Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

lastampa.it

XXX Factor

Perché spunta una porno sosia di Arisa

Rocco Siffredi e la porno sosia di Arisa

 

Una doppia profanazione dietro l’ annuncio di un  un film a luci rosse ambientato in XFactor

Rocco Siffredi ha lanciato il suo nuovo progetto di porno film “XXX Factor”, che avrà come protagonista una sosia perfetta della cantante Arisa. Non è difficile dedurre che la location degli aggrovigliamenti hot riprodurrà la trasmissione con  Simona Ventura, di cui la vera Arisa è giurata. L’ operazione, poderosamente lanciata in rete, è astutamente mossa dall’intento di risvegliare la morbosità degli Italiani, proponendo loro lo spettacolo inedito di una doppia profanazione.

Il John Holmes italiano sta vivendo una fase di sdoganamento graduale della sua iniziale figura di torbido protagonista dell’onanismo maschile. E’ diventato un ricercato opinionista, molto interpellato sulle più o meno recenti vicende che hanno legato il sesso alla politica. E’ testimonial pubblicitario di varie prelibatezze gastronomiche, dalla patatina al wurstel, di cui sottolinea per naturale associazione ogni più riposta e allusiva indecenza.

Ora Siffredi ha compreso che, dopo il processo delle Olgettine, l’ immaginario erotico nazionale è stato fortemente inflazionato da modelli femminili dalla procacità sinteticamente potenziata. E’sin troppo facile diagnosticare il tramonto di un prototipo di femmina patinata, disinibita, griffata, come protagonista onirica di collettivo turbamento del medio maschio italiano.

Ecco dunque il genio perverso che, in un sol colpo, riapre due scenari, fino ad ora sottovalutati come fonte di attenzioni lubriche e illecite frequentazioni. La prima palese profanazione la compie dunque proponendo una versione sessualmente famelica di Arisa, in realtà fino ad ora immaginata, al massimo della trasgressione, come simbolo dell’occhialuta lussuria che potrebbe avere una brava ragazza romantica e impegnata in parrocchia.

Rocco spoglia parzialmente la pseudo Arisa (è impressionante la somiglianza con il prototipo) accennando ai suoi imprevedibili paradisi nascosti, appena baluginanti dalla camicetta sbottonata e sotto gli hot pants attillati. Ancor di più spinto nella profanazione di quel simbolo di casta avvenenza, caro alla famiglia italiana, simula e annuncia per lei lo stesso trattamento pervasivo che Marlon Brando applicò su Maria Schneider, scaturigine scandalosa di un moto inquisitorio che, decenni prima, condannò al rogo l’ Ultimo Tango di Bertolucci.

La seconda profanazione, di genere più subliminale, ma altrettanto sconvolgente, è la scelta del set di XFactor che è recentemente divenuto il luogo-simbolo di un possibile rinascimento politico dell’ Italia, almeno nell’ intenzione di chi vi volle celebrare il grande faccia a faccia a cinque dei candidati alle primarie del Partito Democratico. Non saranno quindi tanto Morgan o Elio o la Ventura, che gli Italiani porranno al centro della loro attenzione fanta copulatoria nella porno narrazione di Siffredi, ma piuttosto Renzi, Vendola, Tabacci, Bersani e Puppato.

Come spesso accade è pure probabile che il film nemmeno si farà, o ammesso che venga girato, non uscirà dai circuiti dei soliti abitudinari del genere. Anche se alla fine per i più non varrà la fatica di andarselo a cercare nei meandri proibiti della rete, è sicuramente potente lo spaesamento emotivo che la notizia potrebbe aver dato all’ universo degli ultimi simboli di castità militante, quelli che la collettività non aveva ancora associato alla carnalità compulsiva e digitalmente riproducibile.

gianluca nicoletti @lastampa.it

 

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Ipse dixit : Antonio Conte

Si era difeso cosi nemmeno quindici giorni fa…

Conte: “Ho chiarito tutto,
sono un uomo credibile”

Come negli allenamenti della sua Juve, la prima domanda per Antonio Conte è senza pallone. L’inchiesta sul Calcioscommesse, e l’interrogatorio di venerdì scorso.

«Anche nei momenti più bui e dolorosi di questa vicenda – attacca l’allenatore juventino – ho sempre avuto grandissima fiducia e stima in chi sta facendo le indagini in questa vicenda, che sicuramente è bruttissima. E l’altro giorno in Procura ho potuto esporre e chiarire punto per punto qualsiasi situazione: ho raccontanto una verità, penso assolutamente credibile. Penso che la credibilità, un uomo, la conquisti durante l’arco di una vita, passo dopo passo. E penso anche che nei miei 42 anni, la mia vita si stata molto, molto credibile». Conte è certo che lo sarà anche stavolta: «La società, il presidente, 14 milioni di tifosi sanno chi è il loro allenatore, e penso che dopo questo chiarimento anche altri faranno le loro valutazioni». E’ ottimista: «Già gli esiti di Cremona sono stati positivi, quindi sono molto sereno». E se ancora non bastasse: «Sono assolutamente sereno, ma parliamo di calcio che è la cosa più bella. Nei prossimi giorni, se sarà il caso, torneremo nell’argomento. Se sarà il caso».

@lastampa.it

e invece…

Conte patteggia 3 mesi
Ci pensa anche Bonucci

Il tecnico della Juve eviterà il processo per omessa denuncia. Multa per la società. Il difensore punta a 14 mesi invece dei 3 anni

Ci sono oramai tutte le condizioni per definire cosa fatta il patteggiamento di Antonio Conte. Certo, manca l’ufficialità: dovrebbe arrivare solo mercoledì, quando gli avvocati del tecnico si ritroveranno faccia a faccia con il procuratore Stefano Palazzi e metteranno le firme sul documento che sancisce la squalifica. Le parti si sono sentite più volte in questi giorni, dopo il deferimento per doppia omessa denuncia (Novara-Siena e AlbinoLeffe-Siena) arrivato in sede lo scorso giovedì. La strategia era nell’aria e si è concretizzata nel momento in cui lo staff dei legali si è confrontato con un dubbioso Conte spiegandogli che il compromesso non voleva dire un’ammissione di colpa (le regole del processo sportivo sono diverse dalla giustizia ordinaria). In più avrebbe garantito uno stop molto inferiore rispetto a quello, probabile, di un dibattimento.

@gazzetta.it


Calcio Malato

Quelle città rimaste senza calcio
Oltre un milione di tifosi orfani

Prima di fallire la Triestina si era inventata persino i tifosi finti per ovviare alla desolazione di uno stadio vuoto

Foggia e Spal le ultime a fallire: in tre anni la Lega Pro ha perso 21 club. Abete (Figc): «Il pallone
risente del momento difficile
del Paese»

Da Trieste in giù. Il calcio, quello dei professionisti, paga anche quest’estate il caro prezzo del fallimento e chiude la porta in faccia ad un potenziale pubblico di un milione di appassionati: Triestina, Spal, Pergocrema, Giulianova, Piacenza, Foggia, Taranto e Siracusa escono dal pallone, cancellano la loro storia e, se riusciranno nell’impresa, potranno ripartire con nome e società diverse dalla serie D. Il punto di non ritorno, o meglio, l’ultimo stadio si consuma ormai in Lega Pro, ex C1 e C2, campionati destinati a restringersi sempre più come racconta la tendenza. I numeri parlano chiaro: chi arriva fino in fondo, lo fa spesso in apnea, punito con punti di penalizzazione per colpa di stipendi non pagati e impossibilitato a trovare una fideiussione da 300 mila euro per iscriversi al via della Seconda Divisione o del doppio per il campionato di Prima Divisione.

Restare senza calcio, per il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete, è la naturale conseguenza della crisi che sta vivendo il Paese. «C’è l’amarezza per qualche abbandono significativo. Ma così Abete – c’è anche la necessità da parte dei club di mantenere gli equilibri economici per il futuro: il pallone risente del momento difficile…». Nelle città «ferite» dalla mancata iscrizione, la piazza sembra aver imboccato la strada della pazienza, in parte perché si è capito che il calcio non può scappare dalla crisi, in parte perché c’è la speranza che il futuro finisca in mani più solide. «Ferrara – spiega il sindaco Tiziano Tagliani – ha sempre vissuto di calcio e la passione non si è certo interrotta ora che la Spal dovrà ripartire, speriamo dalla serie D. Ho lanciato un appello agli imprenditori locali, adesso aspetto che venga raccolto: nonostante nel pallone si investa spesso a fondo perduto, credo che scommettere sui giovani, sulle scuole calcio dei più piccoli possa creare comunque un ritorno. Il Comune ci mette lo stadio e non è poco anche se capisco chi mi dice “sindaco noi dobbiamo rifare i capannoni distrutti dal terremoto”…».

Il calcio professionistico soffre. Cinque le squadre che sono uscite di scena due anni fa, otto l’estate scorsa, otto adesso: da 90 club nei campionati di Prima e Seconda Divisione della stagione 2010/11 si passerà ai 69 attuali. «Il nostro obiettivo, annunciato da tempo, è scendere fino a sessanta squadre in una Lega Pro unica, magari fra un anno. Il calcio in generale è sovrastimato, lo dicono i numeri, lo dice la realtà: se precisa Francesco Ghirelli, direttore generale della Lega Pro – non si realizza la drastica riduzione di società, se non si decide di puntare sui giovani e se non si lavora alla formazione dei dirigenti, la strada resta in salita». Spesso accade che il baratro per i club in difficoltà si apra senza paracadute una volta consumato il salto indietro di categoria: chi scivola dalla B in Lega Pro, si ritrova in un attimo ancora più giù o addirittura con i libri in tribunale. «Una retrocessione dalla serie B – continua Ghirelli – significa la perdita dai 3,8 ai 4,4 milioni di euro dei diritti tv e dai 5 ai 10 milioni di Iva da pagare. Senza contare il peso di contratti di giocatori stipulati per un campionato diverso ed ancora in vigore una volta caduti in Lega Pro…».

Da Trieste in giù. Fino a Siracusa o Taranto. «Ci sono da cinque a sette imprenditori interessati per far rinascere il calcio. Nessuno – dice il sindaco della città pugliese Ezio Stefano – ha la volontà di sostenere un investimento da 700 mila euro, ma se di mezzo c’è una cordata possiamo avere una speranza».

Guglielmo Buccheri @lastampa.it


Agenti Distruggono Sito Archeologico

“Tav, distrutto il sito archeologico”
Esposto in Procura contro gli agenti

La denuncia dei legali di Pro Natura e Wwf: «La necropoli devastata dal passaggio dei
mezzi delle forze dell’ordine»

Un esposto alla Procura di Torino per denunciare i danni al sito archeologico della Maddalena di Chiomonte, in Val di Susa. Lo hanno depositato ieri Pro Natura Piemonte e Wwf Delegazione Piemonte. «Nell’esposto – spiega l’avvocato Fabio Balocco, esponente di Pro Natura Torino e membro del Legal Team No Tav – è stato preparato con tutta la documentazione fornita dalle associazioni ambientaliste che documentano, anche con immagini, la distruzione del sito della Maddalena dopo il passaggio delle Forze dell’ordine la scorsa estate».

«Riteniamo – spiega – ci sia stato il reato di distruzione di patrimonio storico-artistico, perchè le forze dell’ordine sono entrate nell’area passando con i mezzi sopra le tombe della necropoli, ma anche un reato omissivo da parte della Soprintendenza perchè il sito era facilmente accessibile da chiunque, nonostante già prima del 3 luglio avessimo inviato lettere per sollevare il problema e chiedere cosa si intendesse fare per tutelare quell’area. Ma non abbiamo mai avuto risposta».

A presentare l’esposto, questa mattina davanti alla tenda dove i No Tav digiunano a turno sotto il Palazzo regionale, c’erano anche Stefano Bechis, del Wwf Piemonte, Mario Cavagna, di Pro Natura Piemonte, e Maurizio Biolè del Movimento 5 Stelle che sottolinea che «Spero che ora si avranno delle risposte precise. Noi andremo avanti anche in sede istituzionale».


Moby Ducks

Dall’Australia alla Russia
è caccia alle “Moby Ducks”

Il giornalista americano Donovan Hohn ha pubblicato il libro “Moby Duck” che racconta la storia delle paperelle naufragate nel pacifico
Le paperelle galleggianti “naufragate” nel 1992 adesso valgono oro

ANDREA MALAGUTI
CORRISPONDENTE DA LONDRA

Comincia tutto con una tempesta. Violenta. È il gennaio del 1992, esattamente vent’anni fa, e il mare si gonfia con furia. Le onde sono alte dieci metri, il vento è cattivo, e l’Ever Laurel balla fuori controllo in mezzo all’Oceano Pacifico. È un cargo partito da Hong Kong che deve consegnare la propria merce a Tacoma, negli Stati Uniti, a una azienda che vende giocattoli per bambini e si chiama «The First Years». Il capitano è spaventato perché la nave si piega paurosamente su un lato e i marinai sembrano non ascoltare i suoi ordini. Dicono di sì ma fanno altro, come se avessero la testa piena di paglia. I container scivolano sul ponte, le corde cedono, due finiscono in acqua, uno si apre come un guscio di noce. È in quel momento che trentamila papere per vasca da bagno, di quelle gialle, con gli occhi tondi, neri, e il becco arancione che ride, finiscono in mare.

L’incredibile avventura dell’Amichevole Flottiglia, comincia così, come in un cartone animato, o in una favola per bambini, di quelle cattive Coraline e la porta magica, se uno ha presente, oppure Fedro, però più aggressivo – con una morale per adulti che a distanza di due decenni è diventata il surreale emblema di quanto la plastica sia in grado di resistere al mare. E soprattutto di minacciarlo. Gli oceanografi di ogni angolo del pianeta hanno cominciato a seguire ossessivamente la saga, perché tracciando le papere è facile capire come si muovono le correnti e come si avvelenano i fondali. Hanno trasformato la loro odissea in una specie di globalizzato gioco di società – una sindrome da nani da giardino – con avvisi ai turisti di tutto il mondo: «Diteci dove e quando le avete avvistate». E poche settimane fa il giornalista americano Donovan Hohn ha pubblicato un libro che racconta questo viaggio senza fine. Lo ha chiamato «Moby Duck». Un successo planetario. Sul carico finito in acqua – papere sì, ma anche rane verdi, castori rossi e tartarughe blu – la «The First Years» ha messo una taglia. Cento dollari a chi riconsegna un originale. In fondo sono un gigantesco spot pubblicitario. Ma il giro su internet è molto più ricco. Il dicembre una tartaruga ritrovata alle Hawaii è stata ceduta per settecento sterline.

Donovan Hohn è convinto che questa vicenda catturi l’attenzione proprio per la sua incongruità, mettendo insieme il sogno e l’ambiente, l’avventura e la paura. «Le papere sono carine, apparentemente indifese, amichevoli. Il simbolo dell’infanzia. Eppure resistono ad ogni tipo di avversità. Ti ci affezioni, ma non puoi trascurare che sono piccole assassine del mare». Ha uno sguardo rilassato, non felice, come se qualcuno gli avesse detto che non si può lamentare, anche lui in bilico sullo strano filo di questa curiosa parabola moderna. «Ho fatto molte ricerche sul quantitativo di plastica che finisce in mare ogni anno e sulle sue conseguenze. I risultati sono choccanti».

Secondo i calcoli degli scienziati le Moby Ducks hanno percorso oltre 25 mila chilometri. E almeno ventimila di loro sono ancora in mare. L’oceanografo americano Curtis Ebbesmeyer – che nel suo sito ha una sezione dedicata all’Amichevole Flottiglia – spiega che due terzi delle papere hanno puntato verso Sud. Sono state viste in Australia e a Honolulu. Ma che molte sono scivolate verso lo Stretto di Bering, tra la Russia e l’Alaska. Hanno affrontato il gelo e gli iceberg. «Possono resistere molto più di cent’anni. Sono incredibili», commenta ridendo. Ma poi diventa serio talmente in fretta da far pensare che abbia avuto un vuoto di memoria. «Sono armi improprie puntate sulla fauna marina». Una Moby Duck è stata trovata a Newfoundland, dove è affondato il Titanic. Lei no. Era solo diventata bianca. Aveva perso il colore. Pulviscolo chimico che è precipitato sul fondale diventando cibo tossico.

Secondo l’Environment Programme delle Nazioni Uniti la plastica – che costituisce il novanta per cento dei rifiuti nell’oceano – ha causato la morte di un milione di uccelli marini e di oltre centomila pesci. «Ci sono quarantaseimila rifiuti di plastica ogni miglio quadrato e nella pancia degli animali è molto facile trovare accendini, sigarette o spazzolini. Li scambiano per cibo, li mangiano, muoiono». Borse per la spesa, scarpe da ginnastica, sandali, ogni giorno l’oceano si riempie di veleno, idrocarburi, pesticidi, Ddt. Schifezze destinate a soddisfare la voracità dei pesci prima e a finire nei nostri piatti poi. L’ultima Moby Duck del ‘92 riconsegnata alla fabbrica di Tacoma è stata trovata la scorsa settimana nella pancia di una balena spiaggiata in Australia. Intatta. Gialla. Perfetta. Amichevole. Letale.

@lastampa


Abusi in divisa

“Gridavo basta, basta
ma i quattro poliziotti continuavano a colpire”

Nessuna sassaiola: «La carica è partita senza che lanciassimo alcuna provocazione»

Un’aggressione terribile che mi segnerà tutta la vita. Mai avuto tanta paura. Mi stavano ammazzando di botte». Marinella Alotto, 46 anni, ambulante di Borgone parla a fatica da un letto della stanza 9 del reparto di ortopedia dell’ospedale di Susa dov’è ricoverata dalla tarda serata dell’altro ieri. I medici dopo i primi accertamenti effettuati nella mattinata anche alle Molinette di Torino l’hanno giudicata guaribile in 30 giorni. Ha una frattura al setto nasale, un trauma cranico con ferita lacero contusa, piccole fratture agli zigomi sotto gli occhi e lesioni varie in tutto il corpo, in particolare sul braccio destro e al basso ventre, dove oggi sarà sottoposta a esami più approfonditi. «E’ come se fosse stata investita da un’auto» dice il marito Paolo Ala, anche lui ambulante, seduto accanto al suo letto. Marinella e Paolo erano fra quei circa trecento No Tav che alle 19 dell’altra sera si sono scontrati con le forze dell’ordine che li hanno caricati per difendere il sito S72 in frazione Coldimosso di Susa.
Cosa è accaduto? Almeno secondo la vostra versione?
«Era la solita protesta No Tav. Come abbiamo sempre fatto. Non abbiamo attuato particolari gesti provocatori. Non è vero che abbiamo lanciato pietre. Sono partiti in direzione dei poliziotti solo alcuni palloncini colorati e pieni di acqua e poi i soliti slogan come “Sarà Dura, non ci piegherete” e altri ma niente di più».
Ma allora?
«Ad un certo punto ho sentito delle urla tremende che arrivavano dai poliziotti in tenuta antisommossa. Era partita la carica contro di noi ma ce ne siamo accorti in ritardo perché era notte e avevamo i fari contro. C’è stato un fuggi-fuggi generale verso i boschi. Purtroppo sono caduta. In quattro mi sono arrivati sopra ed hanno iniziato a colpirmi con i manganelli sul viso e sul braccio con il quale cercavo di proteggermi. Urlavo ”basta, basta”, ma loro continuavano a picchiarmi. Sono poi arrivati, un ragazzo e una ragazza, che mi hanno aiutata ad alzarmi ed a raggiungere la statale 24».
Poi vi siete persi di vista, vero signor Paolo? 
«Solo quando sono arrivato sulla statale 24 sono riuscito a parlare con Marinella ed ho saputo che era ferita. Quando sono arrivato al presidio dell’autoporto mi sono accorto della gravità del fatto, aveva il viso cosparso di sangue. L’ho caricata in auto e subito accompagnata al pronto soccorso. Domattina (oggi, ndr) sarà sottoposta ad intervento chirurgico, in seguito alla frattura del setto nasale, la operano alle Molinette di Torino».

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La gente torni negli stadi

Stanno facendo in modo di convincere la gente che la tessera del tifosi è cambiata…solo alla fine viene menzionato di sfuggita l’articolo 9…

“La gente torni negli stadi”
E la tessera del tifoso cambia

La tessera del tifoso è stata introdotta nel 2009
Nuovi vincoli più morbidi. L’Osservatorio: «L’emergenza
è finita». Ora si potrà andare in trasferta senza card se il biglietto è comprato da chi ce l’ha

Il nome è nuovo, il messaggio anche. La Tessera del tifoso arriva a metà stagione, o poco più, e va incontro ad un restyling impensabile nei giorni degli ultrà in corteo per protesta o delle società in fermento per trovare una via d’uscita. Tutto nasce da un presupposto, ovvero provare a costruire l’immagine di un calcio italiano se non dagli stadi avveniristici quantomeno senza preoccupanti vuoti sulle tribune. Così, terminata quella che il presidente dell’Osservatorio sulle manifestazioni sportive del Viminale, Roberto Sgalla, definisce «la fase emergenziale…», ecco il passo in avanti. «Il calcio è passione se c’è gente allo stadio e il nostro obiettivo è proprio quello di riportare i tifosi sulle tribune. In questi mesi – precisa Sgalla – la tessera è stata vissuta come qualcosa di punitivo da parte degli appassionati e questo anche per colpa di una cattiva informazione. Abbiamo deciso di ripensare qualcosa…».

La rivoluzione è immediata, la frattura con il recente passato anche, tanto che i tempi delle riflessioni dell’ex ministro degli Interni Roberto Maroni sul tema appaiono preistoria. Due sono i confini prima nemmeno sfiorabili, oggi aperti: l’abbonamento, o meglio carnet di biglietti per le partite interne, senza aver sottoscritto alcun tipo di tessera e la possibilità di mettersi in viaggio al seguito della propria squadra senza card, ma con il tagliando d’ingresso allo stadio (settore ospiti compreso) acquistato da un amico che la fidelity card ha firmato. Quest’ultima appare come la novità più sorprendente perché riapre le trasferte, fino a poche ore fa chiuse categoricamente ai non possessori della tessera. «La nostra filosofia deve essere inclusiva e per questo abbiamo pensato ad una soluzione che potrei sintetizzare “porta un amico con te”: se, però, l’amico sgarra, paga e a chi gli ha comprato il biglietto viene ritirata la card. Dobbiamo facilitare spiega Sgalla la possibilità di comprare il biglietto ai tifosi e togliere gli alibi a quei club che, dietro alla tessera del tifoso, nascondono il proprio immobilismo in materia: tolte le eccezioni di Juve e Roma, impegnate ad andare incontro agli appassionati, non c’è nulla. Noi, invece, pensiamo ad una serie di servizi, senza alcun fine commerciale, che le società devono mettere in campo per i tifosi».

La Tessera del tifoso non si chiama, o chiamerà, più così. «Diamogli il nome dei singoli club…», così Sgalla. Un primo passo verso uno scenario cosiddetto di normalizzazione che, per l’Osservatorio del Viminale, deve avere un punto d’arrivo già fissato. «Dall’inizio del prossimo campionato – precisa Sgalla – in serie B o Lega Pro avremo degli stadi senza barriere fra i settori: li abbiamo già individuati, spero che presto anche la serie A ci segua…». Gli impianti di B o dell’ex C1 e C2 aperti saranno almeno sei o sette per categoria. Per la serie A i tempi non sembrano ancora maturi, ma nemmeno tanto lontani. «La fase dell’emergenza è finita e lo testimoniano i soli undici incontri con feriti, in netto calo rispetto alle ultime stagioni. Dobbiamo – afferma il presidente dell’Osservatorio premiare e favorire la presenza sugli spalti dei tifosi veri, che sono la stragrande maggioranza». La nuova tessera del tifoso è pronta: cambiargli il nome è, per il Viminale, il primo punto di svolta per far passare il messaggio che, come dice Sgalla, «non stiamo parlando di uno strumento di polizia». Gli ultrà annotano e rilanciano: le curve vorrebbero cancellare anche la norma che vieta a chi ha avuto il Daspo, anche se già scontato, la possibilità di sottoscrivere qualsiasi tessera.

GUGLIELMO BUCCHERI@lastampa.it