempre amici, in considerazione dei bei trascorsi e della lealtà che nel passato la nostra squadra ha avuto modo di apprezzare». Il giudice ha ora dato ragione ai giallorossi e ha definito «provocatoria» l’iniziativa assunta dal Cagliari, che dopo la decisione di disputare il match a porte chiuse, aveva invitato i tifosi a recarsi lo stesso allo stadio. Un invito che aveva poi spinto il prefetto a sospendere la partita per questioni di sicurezza. Si tratta, ha specificato il giudice, di «una palese violazione di cui all’art. 12, n. 2 CGS, che impone alle Società la rigorosa osservanza delle disposizioni emanate dalle pubbliche autorità in materia di pubblica sicurezza», una iniziativa che «ha costituito la causa diretta ed esclusiva dell’impedimento alla regolare effettuazione della gara».

Redazione Online@corriere.it