Perche la vita non ha senso se non la racconti a qualcuno…

paolo brescia

Giustizia Per Paolo

PROCESSO SCARONI: IN SCENA LA RETICENZA DEI POLIZIOTTI E LA SOLIDARIETA’ ULTRAS

Rinviata al 18 gennaio la sentenza di primo grado al processo per il massacro di , Ultras del gruppo Brescia 1911 ridotto in fin di vita dalle manganellate della polizia alla stazione di Verona Porta Nuova il 24 settembre del 2005. Otto i poliziotti alla sbarra, tutti appartenenti al reparto mobile della Questura di Bologna.

Oggi si è tenuta l’udienza con l’interrogatorio degli imputati, le arringhe degli avvocati di parte civile e della difesa e la requisitoria del Pm. Il pubblico ministero ha chiesto otto anni di reclusione per lesioni gravissime, senza attenuanti ma con aggravanti per l’utilizzo scorretto del manganello. La sentenza era in un primo momento attesa per oggi, poi invece il rinvio.

Sette dei poliziotti imputati erano presenti oggi in aula. La presenza forte e nutrita è stata però quella del gruppo ultras Brescia 1911, che insieme ad altre numerose realtà del tifo organizzato provenienti da diverse parti d’Italia (e anche dalla Francia), era presente in Tribunale. Prima di recarsi al processo gli ultras hanno dato vita ad un momento simbolico al binario 1 della stazione di Porta Nuova, luogo del massacro e delle cariche selvagge del 24 settembre di sette anni fa. Sono stati posti due cartelloni e scanditi slogan con Paolo.  Successivamente il trasferimento al tribunale per dare vita ad un presidio di solidarietà e seguire la discussione in aula. Il resoconto dell’ udienza di oggi con Umberto, nostro inviato a Verona.

Aggiornamento ore 17.30: La sentenza è stata rinviata al 18 gennaio prossimo. Il commento alla giornata di oggi dell’Avvocato Sandro Mainardi, legale di Paolo.

Aggiornamento ore 16.30: Otto anni di reclusione per lesioni gravissime, senza attenuanti ma con aggravanti per l’utilizzo scorretto del manganello. Sono le richieste del pubblico ministero  per gli otto i poliziotti  appartenenti al reparto mobile della Questura di Bologna.  Sette di loro erano presenti oggi in aula.

Aggiornamento 13.3o: l’udienza riprenderà alle 14, ascolta l’aggiornamento con umberto della redazione e le considerazioni di Diego, gruppo ultras Brescia. 1911

Ore 10: Udienza per il processo di primo grado a Verona per gli otto poliziotti accusati del massacro di Paolo Scaroni, ultras del gruppo Brescia 1911 pestato e mandato in coma il 24 settembre 2005 durante le violentissime cariche alla stazione di Verona Porta Nuova. La corrispondenza da Verona. Ascolta

@abusodipolizia.it


Brescia vs Verona

LA TESTIMONIANZA DAVANTI ALLA TV PAOLO SCARONI, TIFOSO CHE NEL 2005 VENNE MASSACRATO DOPO VERONA-BRESCIA

«Ora sono un ultras da poltrona
La polizia in campo mi spaventa»

Con la moglie Dailyn ha seguito la sfida nella sede del Corriere

Ci è tornato, allo stadio. Per un po’, in tribuna. «Ma non aveva lo stesso sapore». E allora, alla fine «la partita preferisco guardarla a casa, in poltrona, anche se certo, non è mica la stessa cosa». Ma se tra una punizione e un fallo gli chiedi se vorrebbe essere là, sugli spalti, ammette «neanche più di tanto. La polizia, allo stadio, adesso mi spaventa… e spero che il gruppo oggi non faccia sciocchezze». Già, il gruppo, quel «Brescia 1911» con cui Paolo Scaroni il 24 novembre del 2005 era in trasferta. Verona – Brescia. Il giorno che, per questo ultras di 35 anni di casa a Castenedolo, ha segnato un prima e dopo. Prima del coma. Dopo essere stato massacrato di botte alla stazione prima di salire sul treno del ritorno.

Ma stavolta, ha concesso uno strappo alle regole del suo nuovo rituale da tifoso in pantofole. E la partita l’ha guardata nella redazione del Corriere . Non da solo. Ma con Dailyn, la sua giovane moglie di origini cubane sposata il 5 ottobre scorso. E, a tratti, più che per la tattica offensiva o la strategia difensiva delle Rondinelle, ha occhi solo per lei, «mi amor: pero no le gusta mucho el futbol!», scherza. D’obbligo una sigaretta prima del fischio d’inizio: «È una partita tesa questa». Previsioni? «Due a zero per noi», secco. Quasi azzeccato. Felpa e cappellino targati «Brescia 1911», chewingum, e si gioca. «Vedi? Guardali lì, i gnari, in gradinata, sono in tanti, bene». «I gnari», per Paolo, sono una seconda famiglia: «Farei di tutto per loro. Mi sono stati sempre vicini». Anche i giocatori, però. Come Zambelli («cavolo, oggi non gioca, peccato») o quel portiere «che in ospedale mi portò persino il cd di De Andrè, il mio preferito, incredibile».

Ma il calcio in sé, adesso, «per me si è quasi spoetizzato… se penso che sette anni fa stavo guardando la stessa partita ed ero a posto, allora sì che mi arrabbio…». Chiede la verità, anche se «nella giustizia non ci credo fino in fondo», aspettando l’udienza del 13 luglio a Verona, quando a deporre saranno gli otto agenti della celere di Bologna imputati per lesioni aggravate. «In aula sono arrivati ultras da tutta Italia per sostenermi, pure il “Bocia” dell’Atalanta, giuro!». Squilla il telefonino: lo avvisano che al Rigamonti, nella curva dei veronesi, sventola uno striscione: «Giustizia per Paolo». «Bella storia, sono contento». Di più quando poco dopo le telecamere indugiano proprio sul messaggio per lui: «È un’emozione, so che per loro non è un gesto facile… Sentili, i cori…». E prontamente ribatte: «Uccidiamoli, uccidiamoli!». Ma poi, sull’1-1, confessa: «Andrebbe benissimo anche un pareggio, ora il Brescia mi sa che ha paura di perdere». Appunto. Perché il gol della vittoria sul filo di lana, Paolo se lo perde. «Ti spiace se andiamo un attimo prima? Dailyn ha appuntamento con la sorella via mail!». Poi lo chiami, manco il tempo di dire «ciao»: «Non dirmi che è finita 2 a 1… Che bello! Problemi di ordine pubblico? No? Menomale».

Mara Rodella @corriere.it


Nessun ricorda nulla…strano no???

Botte all’ultrà del Brescia, in aula nessuno ricorda nulla

TIFO VIOLENTO. Al processo per il pestaggio di Paolo Scaroni si è cercato di delineare le circostanze dell’aggressione
Otto ore di udienza e 14 testimoni per ricostruire i fatti del 2005 che tirano in ballo diversi funzionari di polizia

Quattordici i testimoni, otto ore di udienza e una pausa di mezz’ora: uno dopo l’altro i funzionari della polizia che il 24 settembre 2005 erano in servizio in stazione hanno cercato di ricordare quel che avvenne. Ricordi non certi, scontri che si verificarono ma nessuno li ha descritti, scontri che non compaiono nelle riprese effettuate da due ispettori della Digos e da due funzionari della Scientifica. Le immagini di un gruppo di poliziotti che circonda qualcuno a terra non ci sono. L’unico ricordo di una scena simile, anche se non sa se si trattasse di Paolo Scaroni, è quello di un tifoso bresciano che, inseguito nel corso di una carica, prese una manganellata sulla schiena. «Arrivato al primo binario vidi uno a terra circondato da poliziotti che lo picchiavano. Non ho visto la testa, non so dire chi fosse». Poi si guardò alle spalle ma quando si girò verso il binario non vide più nessuno: «Paolo mi si avvicinò e mi disse in dialetto “me ne hanno date tante”, poi salì sul treno». Scese poco dopo sorretto da due amici: di lì a poco nella sua mente sarebbe calato il buio causato da una frattura della scatola cranica per i colpi inferti dai manganelli impugnati al contrario. Ricordi non precisi, solo il responsabile del servizio d’ordine ha relazionato con dovizia di particolari. Ha ricordato ogni fase, ogni ordine e ha spiegato perchè, mentre discuteva con un gruppo di tifosi sulla liberazione di alcuni arrestati, disse ai suoi di far salire a forza tutti sul treno. Seguirono cariche e scontri, lanci di sassi e bottiglie e un reparto venne spostato all’altezza della scalinata (quello di Bologna raggiunto poi da un gruppo di Padova in aiuto ai colleghi in difficoltà) dalla quale stava salendo Paolo Scaroni. Un processo in cui si sono sovrapposte le versioni sulla stessa circostanza e il pm Beatrice Zanotti ha ricordato a un funzionario che le informazioni non veritiere contenute nelle relazioni di servizio sono cosa diversa dalla testimonianza in aula. Un ammonimento reso necessario perchè nel complesso processo che vede imputati otto poliziotti della Celere di Bologna, accusati di aver usato i manganelli al rovescio e di aver pestato un tifoso, è che la polizia «forzò» i bresciani a salire sul treno perchè, si sostenne, alcuni di loro occupavano i binari impedendo al treno di partire. Una situazione che è stata smentita dai macchinisti: «I binari erano liberi, davanti non c’era nessuno. Non so se ci fossero problemi in coda o lateralmente, ma non c’erano tifosi sui binari. Tant’è che sentii odore di fumo, non capivo cosa fosse e spensi la motrice». Erano i lacrimogeni: il primo lanciato senza che fosse stato dato l’ordine, poi altri due e questo scatenò la reazione dei tifosi. Il resto furono cariche di alleggerimento e poi lanci di sassi. E a confermare che alcuni colleghi del reparto mobile usavano i manganelli al contrario è stato un altro funzionario di polizia, ma di Brescia: «L’ho visto fare anche altre volte». Un processo nel quale tutti i dirigenti hanno ammesso che vi furono scontri, ma non hanno descritto nessuna azione particolare: «Era difficile riprendere in quelle condizioni», hanno spiegato gli operatori. Ci sono però due frammenti di dialogo sulle cassette digitali originali e non riversati sul nastro Vhs che fu in un primo momento consegnato alla procura. Due momenti: in uno si sente l’urlo (probabilmente dell’operatore), un «noooooo» al quale non seguono riprese. Nel secondo si sente dire che il questore li avrebbe incarnati e poi «scolta, ti prova a guardar subito le immagini de quel…», ma poi il video si interrompe. Gli imputati, tranne uno, ieri c’erano, le difese (Calabria Cilento d’Hauteville, Cherubino, Rosciani e Pacifico) di Rulli e Barbirato hanno obiettato che i due agenti figuravano essere autisti, che non potevano essere sui binari e che non erano stati sentiti in fase di indagine. Ma fino ad oggi (come ha sottolineato il presidente del collegio Marzio Guidorizzi) erano tutti contumaci e non hanno mai chiesto di essere sentiti. Il pm ha chiesto il loro interrogatorio e in una delle prossime udienze ognuno spiegherà il proprio ruolo. Nessun funzionario vide poliziotti picchiare qualcuno, nessuno vide tifosi a terra o poliziotti circondati da tifosi. Solo un ispettore della Digos ha detto di aver visto un tifoso che nel corso degli scontri sbatteva la testa contro un vagone: «Un rumore pazzesco, lo vidi chiaramente battere contro il vagone, tenersi la testa tra le mani e poi salire sul treno». Ma non si sa chi fosse.

F.M. @larena.it


Quando lo stato…

Questa mattina terza udienza del processo di Paolo Scaroni …
la sua storia è ben raccontata in questo sito di cui metto solo il link con articoli e video…
storify.com


Giustizia Per Paolo

Ill.mo Ministro degli Internip.c. Presidente della Repubblica
p.c. Presidente del Consiglio
p.c. Ministro di Giustizia
p.c. Sindaco di Brescia
p.c. Prefetto di Brescia
p.c. Questore di Brescia
p.c. Sindaco di Verona
p.c. giornali e tvscrivo questa lettera alla vigilia dell’anniversario di una data che mi ha cambiato la vita: il 24 settembre del 2005.
Mi presento: sono Paolo Scaroni, abito a Castenedolo, piccolo paese della provincia di Brescia.
Ero un allevatore di tori.
Ero un ragazzo normale, con amicizie, una ragazza, passioni, sani valori -anche sportivi- e la giusta curiosità. Facevo infatti molto sport e viaggiavo quando potevo.
Ero soprattutto un grande tifoso del Brescia.
Una persona normale, come tante, direbbe Lei.

Oggi non lo sono più (per la verità tifoso del Brescia lo sono rimasto, sebbene non possa più vivere la partita allo stadio com’ero solito fare: cantando, saltando, godendo oppure soffrendo).

Tutto è cambiato il 24 settembre del 2005, nella stazione di Porta Nuova a Verona.
Quel giorno, alla pari di migliaia di tifosi bresciani -fra i quali molte famiglie e bambini- avevo deciso di seguire la Leonessa a Verona con le migliori intenzioni, per quella che si preannunciava una sfida decisiva per il nostro campionato di serie B. Finita la partita, siamo stati scortati in stazione dalla polizia senza nessun intoppo o tensione. Dopo essermi recato al bar sottostante la stazione, stavo tornando con molta serenità al treno riservato a noi tifosi portando dell’acqua al resto della compagnia (era stata una giornata molto calda ed eravamo quasi tutti disidratati). Tutti gli altri tifosi erano già pronti sui vagoni per fare velocemente ritorno a Brescia. Mancavano pochi minuti ed i binari della stazione erano completamente deserti. Cosa alquanto strana visto il periodo, l’orario e soprattutto la città in cui eravamo, centro nevralgico per il passaggio dei treni.
Improvvisamente, senza alcun preavviso o motivo apparente, sono stato travolto da una carica di “alleggerimento” del reparto celere in servizio quel giorno per mantenere l’ordine pubblico e picchiato a sangue, senza avere nemmeno la possibilità di ripararmi. Sottratto al pestaggio dagli amici (colpiti loro stessi dalla furia delle manganellate), sono entrato in coma nel giro di pochissimo e quasi morto.
Dopo circa venti minuti dall’aver perso conoscenza sono stato caricato su un’ambulanza -osteggiata, più o meno velatamente, dallo stesso reparto che mi aveva aggredito- e trasportato all’ospedale di Borgo Trento a Verona. Lì sono stato operato d’urgenza. Lì sono stato salvato. Lì sono tornato dal coma dopo molte settimane. Lì ho passato alcuni mesi della mia nuova vita. Una vita d’inferno.
Nel frattempo la mia famiglia, in uno stato d’animo che fatico ad immaginare, subiva pressioni e minacce affinché la mia vicenda mantenesse un basso profilo.
Ai miei amici non andava certo meglio, nonostante tutti gli sforzi per far uscire la verità.
Ovviamente, alcune cose di cui sopra le ho sapute molto tempo dopo la mia aggressione. Il resto l’ho scoperto grazie al lavoro del mio avvocato.
Dalla ricostruzione dei fatti e tramite le tante testimonianze, emerge un quadro inquietante, quasi da non credere; ma proprio per questo da rendere pubblico.
In seguito alle gravissime lesioni subite, presso la Procura della Repubblica di Verona è iniziato un procedimento a carico di alcuni poliziotti e funzionari identificati quali autori delle lesioni da me subite. Nonostante il Giudice per le Indagini Preliminari abbia respinto due volte la richiesta d’archiviazione, il Pubblico Ministero non ha ancora esercitato l’azione penale contro gli indagati.
Mi domando per quale ragione ciò avvenga e perché mi sia negata giustizia.
Oggi, dopo avere perso quasi tutto, rimango perciò nell’attesa di un processo, nemmeno tanto scontato, considerati i precedenti ed i tentativi di screditarmi. Oltretutto i poliziotti erano tutti a volto coperto, quindi non identificabili (com’è possibile tutto questo?), sebbene a comandarli ci fosse una persona riconoscibilissima.
Dopo le tante bugie e cattiverie uscite in modo strumentale sul mio conto a seguito della vicenda, aspetto soprattutto che mi venga restituita la dignità.
Ill.mo Ministro degli Interni, sebbene la mia vicenda non abbia destato lo stesso scalpore, ricorda un po’ le tragedie di Gabriele Sandri, di Carlo Giuliani, ed in particolare di Federico Aldrovandi (accaduta a poche ore di distanza dalla mia), con una piccola, grande differenza: io la mia storia la posso ancora raccontare, nonostante tutto.
Le dinamiche delle vicende sopra citate forse non saranno identiche, ma la volontà di uccidere sì, è stata la medesima. Altrimenti non si spiega l’accanimento di queste persone nei miei confronti, soprattutto se si considera che non vi era una reale situazione di pericolo: era tutto tranquillo; ero caduto a terra; ero completamente inerme. Ma le manganellate, come descrive il referto medico, non si sono più fermate.
Forse, ho pensato, oltre alla vita volevano togliermi anche l’anima.
Per farla breve, in pochi secondi ho perso quasi tutto quello per cui avevo vissuto -per questo mi sento ogni giorno più vicino a Federico- e senza un motivo apparente. Sempre ovviamente che esista una giustificazione per scatenare tanta crudeltà ed efficienza.
Le mie funzioni fisiche sono state ridotte notevolmente, e nonostante la lunga riabilitazione a cui mi sottopongo da anni con molta tenacia non avrò molti margini di miglioramento. Questo lo so quasi con certezza: l’unica cosa funzionante come prima nel mio corpo infatti è il cervello, attivo come non mai. Dopo quattro anni non ho ancora stabilito se questa sia stata una fortuna.
Ho perso il lavoro, sebbene abbia un padre caparbio che insiste nel mandare avanti la mia ditta, sottraendo tempo e valore ai suoi impegni.
Ho perso la ragazza.
Ho perso il gusto del viaggiare (il più delle volte quelli che erano itinerari di piacere si sono trasformati in veri e propri calvari a causa delle mie condizioni fisiche), nonostante mi spinga ancora molto lontano.
Ho perso soprattutto molte certezze, relative alla Libertà, al Rispetto, alla Dignità, alla Giustizia e soprattutto alla Sicurezza.
Quella sicurezza che Lei invoca ogni giorno, e tenta d’imporre sommando nuove leggi e nuove norme a quelle già esistenti (fino a ieri molto efficaci, almeno per l’opinione pubblica).
Peccato però che queste leggi non abbiano saputo difendere me, Federico, Carlo e Gabriele dagli eccessi di coloro che rappresentavano, in quel momento, le istituzioni.
Ill.mo Ministro degli Interni, alcune cose mi martellano più di tutto: ogni giorno mi domando infatti cosa possa spingere degli uomini a tanto. Non ho la risposta.
Ogni giorno mi domando se qualcuna di queste tragedie potesse essere evitata. La risposta è sempre quella: sì.
A mio modesto parere, ciò che ha permesso a queste persone di liberare la parte peggiore di sé è stata la sicurezza di farla franca.
Sembra un paradosso, ma in un Paese come il nostro in cui si parla tanto di “certezza della pena”, di “responsabilità” e di “omertà”, proprio coloro che dovrebbero dare l’esempio agiscono impuniti infrangendo ogni legge scritta e non, disonorano razionalmente la divisa e l’istituzione rappresentata, difendono chi fra loro sbaglia impunemente.
Ill.mo Ministro degli Interni, dopo tante elucubrazioni, sono giunto ad una conclusione: se queste persone fossero state immediatamente riconoscibili, responsabili perciò delle loro azioni, non si sarebbero comportate in quella maniera ed io non avrei perso tanto.
Le chiedo quindi: com’è possibile che in Italia i poliziotti non portino un segno di riconoscimento immediato come accade nella maggior parte delle Nazioni europee?
Ill.mo Ministro degli Interni, io non cerco vendetta, semmai Giustizia.
Mi appello a Lei ed a tutte le persone di buon senso affinché questi uomini vengano fermati ed impossibilitati nello svolgere ancora il loro “dovere”.
Chiedo quindi che si faccia il processo e nulla sia insabbiato.
Cordiali saluti. Paolo Scaroni, vittima di uno Stato distratto.